05 Ottobre 2026 13:33

Tuwaiq: la scultura rinasce a Riyadh

Sarah Alruwayti, Direttrice di Tuwaiq Sculpture, durante l’apertura della manifestazione, Courtesy Riyadh Art
Siamo stati a Riyadh, ospiti della 7.ma edizione di Tuwaiq Sculpture, un simposio che è quasi una residenza, che rimette al centro il potere dell’arte della “statuaria”. Ne parliamo con la direttrice, Sarah Alruwayti

Non è cosa particolarmente nota ma la Capitale dell’Arabia Saudita, Riyadh, è nata sulla sommità di un altopiano la cui lunghezza è di circa 800 chilometri, disteso nel cuore del Paese, e simbolicamente carico di significati: stabilità, forza e radici profonde, ma anche resistenza, continuità storica e identità. Il suo nome, in arabo, è“Tuwaiq” una vera e propria “identità” di pietre calcaree, così come del granito più duro del mondo, nelle colorazioni più scure o più rosate.
“Tuwaiq”, oltre ad essere il nome della “spina dorsale” geologica e simbolica della regione di Riyadh è anche il nome di un originalissimo “simposio” annuale di scultura che proprio dal territorio ha originato la sua vita, pensato non solo per lasciare in memoria alla ruggente città che continua a crescere (anche in visto della mega Esposizione Universale prevista nel 2030) una serie numerossisima di opere d’arte, sculture esattamente, ma anche per omaggiare non solo la propria geografia, ma anche un vero e proprio tesoro geologico.
Così, a partire dal 2019, prima sotto il Ministero della Cultura e poi passato sotto le commissioni di Riyadh Art, Tuwaiq ha riunito più di cento artisti che nella Capitale saudita si sono ritrovati a lavorare, per circa un mese ad ogni edizione, condividendo spazi e assistenti, quasi in quella che è diventata una sorta di residenza e che negli anni si è ampliata e, probabilmente, continuerà, coinvolgendo curatori e artisti da ogni luogo del mondo: per questa edizione sono stati invitati dal Cile e dall’Italia, dalla stessa Arabia e dal Sudan, dagli Stati Uniti al Giappone, solo per citare alcuni dei territori coinvolti e le opere sono radunate, tutte, nella grande “piazza” di Tuwaiq in Thalia Street, nello stesso luogo dove hanno preso forma nell’ultimo mese.
Con la luce del tramonto mediorientale e le luci brillanti della Capitale a fare da sfondo, l’effetto è metafisico: «Si, l’atmosfera la notte dell’opening era davvero surreale, anche perché stranamente non eravamo nemmeno pronti per questo caldo, un po’ anomalo per questo periodo», attacca Sarah Alruwayti, giovane e visionaria direttrice di Tuwaiq.

Hassan Qureshi, Azm Samu, Tuwaiq Sculpture 2026, Courtesy Riyadh Art

Prima di parlare di questa edizione, vorrei partire proprio dall’inizio: Tuwaiq Sculpture esiste dal 2019: com’è nata l’idea di questa manifestazione, e soprattutto perché?
Le prime due edizioni, nel 2019 e 2020, sono state sviluppate dal Ministero della Cultura saudita, mentre dal 2022 il Simposio è stato incluso sotto l’ombrello delle iniziative di Riyadh Art, patrocinato dalla Royal Commission for Riyadh City. A partire da questo cambio, abbiamo iniziato a far evolvere il programma e abbiamo cambiato molti aspetti al suo interno. Ad esempio, abbiamo introdotto l’idea dell’Open Call, perché volevamo coinvolgere più artisti. Abbiamo iniziato a invitare più curatori, differenti a cada edizione. Così, gradualmente, Tuwaiq ha iniziato il proprio percorso per diventare uno dei simposi di scultura più importanti al mondo. Tra l’altro, di solito non mi piace usare la parola “simposio”, perché per me suona come un’attività molto di nicchia, molto chiuso. Tuwaiq, invece, è molto inclusivo.

Quali sono, oltre alla scultura, i programmi di Tuwaiq?
Abbiamo molti programmi educativi, associati a Tuwaiq. La scultura è il nucleo, poi intorno ad essa vi sono i laboratori collegati e quest’anno abbiamo anche introdotto un programma di fotografia. Vogliamo dare risalto all’aspetto educativo, soprattutto pensando alle generazioni future. La scultura, oggi, è considerata una pratica di nicchia, e proprio per questo abbiamo introdotto programmi educativi; perché vogliamo responsabilizzare la prossima generazione e non vogliamo che questa pratica si perda negli anni. Prima di tutto perché è bellissima, perché non si trova ovunque e perché, effettivamente, il pubblico può assistere a ciò che succede dietro le quinte.

Emanuela Camacci, Tuwaiq Sculpture 2026, Riyadh Art Courtesy

É molto coraggioso tentare di riscattare un medium che, come hai appena detto, è diventato molto di nicchia e vive una assoluta indifferenza da parte dei mercati, proprio per la sua identità monumentale, in antitesi con il tempo accelerato di oggi…
Sì, però la scultura di parla di possibilità: quando visitavo i musei in passato, da bambina, guardavo queste figure storiche e pensavo tra me e me: “È impossibile che qualcuno abbia fatto questo a mano, con così tanti dettagli”. E sempre parliamo di sculture antiche, classiche. Quindi per me, personalmente, Tuwaiq è anche una piattaforma dove spieghi ai visitatori che non è impossibile e, appunti, mostri un processo. A volte capita che si crei una sorta di familiarità con le opere, specialmente quando vengono ricollocate in modo permanente. Quindi è molto importante che, fin dalle prime fasi, le persone sentano quel tipo di connessione, che le riconoscano come loro. E poi, ovviamente, vi è uno scambio culturale, perché diamo la possibilità di conoscere artisti da tutto il mondo.

