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La trattatistica antica e medievale

Inserito in LA TEORIA DEI COLORI

I colori hanno stimolato fin dall’antichità riflessioni sulla loro origine e natura e sul loro ordinamento. I pitagorici chiamano colore la pura superficie dei corpi. Empedocle considera i colori come un’emanazione dei quattro elementi primordiali (terra, aria, fuoco, acqua: giallo, nero, rosso, bianco) che colpisce l’organo della vista. Per Democrito il colore non è una qualità primaria della natura, ma una qualità secondaria frutto di convenzione. Lo stoico Zenone di Cizio definisce i colori «i primi schemi della materia». Platone nel Timeo li considera come particelle che provengono dai corpi sotto forma di un’emanazione simile al fuoco percepita dall’occhio che emana anch’esso luce. Una riflessione più sistematica sul colore si trova in Aristotele nel De sensu et sensibilibus e in particolare nel De coloribus (probabilmente opera di Teofrasto) che, noto attraverso una traduzione latina (1497), diventerà un punto di riferimento per l’umanesimo e la pittura italiana tra Quattro e Cinquecento. In questo trattato viene fissata la contrapposizione tra due colori estremi, il giallo apparentato alla luce e il ceruleo alle tenebre, mentre le variazioni intermedie tra questi due colori dipendono dalla percezione in rapporto allo schiarimento o all’addensamento dell’aria. Nel mondo romano una catalogazione delle qualità intrinseche dei materiali cromatici (terre, crete, marmi e pietre preziose) si trova nella Naturalis historia (lib. xxxv) di Plinio il Vecchio. La riflessione sulla natura materiale e teorica del colore prosegue nella trattatistica medievale, che abbonda di ricettari o piccoli trattati: le Compositiones ad tingenda (sec. VIII) un ricettario molto tecnico per addetti dove appare per la prima volta il colore lazure (l’azzurro oltremare di lapislazzuli, più prezioso dell’oro); il De coloribus ed artibus Romanorum (sec. X), un testo in versi latini di un certo Eraclio; la Mappae clavicula (sec. XI), un ricettario segreto che rivela alcune pratiche alchemiche per la fabbricazione di sostanze cromatiche a base di mercurio, arsenico e piombo (cinabro, realgar, minio e biacca), la cui conoscenza è indispensabile per accedere a una scuola o a una bottega; la Universalium artium schedula (sec. XII), attribuita a un certo Teofilo di Bisanzio, una sorta di bibbia per la tradizione scriptorio-miniaturistica. L’importanza di questi testi sta nel fornire non solo le tecniche di estrazione e macinazione delle essenze dei colori, ma anche i segreti per fissarle stabilmente, sostituendo ai fissativi alterabili e impuri del passato (saliva, orina, sterco, sangue) fissativi durevoli come l’olio di noce, di papavero o di lino, e nell’abbracciare non solo la pittura, ma anche l’arte del vetro, del mosaico, delle terraglie, dello smalto e delle miniature. Il dominio segreto della pratica del colore viene infranto con il Libro de l’arte compilato alla fine del Trecento e completato nel 1437 da C. Cennini: è il primo trattato in cui, oltre al ricettario cromatico, si danno consigli di manipolazione dell’oro e dell’azzurro oltremare e in cui pittore si riconosce il primato del pittore che, superando il banale uso delle tecniche, dà corpo al progetto (disegno) che sta nella sua mente. Cennini distingue tra colori come nero, rosso, giallo, verde che hanno caratteristiche di maggiore naturalezza, e colori che presentano insieme caratteristiche naturali e artificiali, come il bianco, l’azzurro oltremare o l’azzurrite, e il «giallorino». Dal punto di vista della simbologia del colore, un testo esemplare di età medievale è il Trattato dei colori nelle arme, nelle livree e nelle divise (detto anche Blasone dei colori) di Sicillo, araldo del re Alfonso d’Aragona; l’opera è alla base di tutta l’araldica dell’epoca, ossia dell’uso dei colori nelle bandiere e negli stendardi dei comuni italiani e nelle insegne dei loro podestà (ai colori astrologici dei pianeti si accostano gli emblemi dell’investitura imperiale o papale).

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