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Macchiati Serafino 1861 – 1916

Inserito in ARTISTI, LE FIRME DEI PITTORI ITALIANI DELL'OTTOCENTO

Macchiati Serafino

Serafino Macchiati (Camerino, Macerata, 1861 – Parigi, 1916) è stato un pittore italiano.

Biografia

Nacque a Camerino il 17 genn. 1861 da Primo, insegnante, e da Venanzia Bartoloni.

Costretto sin da bambino a seguire gli spostamenti della famiglia, visse in Emilia, nei dintorni di Napoli e infine, nel 1880, a Roma, suo luogo di residenza fino a fine secolo.

Nel frattempo si era fatto conoscere “a sedici anni, con bozzetti di cartellini policromi per bottiglie di liquori, graziosamente decorati di fiori e di frutta”, aveva realizzato “un piccolo quadro di monache”, che espose nel 1879 alla mostra annuale della Promotrice di Bologna, e, grazie alla mediazione di L. Busi, era entrato nella scuola del nudo presso l’Accademia felsinea di belle arti.

A Roma il giovane Macchiati entrò in contatto con G. Balla, U. Boccioni, D. Cambellotti, Sibilla Aleramo e altri intellettuali fortemente affascinati dal mito del progresso; con loro fece lunghe ricognizioni nella campagna romana con occhio rivolto alla situazione contadina.

Tali presupposti gli avrebbero consentito, in Francia, una profonda amicizia con lo scrittore socialista H. Barbusse.

Del periodo romano si conoscono, tra le altre cose, qualche scena domestica e alcuni ritratti.

Appartiene a quegli anni Interno di chiesa (1888: Milano, Civiche raccolte del Castello Sforzesco), vivido acquerello che propone l’incedere di una piccola processione e la vibratilità dell’atmosfera, anche grazie alla lama di luce che taglia la chiesa da destra: sembra di scorgervi qualche eco del Voto di F.P. Michetti esposto proprio a Roma nel 1883.

Meritevole di nota è anche l’Autoritratto del 1890 (Milano, collezione Banzatti), caratterizzato da pennellate rapide e pastose, che non descrivono nel dettaglio eppure restituiscono una perfetta fisionomia nel ricomporsi dei colori.

Tuttavia  incapace di cedere alle lusinghe di un gusto facile o all’imperante simbolismo di matrice dannunziana allora dilagante, confortato da un’indole incline al realismo pittorico, proprio sul finire del secolo scelse di dedicarsi fondamentalmente ad altro.

Dapprima alla cartellonistica pubblicitaria assieme con Balla, poi prevalentemente all’illustrazione di libri e riviste italiani.

In quegli anni, infatti, collaborò con Sonzogno e i Fratelli Treves di Milano; nel frattempo sposò Paolina Brancaleoni, che gli avrebbe dato due figli: Giuseppe e Umberto.

Certamente l’occasione che gli diede la notorietà fu la sua attività di disegnatore per le pagine della Tribuna illustrata (1892-96).

Per la Tribuna produsse numerose scene, perlopiù illustrazioni di brani letterari tratti dai racconti che il giornale pubblicava a puntate (tra gli autori L. Capuana, E. Scarfoglio, S. Di Giacomo, A. Fogazzaro e L. Pirandello).

Assai disinvolto nel padroneggiare la tecnica dell’acquerello e della penna, si qualificò subito come testimone d’eccezione della modernità dei tempi, dando luogo a figure eleganti, aggraziate e delicate senza mai cadere nell’affettazione o nella leziosità.

Nel 1898 fu chiamato a Parigi dall’editore Lemerre, che nell’arco di un biennio gli diede da illustrare quattro romanzi di P. Bourget; essi, seppur oggi definiti “facili romanzi per le casalinghe del tempo”, gli diedero modo di dispiegare la propria abilità nel rappresentare con esattezza gli stati d’animo dei personaggi attraverso l’esaltazione delle espressioni facciali e la minuziosità delle ambientazioni.

A Parigi non gli mancarono gli affetti: conobbe la modella Marie (detta Mie), che sposò in seconde nozze nel 1900, e nella casa di Fontenay-aux-roses diede ospitalità all’amico Balla, allora in difficoltà, che convinse a disegnare etichette per la nota ditta torinese Moriondo e Gariglio.

Nuovi editori richiesero la sua firma: in primo luogo Hachette, ma soprattutto Fayard, che gli consentì di misurarsi con testi di maggior pretesa culturale, quali Lettres de femmes, Le mariage de Julienne, Le moulin de NazarethNimba, tutti di M. Prévost.

