Print Friendly and PDF

‘Il matrimonio di mia figlia Gea’. Il racconto intimo e privato di papà-Politi nell’Amarcord 32

Gea scende dalle scale come il nudo di Marcel Duchamp, ma vestita Dior. Foto Giorgio Colombo. Gea scende dalle scale come il nudo di Marcel Duchamp, ma vestita Dior. Foto Giorgio Colombo.
Gea scende dalle scale come il nudo di Marcel Duchamp, ma vestita Dior. Foto Giorgio Colombo.
Gea scende dalle scale come il nudo di Marcel Duchamp, ma vestita Dior. Foto Giorgio Colombo.

Sono ancora vivo, anzi, quasi.

Cari amici,
sono ancora vivo. Il silenzio è stato lungo ma anche l’estate molto calda. E per me ancora di più. Per una esperienza che non auguro a nessuno.
Venerdì 5 luglio, in un pomeriggio afoso mi telefona mia figlia Gea: papà, martedì siete liberi? Si, certo. Bene, allora preparatevi perchè martedì io e Cristiano ci sposiamo. Martedì prossimo, fra tre giorni? Si certo, martedì prossimo, non sei contento? Contento? Si certo, ma il mio cuore non è abituato a queste sorprese.

Allora alle 11, a Palazzo Reale: saremo solo noi, voi, i genitori di Cristiano e i testimoni cioè Alessio, il nostro partner e il nostro amico gallerista Daniele Balice che arriverà da Parigi. Nessun altro deve sapere nulla. Io e Helena ci guardiamo, non sappiamo se piangere o abbracciarci per la felicità. Ma è felicità una sorpresa improvvisa che tu non riesci a controllare e la notizia che la tua unica figlia, a cui hai dedicato la vita non sarà più Gea Politi ma Gea Cristianfreddo? Ma questo è peggio del ratto delle Sabine! Ma no, lei ci assicura, io sarò sempre Gea Politi, mio marito si chiamerà Cristiano Politi, forse Cristiano Politi Seganfreddo o Cristiano Seganfreddo Politi. E se possibile prenderà anche la cittadinanza della Repubblica Ceca come me. Bene, penso io, almeno la sopravvivenza della specie Politi è assicurata.

Allora, con preoccupanti palpitazioni e qualche piccolo impegno di Helena e le ultime commissioni per Gea, aspettiamo il martedì. Che arriva presto, tra sospiri, emozioni e commozioni. Ma fu un’attesa snervante con notte insonne. Io che da qualche tempo mi alzo alle 10. Alle otto del mattino Gea e Helena sono dal parrucchiere che le tiene due ore e il matrimonio è alle undici, puntuali, perché se salti il tuo turno, di quindici minuti, dovrai aspettare forse mesi per un prossimo appuntamento a Palazzo Reale. Infatti attraversiamo a piedi di corsa (io zoppicando) Piazza del Duomo, perché sono quasi le undici, mancano due o tre minuti all’appuntamento. E tutti come una strana brigata che saltella attraversando Piazza Duomo, con Gea che fa l’equilibrista sul selciato, con i suoi tacchi da 12 cm. Affannati, con me attardato e in coda, arriviamo a Palazzo Reale, scavalchiamo le pur allettanti mostre di Nespolo, Guido Pajetta e i bravissimi fotografi Silvia Lelli e Roberto Masotti e ci precipitiamo sudati e accaldati nella sala matrimoni. Che è ampia, sobria, ma gioiosa. Come in certe circostanze sa fare Milano. La celebrante una gentile signora bionda, sorridente e delicata. Cosa vuoi di più. Io ero il solo che piangeva come un vitello, senza sapere perché. Tutti gli altri sereni, allegri come una pasqua. La cerimonia dura pochi minuti e poi dopo molte lacrime mie e qualcuna degli sposi, abbracci e baci tra tutti. E nell’eccitazione qualche mal riuscita foto. Quindi tranquillamente, questa volta senza correre, saliamo al ristorante Giacomo Arengario sopra il Museo del Novecento, a tu per tu con il Duomo.

Location ideale per un pranzo sentimentale semplice ma raffinato. Accanto a me, Helena e Francesca, la mamma di Cristiano che parlano di Faust, un giovane pavone ultimo arrivato della collezione nel loro parco di Vicenza e da tutti coccolato. Remo Seganfreddo, papà dello sposo, mi parla invece della sua vita di corridore ciclista. 250 gare da dilettante, con numerose vittorie. E ancora oggi, a 75 anni, ogni giorno 100 km di bici per tenersi in forma. Io muoio di invidia e di vergogna perchè per salire al ristorante ho preso l’ascensore. Ma tant’è. Anche io da giovane ho corso in bici, ma per breve tempo. A spegnere i miei sogni di gloria (i miei miti di allora erano Gino Bartali e lo svizzero Hugo Koblet) fu un verdetto del mio medico: leggero soffio al cuore, devi subito smettere con la bici. Lo stesso difetto del grande Bitossi a cui non fu vietato di correre. Allora stop con la bici e via con l’arte. Invece di un futuro campione di ciclismo in quei lontani giorni a Trevi, nacque un modesto cronista d’arte. Meno importante di un ciclista ma forse più molesto.

Dopo il pranzo tutti a casa. Nel pomeriggio Gea e Cristiano in redazione di Flash Art a lavorare, senza annunziare il lieto evento a nessuno. Questo fu il loro bellissimo viaggio di nozze. Da Piazza del Duomo in via Carlo Farini in taxi. E giù al lavoro sino a notte tarda.

