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Minghetti Prospero 1818 – 1882

Inserito in ARTISTI, LE FIRME DEI PITTORI ITALIANI DELL'OTTOCENTO

Minghetti Prospero

Prospero Minghetti (Reggio nell’Emilia, 2 gennaio 1818 – Torino, 17 febbraio 1882) è stato un pittore italiano.

Biografia

Nacque a Reggio nell’Emilia il 2 gennaio 1786 da Giuseppe e da Teresa Mazzacani, proprietari terrieri che si arricchirono con il commercio durante il periodo napoleonico.

La famiglia desiderava che il figlio intraprendesse gli studi di giurisprudenza, ma nel 1804 si iscrisse nella locale scuola per il disegno diretta da F. Camuncoli.

Nel 1806 preferì passare all’Accademia Clementina, ambiente più stimolante e maggiormente aggiornato sulle novità artistiche, animato in quel periodo da una netta contrapposizione tra le scelte del neoclassicismo romano, fortemente invocato dal segretario P. Giordani, e quelle di una estetica più conservatrice, sostenuta dal presidente C.F. Aldrovandi, legata alla grande tradizione seicentesca bolognese.

Si trovò così a vivere l’acceso dibattito accademico: grazie a G.B. Frulli, I.A. Calvi e F. Pedrini, tutti «clementini» convinti, approfondì lo studio dei Carracci e il loro rapporto con l’antico mentre, frequentando l’incisore F. Rosaspina, ebbe la possibilità di studiare e rielaborare i più aggiornati esiti della ritrattistica milanese.

La matrice lombarda, ben individuabile nella resa meticolosa e precisa dei tratti fisiognomici nell’Autoritratto e nel Ritratto di don Andrea Bagnacani (1810-12 circa; Reggio Emilia, Civici Musei), mostra però anche tangenze con il neoclassicismo romano di fine secolo e soprattutto contatti diretti con la dimensione francese, conosciuta forse nel 1802 durante un viaggio d’istruzione a Parigi.

Al periodo bolognese appartiene un ricco corpus di disegni con Studi di nudo a sanguigna, carboncino e gesso su carta in cui il Minghetti, oltre a evidenziare ovvi omaggi alla maniera dei Gandolfi, rivela una timida adesione alla coeva produzione di P. Palagi, soprattutto per quanto riguarda la costruzione dei corpi.

Sempre a Bologna strinse amicizia con T. Minardi; insieme parteciparono nel 1810 al concorso per l’alunnato romano, in cui si impose Minardi.

Già nel 1813 risulta iscritto all’Accademia di Firenze, forse con la mediazione dell’amico Giuseppe Marchelli, giovane architetto chiamato dalla granduchessa di Toscana Elisa Bonaparte a Firenze per i lavori di ristrutturazione in palazzo Pitti.

Gli anni fiorentini contribuirono ad aggiornare il Minghetti sulle posizioni del neoclassicismo francese di fine Settecento: dal 1793 a Firenze risiedevano artisti come L. Gauffier o N.-D. Boguet, F.X. Fabre o B. Gagneraux, ai quali va il merito di aver esportato la grandiosa maniera di J.L. David nelle accademie italiane.

L’assiduo studio della scultura classica, documentato da numerosi schizzi tratti dai marmi esposti nella Galleria degli Uffizi, si riflette così nella S. Maddalena (Reggio Emilia, coll. privata), opera dalla levigata stesura e dal sapore fortemente arcaizzante che testimonia pure l’influenza degli insegnamenti di P. Benvenuti, maestro che il Minghetti sentiva molto vicino alla sua prima formazione.

Rientrato a Reggio nell’estate del 1814, ebbe subito modo di dimostrare le capacità artistiche affinate nel proficuo triennio fiorentino realizzando le decorazioni (di cui si conservano solo numerosi bozzetti nei Civici Musei di Reggio) del soffitto (Il Tempo circondato dalle Ore), della cavea e del sipario (Apollo che ordina alle muse di incoronare i busti di Metastasio, Alfieri e Goldoni) commissionate in occasione della riapertura del teatro di Cittadella.

