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Addio Comandante. Giancarlo Politi ricorda Germano Celant

Germano Celant Germano Celant
Germano Celant. Questa foto, esemplare, mi ricorda Marlon Brando ne Il Padrino. (Photo by Giuseppe CACACE / AFP)

In ricordo di Germano Celant: il critico miliardario ma più bravo di tutti nell’ultimo secolo

Ho letto in questi giorni agiografie improvvisate e agghiaccianti su Germano Celant, scritte da critici (donne e uomini), che forse volevano onorare post mortem il grande Germano ma che in realtà con la loro edulcorazione letteraria ne hanno falsato l’immagine e la metodologia. La quale metodologia è invece parte determinante (e più interessante) del suo lavoro, più della sua scrittura asciutta e delle sue intuizioni (peraltro geniali).

Germano è stato ottimo critico, dalla scrittura concentrata e diretta, direi genovese, che vuol dire scrittura un po’ avara di parole ma densa di significati: mi fa venire in mente il grande e spigoloso poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, maestro di Eugenio Montale, per cui ogni parola rappresentava l’ultimo respiro. Già negli anni Sessanta nessuno scriveva in modo chiaro, funzionale e diretto come Germano in un’Italia malata di retorica accademica e di pseudo letteratura (popolo di poeti), compresi i grandi, cioè Venturi, Longhi, Ragghianti, Cesare Brandi, Giuliano Briganti, ma anche i successivi sulla scena, eredi di retorica e di letteratura da bar, Achille Bonito Oliva e Renato Barilli, al punto da farmi pensare, successivamente, che Germano sia stato influenzato dall’anti retorica di Harold Rosenberg, che invece non poteva conoscere perché ignorava l’inglese e la fama di Rosenberg né i suoi libri erano arrivati in Italia. O forse lui li aveva annusati in qualche modo.

Esiste una scritture ligure, asciutta e funzionale?

Ma forse esiste una tradizione di scrittura genovese o ligure che io ignoro e che vorrei riscoprire. Avara di parole ma densa di concetti?
Io incontro un imberbe Germano Celant nel 1963 (pensate un po’, lui aveva appena 23 anni, io uno di più) a Boccadasse, alla Galleria del Deposito, presentatomi da Eugenio Carmi, artista e animatore della cultura genovese degli anni ’60. Germano, fresco maestro elementare, insegnava in una scuola privata per arredatrici, a Genova. Ricordo che era molto legato a quel lavoro, unica sua flebile risorsa, in attesa di diventare maestro di ruolo nelle scuole di stato, come lo era già il suo magister Plinio Mesciulam, insegnante mito di molte generazioni di genovesi doc. E poi, Germano mi confidava, che l’insegnamento alla sera gli permetteva una totale libertà, anche di viaggiare, durante il giorno.

Per i più giovani dovrei aggiungere che la Galleria del Deposito, fondata da Eugenio Carmi, rappresentò in quel momento il centro di fermenti culturali unici in Italia (arte cinetica, concreta, razionale, poesia visiva, Ana Etcetera). Eugenio Carmi, persona geniale, pittore di buon livello e art director dell’Italsider, allora il primo stabilimento siderurgico italiano, aveva visto in Yugoslavia il famoso laboratorio di serigrafie di Bruno Horvat, che per per noi italiani era una novità.

La Galleria del Deposito di Boccadasse, una esperienza esemplare

E così, con una cordata di amici, volle aprire una piccola galleria con laboratorio serigrafico a Boccadasse, dove lui aveva lo studio. Ricordo che lo spazio della galleria era piccolo, diciamo 5 metri per quattro, ma sul retro aveva un laboratorio dove aveva installato un telaio per la stampa serigrafica. E Carmi, assistito anche da Paolo Minetti, nominato Presidente della Coopertiva, con le sue relazioni anche internazionali, il 23 novembre 1963 inaugurò la galleria con una mostra di quadri blu e con opere di Max Bill, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Enrico Castellani, Marc Chagall, Piero Dorazio, René Duvilier, Lucio Fontana, Sam Francis, Getulio Alviani, Gottfried Honegger, Achille Perilli, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato e Victor Vasarely.

