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Mancini Carlo 1829 – 1910

Inserito in ARTISTI, LE FIRME DEI PITTORI ITALIANI DELL'OTTOCENTO

Mancini Carlo

Carlo Mancini (Milano, 28 febbraio 1829 – Milano, 10  marzo 1910) è stato un pittore italiano.

Biografia

Figlio di Lorenzo e della contessa Lucrezia Barbiano di Belgioioso, nacque a Milano il 28 febbraio 1829.

L’ambiente domestico fu determinante nella formazione del suo carattere e della sua futura attività artistica.

Da un lato il giovane crebbe alimentando un fervido amore per la patria, che nel 1859 lo spinse ad arruolarsi in Piemonte con i volontari in compagnia del fratello Ludovico; dall’altro, fece parte del mondo musicale gravitante attorno alla villa familiare di Merate (G. Rossini, G. Verdi, V. Bellini, G. Donizetti) dedicandosi anche all’esercizio pianistico.

Profonda e duratura fu inoltre la sua amicizia con A. Boito, il quale mise in musica parte del Mefistofele – libretto dello stesso Boito – proprio utilizzando lo strumento a coda del Mancini.

Non si sa in che modo si avvicinò alla pittura di paesaggio, né come si svolse la sua formazione.

Certamente, in data imprecisata, egli compì un viaggio in Bretagna e Normandia, in cui ebbe modo di apprezzare il gusto degli artisti locali e di osservare scenari paesaggistici che avrebbero ispirato alcune tra le prime tele esposte alle rassegne di belle arti a partire dal 1857.

Una lunga tradizione vuole che il M. abbia frequentato l’Accademia milanese; ma tale affermazione non è stata suffragata da alcun documento.

Tuttavia è lecito avanzare qualche congettura. Si sa per certo che la cattedra di paesaggio fu istituita nel 1838 ad personam per G. Bisi, il quale la tenne fino al 1856.

Costui era solito far produrre mensilmente ai suoi allievi alcune “prove” che testimoniassero gli avanzamenti nella loro pratica pittorica.

Allo stesso modo si sa che l’olio del Mancini dal titolo Paesaggio (Milano, Accademia di Brera), datato alla metà degli anni Cinquanta, fu registrato dall’istituzione meneghina proprio come saggio scolastico finale.

Nulla esclude, quindi, che il giovane esordiente abbia potuto avviare un percorso d’apprendimento con Bisi al di fuori dei consueti canali d’istruzione, soprattutto in virtù di una estrazione sociale elevata; il Ritratto di Carlo Mancini (Milano, Civico Museo del Risorgimento) realizzato da Antonietta Bisi, figlia dell’illustre insegnante, potrebbe costituire la prova di un rapporto affatto speciale.

Fu tra coloro che parteciparono attivamente alla riforma della pittura di paesaggio che prese avvio dal capoluogo lombardo alla fine del sesto decennio.

La ricerca veristica all’interno del contesto naturale, col minimo impiego della prospettiva e l’eliminazione quasi completa di figure, trovò terreno fertile nella pittura di G. Fasanotti, G. Valentini, L. Riccardi e L. Steffani, esponenti di un nuovo sentimento della rappresentazione dal vero.

L’orientamento prevalente si dimostrò quello di affidarsi a una struttura compositiva piuttosto semplice, una sorta di via di mezzo tra tradizione e innovazione: natura vera e immediata, ma soffusa di atmosfere tardoromantiche, tenute in vita dagli artisti nordici (R. Van Haanen, J. Lange, A. Achenbach e A. Calame), costantemente presi a modello soprattutto per le ambientazioni dei loro soggetti, così diverse dal paesaggio lombardo.

Nella sua pittura i luoghi rappresentati sono talvolta a lui molto vicini come nel caso di Monti sopra Lecco (collezione privata), maestoso scenario montano dipinto all’inizio degli anni Sessanta.

Ma è con le reminiscenze paesistiche della Normandia che l’artista si fece conoscere al pubblico e agli intenditori.

