
Ci sono parole che trattiamo come il conto al ristorante: le teniamo lontane finché non arriva il momento di pagarle. “Morte” è una di quelle. Ci giriamo alla larga, cambiamo discorso, facciamo finta di niente… e intanto lei resta lì, puntualissima, a ricordarci che arriverà.
In questo episodio di Underground Ma Non Troppo l’underground lo prendiamo alla lettera: si scende. Nel sottosuolo dei rituali, dei saluti e di quei luoghi dove il tempo rallenta e silenzio e piagnistei sembrano d’obbligo. A farci da Caronte è Lisa Martignetti, meglio conosciuta come la ragazza dei cimiteri.

Lisa della morte ha fatto la sua professione e no, non è una serial killer, ma una funeral planner: bastano cinque minuti con lei per essere travolti dalla sua vitalità, quella che non ti aspetti da chi lavora tra becchini. Si presenta con una luce netta, che crea un contrasto intrigante con la sua estetica da personaggio di Tim Burton. Professionista poliedrica, intreccia più linguaggi in un’unica traiettoria: come operatrice funeraria costruisce cerimonie su misura che celebrano la vita e sostengono le famiglie; come fotografa di cimiteri restituisce quiete e bellezza a luoghi spesso ignorati; come TEDx speaker invita a guardare la morte senza addolcirla, ridandole voce e direzione. Nel quotidiano “cuce” i riti come abiti, partendo dai dettagli che rendono unica una persona—una canzone consumata, un saluto mai consegnato—perché per lei il funerale è scrittura del vissuto, un’ode alla vita: non un protocollo, ma una trama che tiene insieme i vivi e l’assenza. Anche online non estetizza il lutto: lo racconta con lucidità e, a tratti, con ironia, rendendolo più umano che mai. “Si organizza tutto: perché non il proprio funerale?”
Dietro questa energia, però, non c’è solo un personaggio: c’è una storia che spiega perché Lisa parli di morte come si parla di cose vere. Tutto prende forma quando suo padre—anche lui del mestiere—si ammala e le chiede di pensare al suo commiato come a un ultimo gesto d’amore, una scelta fatta per proteggere chi rimane. Da lì Lisa mette a fuoco l’idea che il funerale non sia un automatismo né un elenco di pratiche, ma un atto di cura che attraversa ogni dettaglio: la vestizione, le parole giuste, la musica che “appartiene” davvero a quella persona, la libertà di dire addio senza recite. È qui che il funeral planner si distingue dalla “cerimonia standard”: perché può includere ciò che conta e, se serve, anche escludere ciò che ferisce—fino a difendere l’intimità del momento.

Nella tua esperienza, quali sono i tabù più frequenti quando si parla di morte e lutto?
Il tabù più grande è il silenzio. Le persone hanno paura di pronunciare la parola “morte”, di nominare il dolore, di mostrarsi fragili. Spesso arrivano da me portando un bisogno enorme di essere ascoltati e legittimati nel loro dolore. Il lutto viene ancora vissuto come qualcosa da nascondere e, nella società odierna, da superare in fretta.
Quanto bisogno ha l’essere umano di rituali nei momenti di perdita?
Ne ha un bisogno vitale. Il rituale è ciò che ci permette di attraversare il caos, di dare una forma a ciò che non ha parole. Senza rituali il dolore resta sospeso, non trova un contenitore. I rituali ci aiutano a dire: “è successo davvero” e, allo stesso tempo, “non sei solo”.

Come definiresti personalmente la parola “rituale”?
Per me un rituale è un gesto carico di intenzione. Non è una formalità né qualcosa da fare “perché si è sempre fatto così”. È un atto consapevole che crea uno spazio sacro, anche senza religione, in cui il dolore può essere accolto. Ciò che lo distingue da un gesto qualsiasi è la presenza, l’ascolto, il significato.
Il tuo lavoro ha cambiato il modo in cui vivi il ricordo delle persone care?
Sì, profondamente. Ho capito che il ricordo non è qualcosa di statico, ma una relazione che continua nel tempo. Le persone che non ci sono più non smettono di far parte della nostra storia: cambiano solo forma.

Chi è la persona tipo che si affida a te?
È una persona che non cerca solo un funerale, ma un senso. Spesso è qualcuno che richiede rituali non tradizionali, che ha bisogno di essere ascoltato, accompagnato, rassicurato. Ha bisogno di sentirsi autorizzato a fare scelte autentiche, parlando del proprio vissuto da tramandare.
Il progetto dedicato agli animali domestici: da dove nasce?
Nasce da una perdita personale e da un dolore spesso non riconosciuto. Gli animali sono compagni di vita, famiglia, presenza quotidiana. Eppure il loro lutto viene spesso minimizzato. Vorrei offrire uno spazio rituale e simbolico che riconosca questo legame, che permetta di salutare, ricordare, elaborare.
Ultima domanda: da dove iniziare per prepararci al nostro “saluto”?
Dal parlarne. Il primo passo è trovare qualcuno con cui poter dire: “io cosa vorrei?”. Scrivere, immaginare, scegliere per vivere meglio, con più presenza e meno paura, ricordandosi che pianificare è scegliere come essere ricordati, proteggendo chi amiamo da scelte difficili.