L’opera (distrutta in seguito da un incendio), che sostituiva la precedente impresa decorativa di G.A. Paglia, riscosse l’unanime consenso e testimoniava l’attenzione del Minghetti verso le novità neoclassiche romane di Minardi in fatto di sipari e anche verso le soluzioni adottate a Bologna dai fratelli Basoli rispettivamente nel teatro Felicini (1807) e in quello Contavalli (1814).

Nel 1816, pur essendo residente a Reggio, fu «per diversi suoi affari domiciliato a Bologna»: al febbraio di quell’anno risalgono le sue nozze con la bolognese Anna Atti, morta prematuramente nell’agosto 1824, che gli diede due figli.

In occasione della monacazione della figlia Maria, dall’aprile 1846 nel monastero cittadino delle serve di Maria Addolorata, dipingerà un S. Francesco De Girolamo.

Nel 1825 sposò in seconde nozze la reggiana Margherita Larioli con la quale ebbe una figlia, Teresa, andata sposa nel 1850 a Domenico Nobili, figlio del famoso fisico Leopoldo.

Dalla fine di febbraio del 1816 si trasferì a Roma, città in cui frequentava, insieme con altri amici reggiani, lo studio di A. Canova.

Al biennio romano (oltre a copie di celebri dipinti contemporanei) appartengono un nutrito gruppo di Studi di nudo che, come i primi esiti di F. Hayez, hanno per soggetto giovani efebici fissati in atteggiamenti di trasognata malinconia a scapito di una precisa resa anatomica; una serie di Scene storiche all’antica (Reggio Emilia, Civici Musei), ispirate alla teatralità di David e ai modelli eroici di Camuccini e alcuni Ritratti e Schizzi di teste con copricapi orientali, tipici esempi di grafica accademica, grazie ai quali si esercitò nella resa delle diverse espressioni dei volti.

Rientrato a Reggio (gennaio 1818), portò con sé il Ritratto di Giambattista Venturi, ma non aveva ancora ultimato il S. Giovanni Battista che predica al popolo (1822; Reggio Emilia, Curia vescovile), pala commissionatagli dalla famiglia Malaguzzi subito dopo le nozze con Anna Atti.

Secondo quanto stipulato nel contratto, la tela doveva essere finita nel 1817 e posta nella cappella gentilizia nel duomo reggiano.

Il dipinto (di cui si conservano diversi disegni e bozzetti preparatori a diverse tecniche, tutti presso i Civici Musei), caratterizzato da uno spiccato neomanierismo, propone, nell’allungamento francesizzante delle figure e nella scelta di una vivace gamma cromatica, soluzioni care all’entouragenazareno e un’idealizzazione sfumata del paesaggio che evoca ancora Minardi.

Proprio nella pittura di paesaggio sembra raggiungere gli esiti più significativi: nei numerosi bozzetti ad acquerello su carta (Reggio Emilia, Civici Musei) egli, concentrandosi sulla luce e sui suoi effetti, abbandona la leziosa maniera descrittiva presente nella resa delle figure e si serve invece di pennellate veloci e sciolte che rendono le sue vedute emozionali e vive, tali da affascinare e influenzare il suo allievo più famoso, A. Fontanesi.

Ancora riferibile agli anni romani perché molto vicina per stile e struttura al S. Giovanni del duomo è la tela incompiuta del Battesimo di Cristo (Ibid.), il cui riferimento principale, l’opera omonima di Annibale Carracci, appare rinnovato dalla luce di intima drammaticità camucciniana.

Per la chiesa reggiana di S. Rocco, su commissione della famiglia Tognoli, eseguì la tela con I ss. Rocco, Bartolomeo e Francesco in ginocchio presso la Vergine (1822; Reggio Emilia, chiesa di S. Francesco).

L’opera, dal tradizionale e consueto schema piramidale di derivazione carraccesca, riprende, nella tipologia dei santi, i prototipi emiliani seicenteschi, mentre la Madonna si rifà a esempi manieristi.

