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Transavanguardia

L’area culturale in cui opera la ricerca degli anni 80 è quella della transavanguardia, che considera il linguaggio come uno strumento di transizione, di passaggio da un’opera all’altra, da uno stile all’altro. Le neo-avanguardie del secondo dopoguerra si sviluppano secondo un’idea evoluzionistica darwiniana, trovando i loro antenati nelle avanguardie d’inizio 900 e in una visione lineare della storia come progresso e superamento dei conflitti e delle differenze. La transavanguardia invece opera fuori da queste coordinate obbligate, seguendo un atteggiamento nomade, un’attenzione policentrica e disseminata, che non si pone più in termini di contrapposizione frontale ma di attraversamento incessante di ogni contraddizione e di ogni luogo comune, anche quello di originalità tecnica ed operativa. In tal senso la transavanguardia è un’area indefinita che accomuna gli artisti non per tendenze e affinità linguistiche, bensì per atteggiamento e filosofia dell’arte e la comprensione che il tessuto della cultura cresce non solo verso l’alto ma si sviluppa anche verso il basso, attraverso l’autonomia di radici antropologiche che tendono comunque tutte ad affermare la biologia dell’arte. In una epoca come la nostra di coesistenza delle differenze, dove il tema dell’identità ha sviluppato un dibattito internazionale e un movimento global, sconvolgendo il precedente centralismo di Europa e America, la transavanguardia si pone come l’unica avanguardia possibile, perché con il suo nomadismo culturale ed eclettismo stilistico ha sfidato la globalizzazione del linguaggio (perseguito con eroica generosità ed ottimismo dalle neoavanguardia fino agli anni Ottanta), preparando la partecipazione dell’artista a un fenomeno di meticciato culturale senza precedenti.

Il termine, che letteralmente significa “oltre le avanguardie”, è stato coniato dal critico Achille Oliva nei suoi testi per una mostra organizzata a Genazzano nel 1979 dal titolo Le Stanze. La definizione di Achille Bonito Oliva: “La transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura, aprendosi verso una posizione di superamento del puro materialismo di tecniche e nuovi materiali e approdando al recupero dell’inattualità della pittura, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione“.

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 ‘Table of Peace’, bronze sculpture by Sandro Chia, 2003, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv, Israel

La Transavanguardia può essere riletta oggi, al di là della riprovazione di cui è stata oggetto, come tentativo paradossale e intellettualmente lucido di appropriazione di un linguaggio, quello della pittura figurativa moderna, la cui fine sempre rinviata riassume emblematicamente la crisi di un’intera tradizione e in particolare della singolare ideologia del modernismo italiano, un linguaggio riportato in vita proprio nell’attimo fatale in cui esso dichiara la propria incapacità a nominare la catastrofe che lo travolge. Ritrovare una «solitudine operativa, un sentimento minoritario», coltivare una sospensione di giudizio in cui coltivare l’irrequieta «lateralità di chi guarda il mondo e non lo accetta» diventano così in quei primi anni ottanta del secolo passato altrettanti modi per elaborare il lutto per fine della modernità, per il dissolversi dell’ideale di un’arte pura e umanista, circondandone il vuoto di segni scaramantici. La pittura in questo caso agisce insomma come un talismano, simile al ferro di cavallo che in un famoso aneddoto, spesso citato, il celebre fisico Niels Bohr teneva appeso sull’uscio di casa. All’incredula meraviglia dei suoi colleghi, Bohr rispondeva ineffabile che certo, no, neanche lui prestava fede alle superstizioni, ma gli era stato assicurato che il ferro di cavallo funzionasse ugualmente, anche senza bisogno di crederci. Ecco, la pittura transavanguardista somiglia a quel portafortuna: sembra fatta apposta per suscitare la nostra incredulità – con i trucchi, i travestimenti, le storie posticce, l’enfasi teatrale, le toppe e i rammendi lasciati in vista –, eppure funziona ugualmente

Tra i principali artisti della Transavanguardia italiana citiamo Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicolò de Maria e Mimmo Paladino ai quali poi si aggiunsero Mimmo Germanà, Ernesto Tatafiore, Nino Longobardi (presenti nella sezione Aperto ’80 della Biennale di Venezia del 1980) e Andrea Vaccaro, che in seguito abbandonò il movimento.

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Francesco Clemente, Scissors and Butterflies 1999, Solomon R. Guggenheim Museum, New York

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Enzo Cucchi, Senza titolo, 1986, collezione “Terrae Motus”, Reggia di Caserta

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Nicola De Maria, Alle Muse Innamoratissime (agli Dei del Bosco) 2004, collezione privata

Queste le parole di Achille Bonito Oliva che meglio sintetizzano lo spirito di questo movimento:

Transavanguardia significa apertura verso l’intenzionale scacco del logocentrismo della cultura occidentale, verso un pragmatismo che restituisce spazio all’istinto dell’opera

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Cordoba 1984, Mimmo Paladino, Collezione privata

I Neuen Wilden, o Nuovi Selvaggi, un gruppo di artisti Neoespressionisti tedeschi, attivi negli anni Ottanta a Berlino e in Germania, rappresentano l’equivalente della Transavanguardia italiana. Seguaci e rappresentanti di una pittura “urlata” e gestuale, dai toni violenti e dissonanti, sono Helmut Middendorf, Rainer Fetting e Salomé, allievi di Karl Horst Hödicke all’Accademia di Belle Arti di Berlino.

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Karl Horst Hödicke, Big Hotel Rolltreppe 1988, Collezione privata

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Helmut Middendorf, Bie strasse 1984, Collezione privata

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Salomé , Schwimmer in der Sonne, 1983, private collection

 

Link utili:

https://it.wikipedia.org/wiki/Transavanguardia_italiana

https://www.fotoartearchitettura.it/storia-arte-contemporanea/transavanguardia.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/transavanguardia/

http://www.oilproject.org/lezione/la-transavanguardia-20559.html

 

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