In Francia riprese a dipingere, spinto dall’amore mai sopito verso la natura, in quei luoghi ravvivato dalla cultura impressionista.

Sebbene il suo stile si qualificasse come divisionista, sembra che egli non avesse abbracciato gli aspetti ideologici del movimento mantenendo “una impronta italiana [(] nella malinconia dei tramonti, nella vibrazione degli alberi in primavera, nel piacere romantico degli orizzonti” (De Grada – Frezza Macchiati, S. M. pittore).

Fu per queste caratteristiche che V. Grubicy, vedendo le sue tele, spinse il fratello Alberto a coinvolgere il Macchiati nella grande mostra organizzata presso la galleria parigina di famiglia.

L’olio Camilla dans le jardin (Milano, collezione Nuvolari), databile ai primi del Novecento, non conosce le nebbiose atmosfere divisioniste, ma anzi brilla di una luce giocata sulle nuances del verde, mentre le pennellate, brevi e fitte, suggeriscono il moto con risultati analoghi alle coeve ricerche di Balla.

Maggiore contrasto cromatico si osserva nel Paesaggio del 1903 (Bologna, Galleria d’arte Bottegantica), giocato sui toni del rosso, del viola e dell’arancio; mentre in La charrue abandonnée (1903: Voghera, collezione Bellini) in qualche modo fa suoi lo stile e la poetica di F. Millet: nella desolazione dell’aratro in mezzo a un campo v’è forse la rievocazione del peregrinare nei dintorni di Roma in cerca di testimonianze sulla faticosa vita degli abitanti della campagna.

Tuttavia il suo merito maggiore resta quello di aver contribuito alla valorizzazione dell’illustrazione come mezzo di diffusione dell’arte e del costume.

All’inizio del Novecento iniziarono per lui nuove collaborazioni: con l’editore Lafitte, che gli diede un maggiore successo editoriale, con la tedesca Illustrierte Zeitung di Lipsia e coi rotocalchi francesi Figaro illustré (1902-03) e Je sais tout (1905-16).

Il legame con le case editrici italiane perdurò anche mentre il Macchiati era all’apice del successo.

Si ricordano sia le tavole per la Divina Commedia novamente illustrata dei Fratelli Alinari (Firenze 1902-03, poi ampliata e riedita nel 1922) sia l’uscita, nel 1913, dei Racconti di Natale di Cordelia (Virginia Tedeschi) per i tipi di Treves, con figure sue, di G. Colantoni e di E. Dalbono, noto illustratore di fiabe per ragazzi.

Partecipò a importanti rassegne, soprattutto italiane. A Roma, all’esposizione “Bianco e nero” organizzata dalla Società degli amatori e cultori inviò un’illustrazione e alcuni acquerelli a monocromo, meritando l’apprezzamento del critico V. Pica, che su di lui avrebbe in seguito scritto in più occasioni sempre in termini elogiativi.

Qualche anno dopo, nel 1908, fu tra gli espositori invitati alla I Biennale romagnola d’arte, tenutasi a Faenza e sempre dedicata al bianco e nero, in cui presentò La visione La mano della scimmia.

Considerato tra i più importanti artisti italiani in Francia dopo G. De Nittis e F. Zandomeneghi e tra i più rilevanti illustratori italiani a Parigi insieme con O. Tofani e L. Rossi, il 28 aprile 1910 fu insignito da Vittorio Emanuele III del cavalierato della Corona d’Italia.

Morì a Parigi il 12 dicembre 1916.

Nel 1922 la XIII Biennale veneziana (che già nelle edizioni del 1901 e del 1907 aveva visto la sua presenza) allestì una sala interamente a lui dedicata, con la cura scientifica di Pica e di E. Rubino, contenente trentadue dipinti di vario soggetto.

 

Alcune opere:

Couple dans un intérieur (c.1890)

Le couple (c.1890)

Paul Verlaine, Bibi la Purée et Stéphane Mallarmé au café Procope (1890)

Paesaggio (1901)

Paesaggio (1903)

La charrue abandonnée (1903)

Scena spiritica (1905)

Citronelle (1907)

Battelli sulla Senna (1910)

La Senna (1913)

Paesaggio (1914)

Paesaggio in Anduze (1914)

Paesaggio bretone (1915)

Perseo

Bretagna

Scena macabra

La Senna

Ritratto di giovinetto

Paris, remorqueurs sur la Seine

Le chemin ombragé

L’enfant aux yeux bleus

Contadine Bretoni

Il vecchio indiano

Le suprême effort/Pierrot est père

Campo di grano con covoni.

 

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