Per Genova ma anche per l’Italia dell’epoca fu un evento straordinario perché mi pare che tutti gli artisti, ad eccezione di Marc Chagall, parteciparono. In una notte, la negletta Boccadasse era diventato l’ombelico dell’arte in Italia. Eugenio Carmi, con la collaborazione volenterosa di alcuni amici e con una idea un po’ visionaria, riuscì, in quel buco di fronte al mare, a realizzare una mini Bauhaus, realizzando serigrafie, multipli, foulard, vassoi, gioielli. E anche 38 mostre personali di tutto rispetto (Gianni Colombo, Max Bill, Lohse, Lucio Fontana, Vasarely, Arnaldo Pomodoro, Alviani, ecc.). Ma si sa, erano altri tempi, in cui il piacere di esporre (compreso il grande Lucio Fontana, che accettava qualsiasi proposta pur di esporre e parlare con la gente e magari corteggiare una nuova ragazza) era superiore a quella del guadagno. Il rapporto economico tra artista e galleria, soprattutto con una cooperativa come la Galleria del Deposito, non esisteva. L’artista era solo felice di concedersi ed essere accettato. Non ho mai sentito Max Bill dirmi di aver venduto un quadro. L’idea della vendita era una totale utopia.

Max Bill, Concerto jazz per l’inaugurazione della Galleria del Deposito, 28 luglio 1964.

Germano Celant ed Eugenio Battisti. Un amore mai sbocciato

Questo era il contesto culturale in cui si è formato Germano Celant. Lui da sempre abitava in Salita Oregina, già piena di libri e di cataloghi che salendo le scale sembravano caderti addosso. Ma ogni giorno era a Boccadasse, ad incontrare qualche artista. E proprio a Boccadasse, nell’angusto spazio della Galleria del Deposito, conobbe anche Eugenio Battisti ma di cui non fu mai allievo, come le sue biografie riportano (compreso il poco attendibile Wikipedia, forse alimentato dallo stesso Celant).

Anche perché Eugenio Battisti ha frequentato Genova solo per un anno e mezzo, (dalla fine del 1963 agli inizi del 1965) e da dove fuggì ben presto, perché la cattedra a lui promessa e dove tenne solo qualche lezione, fu assegnata ad altri dalle baronie universitarie. Ma creativo com’era fece in tempo a fondare Il Marcatré con le varie sezioni affidate a Gillo Dorfles (arte), Edoardo Sanguineti (letteratura), Umberto Eco (estetica), Paolo Portoghesi (architettura) ed Enrico Crispolti (arte). Di Germano Celant nessuna traccia. Vi scrisse solo qualche breve testo. Anche se Germano dichiarava di essere uno stretto collaboratore di Marcatré e di Battisti, che andava spesso ad attendere alla stazione di Brignole in arrivo da Roma.

Germano ha conosciuto Eugenio Battisti ma non é mai stato suo allievo, anche perché Eugenio Battisti era molto errabondo (infatti da Genova andò ad insegnare in Pennsylvania, negli USA): e Germano si laureò molti anni dopo, forse verso i cinquanta o sessanta e me lo raccontano intimidito cercando l’anonimato, perché lui già molto noto anche internazionalmente come critico, si sentiva a disagio a contatto con laureandi poco più che ventenni e docenti che potevano essere suoi allievi.

Io, grazie al Deposito ma anche per interessi comuni, restai sempre in contatto con Germano. Infatti lui collaborò a Flash Art, come corrispondente da Genova sin dal primo numero.

E poiché dal 1964/65 frequentavo abitualmente Torino, con lunghi soggiorni, ci incontravamo quando lui arrivava da Genova. In tal modo ho assistito in prima persona alla nascita dell’Arte Povera e ai suoi sviluppi e alle strategie sottili e autoritarie definite per emergere. Sinceramente non ho mai conosciuto alcuna persona intelligente e abile come Germano, con la sua determinazione nell’affermare se stesso, la sua filosofia, il suo gruppo. La sua caparbietà mi ricorda Metternich che per studiare di notte teneva i piedi in una bacinella di acqua fredda per non addormentarsi.

Nel 1967 Germano non conosceva la lingua inglese, se non qualche frase all’italiana. Ma avvertivo un suo desiderio feroce di apprenderla e bene per ragioni professionali.

Io, Germano e Umberto Eco a New York

Nel 1968, io, lui e Umberto Eco fummo chiamati alla New York University, per quelle che si chiamavano lectures, piccole conferenze davanti ad una platea di studenti che poi ci ponevano delle domande. Eravamo stati tutti e tre invitati da una docente italiana, direttrice dei programmi sull’Italia. Compenso 150 $, mi pare compreso il viaggio ed escluso il soggiorno. Io e Germano, lui sull’Arte Povera, io sull’arte italiana del dopoguerra, non possedendo l’inglese, leggemmo la nostra lezioncina, mentre mi pare che Umberto parlò direttamente in inglese. Il bello arrivò quando gli studenti ci posero le domande in inglese. La nostra povera tutor che ci aveva invitati, dovette fare tutto lei. Tradurre la domanda e dare la risposta.