A proposito di familiarità: gli artisti lavorano insieme un mese circa, condividendo cultura, expertise e anche assistenti, giusto?
Esatto, e sono fantastici. Quest’anno, onestamente, sono rimasta davvero sorpresa anche nel vedere quanto andassero d’accordo tra loro. Si siano divertiti tantissimo insieme e si sono aiutati a vicenda, non solo attraverso gli assistenti che mettiamo a disposizione. Questa è l’idea su cui si basa Tuwaiq: ci si scambia tecniche, come a scuola. E come a scuola vi sono gite culturali come parte del programma, visite a luoghi storici diversi ogni settimana dai quali, sempre, si trae ispirazione. Insomma: ci si connette, anche se si hanno le stesse origini, se non si parla la stessa lingua, e così via. Molti dei presenti quest’anno non erano mai stati in Arabia Saudita prima.

Jeff Koons, Red Diamonds, Tuwaiq Sculpture 2026, Riyadh Art Courtsey

Come scegliete i luoghi dove andranno, in permanenza, le sculture?
Cerchiamo di stabilire alcuni criteri con i curatori ma, per ora, vogliamo concentrarci sugli spazi pubblici, accessibili: vogliamo che le persone interagiscano con le opere d’arte; nelle piazze, nei parchi, nelle aree pedonali. Molto dipende anche dalle forme e dalla loro composizione: tecnicamente è fattibile ricollocare una determinata scultura in una certa area? Quale scultura si adatta a dove? Chi è il pubblico? A chi stiamo parlando? Sono tutte domande connesse.

Questo riguardo allo spazio pubblico, ma cosa mi dici del territorio e del paesaggio? Tuwaiq, in fin dei conti, usa il granito tradizionale e la pietra calcarea del paesaggio saudita, per cui mi sembra una questione molto importante…
Sì, è un punto davvero importante del festival: ci concentriamo sull’uso di fonti del Regno. Quindi, anche l’approvvigionamento dei materiali è saudita. Un’altra idea che sostiene il Tuwaiq Sculpture è che si tratta di un programma di eredità: è usare il proprio territorio, le proprie risorse, e omaggiarle nella loro migliore forma. Il granito saudita, tra l’altro, è una delle pietre più durevoli e resistenti che ci siano; è anche qualcosa di cui essere orgogliosi.

Come vivono gli artisti questa responsabilità, già che passano qui un mese in “residenza” e produzione?
Noi cerchiamo di incoraggiarli ad andare oltre, a non esitare. Ogni anno, con gli artisti partecipanti, realizziamo interviste: ci assicuriamo che siano a loro agio nel creare ciò che li incoraggiamo a fare. A volte hanno paura di spingersi oltre il limite, di “fare” in grande, ma noi sappiamo che qui possono, in base alla loro e alla nostra esperienza e, chiaramente, compatibilmente alla fattibilità della loro stessa opera stessa. Ci assicuriamo, insomma, che non abbiano paura, perché sappiamo che finiranno per essere estremamente orgogliosi del risultato finale.

Quest’anno, oltre all’utilizzo della pietra e del granito, avete introdotto anche il metallo. State pensando di introdurre anche altre tecnologie o materiali meno convenzionali per “fare scultura”?
Siamo sempre aperti a introdurre nuove idee. Il metallo quest’anno era anche riciclato: mantenendo l’idea centrale di Tuwaiq si può sempre aggiungere qualcosa di nuovo. D’altronde le nostre masterclass hanno avuto come tema l’arte digitale. Quindi dico sempre: “Perché no?”

Beyond, Nicola Fucci, Tuwaiq Sculpture 2026, Riyadh Art Courtesy

Cosa ti aspetti per le prossime edizioni di Tuwaiq, anche in relazione anche alla Saudi Vision 2030, che vedrà Riyadh Capitale di una Expo che si preannuncia senza precedenti?
Ci aspettiamo di crescere, ogni anno di più. Personalmente mi piacerebbe vedere più colore. Sono rimasta sorpresa dai colori che ho visto quest’anno con l’uso del metallo: credi abbia aggiunto davvero bella dose di giocosità.

Come vedi la creazione di Parco di Sculture? Dopo tutto avete prodotto, ormai, centinaia di pezzi. Potrebbe essere una possibilità?
Penso che giocato con questa idea nel Centro Storico, che è un grande parco, creando un percorso di sculture [Al Murabba, ndr]. È vero, abbiamo un sacco di “materiale”, ma Riyadh è enorme. Non ne hai mai abbastanza!

C’è qualcosa che vorresti dirmi di fondamentale, che ancora non ti ho chiesto?
Vorrei incoraggiare gli artisti a candidarsi a Tuwaiq Sculpture. E a non aver paura di espandersi, di lasciarsi andare con le loro proposte. Quest’anno abbiamo avuto anche due artisti italiani, Emanuela Camacci e Nicola Fucci, oltre a Irena Posner, che vive a Carrara. Apriremo la call intorno alla metà dell’anno…tutti avvisati!