Il ritorno in patria (1819) segnò l’inizio di un periodo di forte impegno costellato da numerosi interventi decorativi in diverse abitazioni cittadine che si affacciano sulla via Emilia S. Pietro: dalla loggia esterna di casa Cugini, con Storie di Bacco (la cui iconografia riprende in parte il fregio carraccesco di palazzo Farnese a Roma), alle decorazioni mitologiche a tempera su muro di diversi ambienti del piano nobile di casa Mazzali, contigua a quella Cugini, ma di molto posteriore (1830 circa), o al più completo ciclo di palazzo Spalletti Trivelli (attuale sede del Credito emiliano, Credem), che si pone come summa di motivi già più volte sperimentati (il Corteggio delle Ore e l’Aurora, dipinto sul soffitto della sala di ricevimento, ricalca quello del teatro Comunale, con riferimento al reniano casino Rospigliosi Pallavicini) con evidenti richiami alla pittura di F. Giani; nell’impresa lavorarono accanto a lui lo scenografo V. Carnevali (autore del salone da ballo con colonne e del salottino con trompe-l’oeil a tendaggi) e C. Crespolani.

Già nel 1832 doveva aver terminato la sala con Storie di Bacco (in cui ripropone brani del fregio di palazzo Cugini), se il podestà Sormani Moretti gli richiese analoga decorazione per la sua abitazione.

Dopo gli interventi nel palazzo cittadino degli Spalletti, fu chiamato a decorare la stanza che si affaccia sul giardino della villa Spalletti Trivelli di Pieve Modolena (post 1832) con tele incassate nel soffitto che hanno per soggetto I trionfi e le ricompense d’amore; tra le Carte Minghetti (donate al Comune negli anni 1934-35 dalla nipote Irene Nobili, vedova Baraccano), esiste una dettagliata e suggestiva descrizione dell’ambiente.

Altre decorazioni sono quelle presenti al piano nobile di casa Ferrari di via Galgana (1820 circa), Scene mitologiche letterarie eseguite presumibilmente all’indomani delle nozze di Pietro Ferrari con Virginia Bolognini nel 1819), quella di casa Tirelli Chiesi di via S. Filippo (1830 circa), con la rinascimentale raffigurazione allegorica della Carità, di cui esiste un delicato e soffuso disegno preparatorio (Reggio Emilia, Civici Musei), e il ciclo, recentemente ricostruito, delle dodici grandi tele con Storie di Ruggero, commissionato dal conte Carlo Ritorni per la sua dimora di via Secchi.

Pur molto impegnato sul fronte della decorazione di interni, continuò a realizzare anche pale di soggetto religioso per le chiese cittadine, come il Martirio di s. Andrea apostolo (1825 circa) e S. Alfonso de’ Liguori (1830 circa), entrambi per la chiesa di S. Nicolò; la Madonna col Bambino ed angeli fra i ss. Gaetano e Giuseppe (1829; chiesa di S. Francesco), le due versioni della S. Filomena (1834; chiesa di S. Domenico e 1838, chiesa di S. Giorgio, sagrestia) e la pala con i Ss. Floriano e Antonio abate (1841; chiesa di Villa Gavassa).

Echi raffaelleschi già mediati dall’idilliaco e pacato classicismo minardiano unito a un acuto spirito di osservazione, tipico della cultura fiamminga ispirano la Madonna con Bambino e s. Giovannino (Reggio Emilia, Civici Musei; di cui si è recentemente rintracciato un disegno preparatorio in collezione privata).

Dal 1825 aveva intrapreso l’attività di insegnante: alla cattedra di figura si aggiunsero nel tempo quelle di ornato e di paesaggio (dal 1842 al 1845), corsi presso i quali si formarono artisti come C. Cosmi, C. Zatti e A. Chierici, la cui prima esposizione (1844), allestita nelle sale del teatro, fu curata dal Minghetti.

Morì a Reggio Emilia il 17 febbraio 1853 e fu sepolto nel cimitero Cavazzoli nella tomba di famiglia.

 

Alcune opere:

Don A. Bagnacani, 1811

San Giovanni Battista 1816-1818

Santa Filomena, 1834

San Floriano e Sant’Antonio abate, 1841

Sacra Famiglia

Allegoria della Primavera, tempera a muro

Psiche trasportata dagli zefiri, tempera a muro.

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