Ma quell’episodio incendiò la fantasia di Germano. Perché non farne una professione? E così diventò il conferenziere dell’Arte Povera a 150 $ per ogni incontro. Ma per lui divenne un vero lavoro a cui si appassionò e il 1968 e parte del 1969 li trascorse in USA, tra un college e l’altro, annunciando la lieta novella dell’Arte Povera. In paesi sperduti dell’immensa America. Sai, un giorno mi disse, ho trascorso quasi un anno negli USA, mettendo insieme i vari inviti, a costo zero. Anzi guadagnando qualcosa. Ma soprattutto ho imparato l’inglese. E io lo immaginai, rannicchiato su piccoli aerei che lo portavano da uno stato all’altro e da un college all’altro e dove non respirava per non consumare l’aria. Lui con me andava orgoglioso (giustamente) del suo essere genovese e dunque gran risparmiatore. Sino a rasentare l’avarizia. Parlandone però come di una grande qualità. Ma lui soffriva fisicamente a dover spendere, eccetto per i libri, che comperava a quintali.

E così Germano, dopo aver pubblicato il suo manifesto Appunti per una guerriglia su Flash Art, iniziò con modestia ma con una determinazione feroce la sua scalata al successo. Successo determinato da grandi mostre, in primis Conceptual Art, Arte Povera, Land Art, nel 1970 a Torino, mostra incredibilmente visionaria per quei tempi. Ah, già, avevo dimenticato di dire che durante tutti i suoi numerosi viaggi per conferenze, Germano cercava sempre di fare scalo a New York, coltivando amicizie importanti, tra cui Walter De Maria e Carl Andre, due colonne dell’arte concettuale e suoi riferimenti in USA.

Germano, in ogni sua tappa non trascurava mai alcun incontro che poteva aiutare e migliorare il suo lavoro. La grandezza di Germano era determinata dal fatto che quasi mai lui cercava il compromesso: lui voleva realizzare un suo progetto sempre al meglio sia se si trattava di una mostra o di un libro. O di una semplice conferenza. Nessun dettaglio era sottovalutato.

Un giorno arrivò da me in redazione a Milano, accompagnato da un grafico, Franco Mello, veramente bravo e professionale. Germano mi portò un suo articolo Record as Artwork, (Dischi come opere d’arte): Giancarlo, ecco un mio testo molto importante. So che tu non mi puoi retribuire ma ti chiedo di pubblicare questo articolo secondo la grafica di Franco Mello. Si trattava di un articolo di due pagine, con un carattere completamente diverso da Flash Art, un Times mi pare e alla fine, grande come una montagna, Copyright Germano Celant. Nel contesto della rivista l’articolo di Germano si staccava da tutti per la sua atipicità e originalità. Al momento ne fui contrariato, ma poi capii che Germano non voleva essere confuso con gli altri collaboratori. E l’apprezzai.

Daniel Buren, Invito alla mostra presso Saman Gallery, 23 febbraio 1979.
Daniel Buren, Invito alla mostra presso Saman Gallery, 23 febbraio 1979.

Nasce la Saman Gallery

Nel 1972, insieme alla sua fidanzata di allora, Ida Gianelli, che sembrava sua sorella, sempre abbronzatissima e vestita anche lei sempre di nero ma determinata come lui, aprirono a Genova una galleria molto propositiva, la Saman Gallery, che per alcuni anni tenne la scena non solo a Genova. Con mostre di Daniel Buren (esemplare), Sol LeWitt, Joseph Kosuth, Rebecca Horn, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, ecc.

Ma la caratteristica di questa galleria, a dimostrare la genialità di Germano e le sue capacità imprenditoriali, fu che era finanziata totalmente (stipendi, affitto, mostre, trasporti, ospitalità) dal generoso Rinaldo Rotta, storico gallerista commerciale di Genova che fu convinto da Germano ad aprire uno spazio propositivo, per crearsi prospettive future, essendo il Rotta legato soprattutto al Novecento italiano, che però sapeva trattare come pochi.

