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Pop Art

La pop art nasce in Gran Bretagna intorno alla metà degli anni Cinquanta, per divenire la cifra stilistica tipica della cultura americana dei primi anni Sessanta. Intorno a questa sigla vengono riuniti artisti che attingono all’immaginario popolare, ormai influenzato definitivamente dalla pubblicità, dalla televisione, dall’informazione, artisti che si appropriano anche dei meccanismi e delle pratiche dei mass media come la riproduzione e la ripetizione ossessiva, la manipolazione dei colori, delle dimensioni e delle forme degli oggetti che popolano l’immaginario collettivo.

Le opere prodotte in Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia e negli Stati Uniti pur appartenendo innegabilmente alla sfera del pop presentano fondamentali differenze. In Europa sono caratterizzate da una preponderante soggettività e, anche, da una più decisa e articolata ideologizzazione. Negli Stati Uniti, invece, si evidenzia uno sforzo per rendere il più possibile l’oggettività dell’opera e un’apertura verso tutto ciò che appartiene alla “banalità” del quotidiano collettivo, allo stereotipo e al luogo comune. Ma ciò che maggiormente caratterizza gli artisti pop americani è l’ammissione del fatto che l’arte “alta” può, senza esserne sminuita, entrare a far parte a tutti gli effetti del circuito dei mezzi di comunicazione di massa. I referenti storici della Pop Art sono da rintracciarsi da un lato nell’esperienza dadaista, soprattutto nell’opera e nella figura di Marcel Duchamp, dall’altro nel trompe-l’oeil e nella pittura di genere tipica della tradizione artistica americana a cavallo del secolo. Attraverso l’uso di immagini che riflettevano la pochezza e la volgarità della moderna cultura di massa, la Pop Art si proponeva di sviluppare e suggerire una percezione critica della realtà più acuta e incisiva di quella offerta dall’arte del passato.

Il movimento prese le mosse in Inghilterra, per opera di artisti e intellettuali quali Eduardo Paolozzi, Richard Hamilton, William Thurnbull, Theo Crosby e Lawrence Alloway, e la sua nascita viene generalmente associata a una mostra dal titolo “This is Tomorrow”, tenutasi nel 1956 alla galleria Whitechapel di Londra.

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“Just What is it That Makes today’s Homes So Different, So Appealing?” ,  Richard Hamilton, collezione George Zundel, Kunsthalle, Tubinga

Negli Stati Uniti, i primi sviluppi della Pop Art sono legati ai nomi di Robert Rauschenberg e Jasper Johns. Rauschenberg con assemblaggi di oggetti domestici come trapunte e cuscini, Johns con serie di dipinti raffiguranti bandiere americane, numeri o bersagli. Promosso con eccezionale abilità dal gallerista Leo Castelli, il movimento conobbe un grande successo negli anni Sessanta.

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Robert Rauschenberg, Untitled (Spread), 1983, Robert Rauschenberg Foundation

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Jasper Johns, Map 1961, Museum of Modern Art, New York.

Nel 1960 l’artista inglese David Hockney realizzò Typhoo Tea (Kasmin Gallery, Londra), uno dei primissimi dipinti a ritrarre un prodotto commerciale di marca.

Tea Painting in an Illusionistic Style 1961 David Hockney born 1937 Purchased with assistance from the Art Fund 1996 http://www.tate.org.uk/art/work/T07075

Typhoo Tea 1961, David Hockney, Tate London

Nello stesso anno Jones portò a termine le sue sculture di bronzo dipinto che rappresentavano le lattine di birra Ballantines. Nel 1961 Claes Oldenburg costruì la prima delle sue sgargianti e ironiche sculture a forma di hamburger o in generale di prodotti alimentari da fast food.

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Claes Oldenburg. Floor Burger. 1962, MoMA, New York

Nello stesso tempo Roy Lichtenstein allargò l’area della Pop Art con dipinti che imitavano stili e tecnica del fumetto.

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Roy Lichtenstein, Crying Girl

Andy Warhol, adottando tecniche di produzione in serie, creò centinaia di dipinti di bottiglie di Coca-Cola, lattine di zuppa Campbell, immagini-icona di Marilyn Monroe, Elvis Presley, Liz Taylor e vari oggetti, come le scatole di lucido Brillo, in tutto “identiche” agli originali.

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Bottiglie di Coca-Cola 1964, Andy Warhol

Altri importanti protagonisti furono George Segal, Waine Thiebaud, James Rosenquist, Tom Wesselmann, Jim Dine, Robert Indiana, Joe Tilson e Ronald B. Kitaj.

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Georges Segal, Woman in a Restaurant Booth, 1961

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Smoker, 1 (Mouth, 12) 1968, by Tom Wesselmann,  Museum of Modern Art, New York

Tranne che in gran Bretagna, in Europa non esiste un corrispettivo della Pop americana. Meritano però di essere ricordati alcuni pittori italiani, soprattutto romani, che hanno rappresentato una delle voci più vitali della nostra pittura. Tra questi c’è Mario Schifano, che è diventato uno dei grandi ispiratori delle correnti neopittoriche italiane. Porto all’attenzione che un certo numero di artisti italiani hanno rappresentato scritte o immagini provenienti dal contesto urbano o da quello dell’informazione di massa.

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Segno di energia 1977/80, Mario Schifano, Archivio dell’Opera di Mario Schifano

Partiamo innanzitutto con il gia citato Mario Schifano (1934). Questo artista è la persona più complessa del gruppo e usa una pittura monocromatica, carica di emblemi desunti dalla segnaletica stradale. Passò poi a una colorazione gocciolante e piatta. Alcune volte usava anche gli smalti industriali che lo spingevano a scegliere scritte da inserire nei suoi quadri come “Esso” e “Coca-Cola”. In seguito avrebbe dipinto paesaggi, silhouettes e il ciclo del “Futurismo Rivisitato”. A Milano il rappresentante del gruppo era Valerio Adami (1935), che proponeva una pittura molto piatta e colorata.

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Uovo Rotto 1963, Valerio Adami, Coll. Fondazione Marconi, Milano

Anche lui come Lichtenstein disegnava fumetti dal tratto molto sottolineato che ritraevano interni e situazioni quotidiane. Seguono: Mimmo Rotella, che fin dagli inizi degli anni sessanta aveva inglobato nei suoi décollage frammenti di scritte o immagini pubblicitarie;

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Pepsi 1979, Mimmo Rotella, collezione privata

Franco Angeli, che si concentra su emblemi pieni di significati plurimi (come l’aquila delle banconote americane o le insegne nazifasciste);

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Franco Angeli,  America, 1964, collezione privata

Tano Festa, che aveva dato inizio a cicli pittorici che ripetevano le opere degli artisti del passato;

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Da Michelangelo, Tano Festa, collezione privata

Mario Ceroli (1938) la cui fama è legata alle silhouettes in legno grezzo e Pino Pascali (1935-1969) dalle sculture esuberanti e multiforme.

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Mario Ceroli, The Last Supper 1965, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

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Pino Pascali, Primo piano labbra, 1964, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (BA)

 

Link utili:

https://it.wikipedia.org/wiki/Pop_art

http://www.treccani.it/enciclopedia/pop-art/

http://www.francescomorante.it/pag_3/316.htm

 

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