
L’ultima ondata di documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia statunitense nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, più di tre milioni di file, getta una nuova luce sulle connessioni tra il finanziario condannato e l’élite del mondo dell’arte e del collezionismo. Oltre a confermare una donazione di 5.000 dollari dalla fondazione di Epstein al Met Gala del 2014, i file contengono riferimenti a due importanti collezionisti, Steve Tisch e Jean Pigozzi, e sembrano svelare l’inventario della vastissima collezione di un terzo, Leon Black.
I collezionisti nelle email
Le email, risalenti soprattutto al 2013, mostrano Jeffrey Epstein fare da intermediario tra Steve Tisch – produttore cinematografico, co-proprietario dei New York Giants e influente collezionista di arte contemporanea – e diverse donne, con scambi che vanno dall’organizzazione di incontri a commenti personali. Tisch ha dichiarato di aver avuto con Epstein “una breve associazione” limitata a discussioni su “donne adulte”, film e filantropia, aggiungendo di “rimpiangere profondamente” il legame. Anche Jean Pigozzi, noto per la sua mastodontica collezione di arte africana, appare in corrispondenze con Epstein, in cui si discute di donne e proprietà immobiliari di lusso. Pigozzi ha dichiarato ad ARTnews di non ricordare i dettagli e di “non aver mai avuto nulla a che fare con lui e le ragazze”.
La collezione “nascosta” di Leon Black
In un documento separato di 51 pagine datato 2017, catalogato tra i file, emerge quello che sembra essere l’inventario della collezione d’arte di Leon Black, ex presidente del MoMA e uomo d’affari le cui relazioni finanziarie con Epstein sono ben note. Il documento, che non cita Black ma le sue società Narrows Holdings, elenca oltre 650.000 oggetti e opere di artisti come Michelangelo, Cézanne, Picasso, Van Gogh e Pollock, con valutazioni che raggiungono i 50 milioni di dollari. Molte di queste opere, tra cui un disegno di Lucas van Leyden al Metropolitan Museum e una scultura di David Smith al MoMA, risultano già promesse come dono alle istituzioni da Black e sua moglie Debra, confermando l’attendibilità dell’elenco. Il documento offre così una rara e sconcertante panoramica di uno dei patrimoni artistici più vasti e discreti degli Stati Uniti.
Insomma, come dimostrano i file, Epstein operava da abile tessitore di relazioni in tutti questi ambienti, fungendo da facilitatore di incontri, da consigliere finanziario per acquisti d’arte e, apparentemente, anche da canale per donazioni istituzionali. La pubblicazione di questi documenti non solo riaccende i riflettori sulle ombre che avvolgono alcune delle figure più in vista del mercato dell’arte globale, ma solleva anche interrogativi più ampi sulla trasparenza della cultura.