Ma al povero Rinaldo Rotta fu addirittura proibito l’accesso in galleria perché ne avrebbe deturpato l’immagine. Pensa, mi diceva quasi piangendo, non posso nemmeno entrare in una galleria che finanzio completamente io. Il bagno di sangue di Rinaldo Rotta continuò per alcuni anni ma poi esausto e frustrato, una mattina chiuse i rubinetti e della gloriosa Saman Gallery rimase solo il ricordo. Ma Germano riuscì subito a inserire Ida Gianelli a Palazzo Grassi e poi, suo grande capolavoro di potere e diplomazia, a dirigere il Castello di Rivoli.

Infatti Germano non ha mai abbandonato le collaboratrici fedeli e recentemente, con un altro colpo d’ala magistrale, ha piazzato, esautorando l’esecutore testamentario Piero Mascitti, una sua brava collaboratrice a capo della Fondazione Rotella, con uno stipendio da capogiro. E anche a tutte le altre collaboratrici (mai collaboratori, mi sembra) forse sottopagate da lui ma a cui lui affidava incarichi esterni ben remunerati (piccole mostre, cataloghi, presentazioni, ecc.).

Una collaborazione da 750 mila euro

Ma altrimenti faraoniche le sue pretese economiche, poiché lui si sentiva il Faraone dell’arte. Io sono un Monumento, così lo sentii autodefinirisi un giorno alla Fondazione Prada, mentre parlava con un gruppo di curiosi. E infatti lo era. Resterà nella storia per molto tempo la sua parcella di 750 mila euro per una collaborazione all’Expo di Milano con la mostra Arts & Foods. Ma ho sentito rare proteste dagli intellettuali italiani e milanesi (a parte il coraggioso Demetrio Paparoni), soprattutto dai giovani (e meno giovani) critici che percepiscono 1.500 euro per curare una mostra.

E se si pensa che il Direttore della Biennale di Venezia, per un lavoro di due anni, percepisce 120 mila euro, si evidenzia la differenza. Non vi rivelo le cifre che Germano chiedeva per i suoi cataloghi sugli artisti. Considerato da tutti il Re Mida, sembrava bastasse avere un catalogo firmato da lui per avere lo stesso successo commerciale di Manzoni. Invece mi pare che nessun catalogo da lui firmato ha alimentato un forte mercato. Ma tutti i cataloghi, dico tutti, ragionati e no, che ha firmato Germano Celant, sono costati agli artisti, o a chi per loro, cifre iperboliche. Non fatevi ingannare da chi vi dice che Germano per lui ha lavorato gratis.

Per Germano il lavoro doveva essere retribuito, soprattutto il suo, che lui considerava unico. Le sue prestazioni non avevano prezzo. E aveva ragione, anche se poi i suoi cataloghi non hanno generato quel successo che tutti si aspettavano: Carla Accardi, Emilio Vedova, Mimmo Paladino, Mimmo Rotella, Michele Zaza, Emilio Isgrò, Kounellis, Mario Nigro, Giosetta Fioroni, Marco Bagnoli e tanti altri che non ricordo. Di Piero Manzoni non parliamo. Lui ha contribuito a crearne il mito e ne ha giustamente goduto i frutti. Il solo catalogo per cui non ha preteso nulla è stato quello sul gallerista Franco Toselli con straordinarie foto di Giorgio Colombo. Ma certamente Germano ha trovato uno sponsor che ha sostituito Toselli.

Si può dire che Germano Celant sia stato il curatore più ricco del mondo? Certamente e senza ombra di dubbio. E meritatamente, dico io. Lui è stato come un grande allenatore di calcio, che ora arrivano a guadagnare più di un famoso calciatore, mentre sino a pochi anni fa, l’allenatore guadagnava come il massaggiatore.

Germano è riuscito ad elevare il ruolo di critico e curatore a livelli inimmaginabili (la sua collezione d’arte è più importante di quella di qualsiasi museo italiano di arte contemporanea): tanto di cappello amico Germano, anche se dietro di te hai lasciato il vuoto. Ma tu sei stato un capitano d’azienda esemplare, hai elevato il tuo lavoro al livello dei manager più apprezzati e richiesti al mondo. Chi più dopo di te?

Fondazione Prada, Milano.

Germano Celant e Prada

Esemplare è stata la collaborazione con la Fondazione Prada. Lui da dietro le quinte e senza smargiassate, è stato il regista occulto e accorto del miglior museo italiano, uno dei migliori in Europa. Credo che il suo contributo, insieme all’occhio vigile e selettivo e ambizioso di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, sia stato determinante.
Programmi e mostre ad altissimo livello, rigore filologico mai visto in Italia, sguardo a 360°. Collaboratori di estrema qualità, da qualsiasi parte arrivassero. E senza mai tradire la sua natura di osservatore dell’arte rigoroso e spigoloso. Il ricordo di Germano Celant, il Genovese, dovrebbe diventare una scuola per giovani smarriti nell’arte. Come dal nulla si conquista il mondo. Con intelligenza, cultura, passione e una determinazione e ambizione smisurate. Con queste qualità tutto è possibile.