Fattoria presso Yport (Milano, Accademia di Brera) fu esposto alla rassegna braidense del 1862, suscitando apprezzamenti positivi: non soltanto fu acquistato dal ministero della Pubblica Istruzione per 800 lire, ma garantì al Mancini l’aggregazione all’Accademia in qualità di socio onorario.

Nonostante le cattive condizioni della tela si nota la sua attitudine  a realizzare come sempre una pittura “fedelmente oggettiva ed analitica fino allo scrupolo”.

Ma se è vero che l’artista non va annoverato tra quanti si distinsero per abilità inventiva, rispondendo invece al gusto non troppo esigente di certa parte del collezionismo d’allora, nondimeno va rilevato che all’epoca i suoi dipinti erano “per la solidità della costruzione, per il rigore del disegno [(] superiori a pressoché tutti quelli dei paesisti della sua generazione”.

All’Esposizione torinese del 1863 scelse di presentare Fattoria in Normandia (Torino, Civica Galleria d’arte moderna), donato alla città nel 1880 dal ministero della Pubblica Istruzione, che lo aveva acquistato per la cifra di 700 lire.

Nello stesso anno le sale di Brera ospitarono la rassegna di belle arti, cui partecipò con un’opera considerata oggi tra le migliori, Ave Maria della sera (Milano, Accademia di Brera), della quale esiste una versione di ridotte dimensioni in collezione privata.

Restaurata di recente, la tela si distingue per il predominare dei toni caldi del bruno e dell’arancio, che caratterizzano l’infuocato tramonto tardoromantico di questo plein air.

Vi si ritrova l’atmosfera silente, e forse troppo statica, già presente nel Paesaggio lacustre con barca (Ligornetto, Museo V. Vela), datato al 1855 circa, in cui il tratteggio regolare del lago appena increspato e la leziosa raffigurazione dei ciottoli in primo piano sono molto vicini ad alcuni esiti di Bisi.

Nel 1867 fu nominato accademico braidense a tutti gli effetti.

Al 1870 circa risale lo splendido scorcio del Lago di Como (collezione privata), ove lo specchio lacustre non è che un pretesto, giacché il grosso della tela è occupato dalle infinite modulazioni formali e cromatiche della parete rocciosa e delle fronde arboree.

La maestria disegnativa del Mancini s’individua nelle cime assolate e nella resa della superficie del Lario, che sembra essere animata da sotterraneo movimento.

L’Accademia di Brera conserva un’altra tela, esibita alla II Esposizione nazionale milanese nel 1872 e donata dal Mancini sette anni dopo, dal titolo Le frane di Bellaguarda presso il Po.

Del medesimo periodo, o di poco precedente, è Lenno (Milano, Museo Poldi Pezzoli), opera proveniente dalle disposizioni testamentarie di I. Delmati Marenzi (1925).

È una mirabile interpretazione della veduta lacustre, giocata sull’asse orizzontale nonostante le piccole dimensioni, nella quale la vegetazione è sempre più accurata e definita da piccoli colpi di pennello.

Nell’ultima fase di attività, infatti, spinse le possibilità disegnative fino alla precisione quasi lenticolare; di rado egli si soffermò nella rappresentazione della figura umana, come nella Veduta di Rezzonico (collezione privata), che però funge sempre da contorno rispetto alla vegetazione circostante dipinta nei colori più brillanti.

Smise di esporre nel 1875, limitandosi a partecipare sporadicamente alle attività dell’Accademia: tra la fine dell’ottavo decennio e l’inizio del successivo, fece parte della commissione permanente cui spettava giudicare le opere destinate alle esposizioni.

Da un lungo viaggio attraverso Regno Unito, Egitto, India, Birmania, Siam e Cina scaturirono alcune centinaia di schizzi vivacissimi e affascinanti, prevalentemente a olio o ad acquerello, che secondo parte della critica costituiscono la sua produzione migliore e che dal 1914 confluirono alla Galleria d’arte moderna di Milano grazie al lascito Delmati Marenzi.

Morì a Milano il 10 marzo 1910.

 

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