Per curiosità chiesi a Cristiano quanto era costata la cerimonia. Quindici euro per le spese di registrazione. A Milano, e forse ovunque, se vuoi, ti sposi con nulla. Dunque forza ragazzi italiani, coraggio. Ci si può sposare gratis. L’unica cosa etica in Italia.

A casa mi rilasso, inizio a leggere i miei libri con cui sto vivendo il mio futuro e Helena mi dice, ma sai che non è finita? In che senso, chiedo io. Il vero matrimonio con tutti i festeggiamenti per gli amici, avverrà il 6 di settembre, tra due mesi, nella loro casa di via Durini.

Il vestito Dior: generoso e affettuoso omaggio di Maria Grazia Chiuri
E io caddi veramente dalle nubi. Allora lo stress, che avevo vissuto faticosamente e in silenzio con tutti per tre giorni per preservare il segreto e sperando che non mi prendesse un colpo, durerà ancora due mesi? E così fu. Non auguro a nessun padre, ancorché avanti con gli anni, di vivere una vigilia matrimoniale così complessa per due mesi. Ovviamente tutti i nostri programmi di vacanze (Praga, Versilia) saltarono o quasi. Mentre Gea e Cristiano festeggiavano il loro matrimonio prima a Ibiza poi in barca in Grecia con gli amici Marzotto, io e Helena a boccheggiare a Milano. Però nel frattempo Gea aveva trovato il tempo per correre prima con Cristiano, poi con Helena a Parigi per le misure di un vestito da Dior, generoso omaggio della incomparabile direttrice Maria Grazia Chiuri.

E noi a Milano, che se hai l’aria condizionata in estate è straordinaria (Milano lo è sempre straordinaria, debbo ammettere, lo è sempre stata, con qualsiasi amministrazione, qualsiasi stagione e qualsiasi ospite: non conosco una città più aperta e generosa di Milano. Purché tu abbia voglia di fare, Milano realizza i tuoi sogni. E chi dice che Milano sia razzista è un disinformato. Io nel 1971, migrante da Roma, sono stato accolto con affetto da tutti e tutti si sono adoperati per aiutarmi).

Gea e Cristiano subito dopo la cerimonia nuzialie. Foto Daniele Fragale.
Gea e Cristiano subito dopo la cerimonia nuziale. Foto Daniele Fragale.

Goethe: Le sofferenze del venerabile Werther
I nostri ragazzi tornano a Milano solo una settimana prima della festa di matrimonio. Festa organizzata per tutti i loro amici, per loro stessi e per noi, sotto i portici della loro storica abitazione di Palazzo Caproni in via Durini, in un contesto scenografico quasi rinascimentale. Ma anche sobrio e senza alcuno sfarzo. Una atmosfera molto spirituale con un magico tocco poetico di Emily Dickinson in ogni tavolo. Proprio l’opposto dei Cesaroni. Ma non vi dico le emozioni di quella settimana, tra la scelta della torta, una consulta dal fioraio per il bouquet, la selezione per il catering, l’assegnazione dei posti a tavola. Questa fu la cosa più difficile e rischiosa (anche se tutto ciò vissuto non direttamente ma attraverso le apprensioni di Helena). E poi vedere mia figlia che scendeva da sola, con grande eleganza le scale di Palazzo Durini con il vestito di Dior, ed io ad attenderla nel cortile, per accompagnarla goffamente dal suo sposo, ragazzi, è stata l’esperienza più bella e atroce della mia vita. Il mio cuore scoppiava e non rispondeva più ai comandi e in quel momento, lo giuro, pensai con terrore al nudo che scendeva le scale e alla sposa denudata dagli scapoli di Marcel Duchamp. Questa maledetta deformazione professionale non si arrende mai. Per fortuna gli scapoli erano amici gentili e il tragitto fu breve perché Cristiano, in agguato dietro una colonna e con una destrezza da far invidia a Romolo, mi rubò mia figlia per sollevarla in braccio come una piuma. E il mio calvario di salice piangente terminò subito lasciando il posto ad un sano e senile pianto liberatorio. Poi, sempre in braccio a Cristiano, Gea fu condotta sul ponticello che attraversava il laghetto con le carpe giapponesi e che collega al gazebo della loro casa. Sul ponticello, proprio sopra le carpe rosse, c’era l’officiante con la fascia tricolore, il loro amico Ferdinando Businaro, molto professionale e che io scambiai per il Sindaco Sala, che con una cerimonia semplice e di grande effetto, nelle luci della sera, dopo la lettura e le domande di rito, li dichiarò marito e moglie. Con esplosioni di gioia e commozione di tutti.
Poi dopo mille abbracci e baci per tutti da parte di tutti, a tavola con una musica strana scelta da Gea. E subito entra in scena con una performance la nuova stella newyorkese della musica giovane, Zsela, appena arrivata dalla grande mela. Quindi la cena per la gioia di tutti. Ma per me la festa era finita. Non ascoltavo la nuova stellina Zsela né fui attratto dal catering di Alemagna né dalla torta gigantesca assaltata da tutti. La mia testa era altrove e il mio cuore si era fermato. Al momento in cui Cristiano mi aveva strappato Gea dalle mani per sollevarla come un papillon. E allora, in un angolo semibuio del porticato, mentre tutti erano attratti da Zsela e dal catering, pensai con rassegnazione al grande Salvatore Quasimodo:
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
ed è subito sera.

Giancarlo e Helena, commossi e felici dopo la cerimonia. Foto Daniele Fragale.
Giancarlo e Helena, commossi e felici dopo la cerimonia. Foto Daniele Fragale.

Commenta con Facebook

leave a reply

*