La sua mostra sui Post Futurismi da Prada ha rappresentato un evento unico, irripetibile. La più bella mostra che nella mia lunga vita di osservatore abbia mai visto, con opere rare e sofisticate, letture trasversali e parallele, documenti eccezionali, confronti da brivido per chi ama l’arte. Mi spiace per chi l’ha perduta. Una mostra così non si vedrà mai più.

Io ho sempre apprezzato Germano Celant, anche se il suo carattere spigoloso e autoritario, l’estrema considerazione di se stesso, lo rendevano antipatico a tutti. Ma se sapevi leggere, dentro questo Superuomo c’era un uomo cinico e spietato, uno squalo come si direbbe oggi, ma con le qualità e la cultura razionalistica di questo secolo come nessun altro.
Purtroppo dopo di te, caro Germano, il diluvio.

Dopo i virologi, una nuova categoria all’orizzonte: artisti e critici politologi

In queste settimane sono apparsi sulla scena, alla stregua dei virologi, sino a ieri sconosciuti, una nuova categoria di protagonisti: gli artisti e i curatori politologi. Che urlano, gridano, dettano programmi e soluzioni! Come gli statisti più consumati.
Ora finalmente, alle prossime elezioni sapremo, dopo queste testimonianze di professionalità, per chi votare.

Renato Barilli (a sinistra) e Achille Bonito Oliva (a destra).

Renato Barilli non si arrende

Complimenti a Renato Barilli, che malgrado il pensionamento di lungo corso, non si arrende. Ogni tanto dalla sua Bologna dà colpi di coda che vorrebbero lasciare il segno.
È ora il caso di alcuni consigli non richiesti, dalle colonne di Artribune, a Cecilia Alemanni, direttrice della prossima Biennale di Venezia.
Cecilia, oltre ad essere una ottima critica e curatrice, che con Massimiliano Gioni costituisce una coppia planetaria, opera da un osservatorio assolutamente privilegiato, in cui basta affacciarsi dalla finestra per avvertire l’aria dei nuovi trend, degli artisti dislocati in Groenlandia o nella terra del Fuoco che stanno emergendo. Siamo noi poveri italiani che abbiamo bisogno di consigli, non certo chi vive a New York.

In quanto a Renato Barilli, dopo aver soffocato la situazione culturale a Bologna per trent’anni, tarpando anche le ali anche alla ottima Francesca Alinovi, che avrebbe potuto diventare una vera critica e curatrice se non fosse stata condizionata da Renato che l’ha ridotta ad una critica bolognese. Non posso, Renato non vuole, mi diceva spesso. Anche il larvato tentativo di una mostra di artisti italiani a New York, da Holly Solomon, è dovuto passare sotto le forche caudine di Renato. Il risultato? Tortellini bolognesi in brodo e occasione svanita nel nulla. Anche il povero Roberto Daolio, persona sensibile e promettente, è stato soffocato dall’onnipotente Barilli.

Purtroppo i nostri anni ’80 sono stati dominati oppressivamente da due personaggi troppo invasivi e autoritari: Achille Bonito Oliva e Renato Barilli, disinvolti e spregiudicati protagonisti dell’arte italiana, che grazie a loro è rimasta al palo, denutrita e solitaria. Tutta Bologna e parte del Nord erano impestati di Nuovi Nuovi e da Bologna in giù da transavanguardisti senza fiato né convinzione. Ma tutti costretti a seguire le direttive dei due ras dell’arte italiana.
E ora il Barilli, dopo una folgorante carriera oppressiva sull’arte a Bologna e dintorni, si permette di dare consigli ad una giovane curatrice molto più esperta, colta ed informata di lui. Complimenti Renato. Apprezzo la tua forza e capisco come tu sia riuscito a mettere la camicia di forza ad una città creativa come Bologna. Senza neppure accorgerti del genio di Andrea Pazienza. Ma riproporre un’arte padana oggi, come tu auspichi, mi sembra fuori luogo. Te lo direbbe anche il tuo maestro Arcangeli.

 

Per scrivere a Giancarlo Politi:
giancarlo@flashartonline.com

 

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