
La Biennale Arte di Venezia 2026 sarà composta da centoundici artisti di cui nessun italiano. In più, per ora, nessuna dichiarazione o intervista post-conferenza da parte del team curatoriale che ha affiancato Koyo Kouoh nella preparazione della sua “In minor keys”, vuoi perché ancora il processo curatoriale è in corso, vuoi perché ci si aspetta l’effetto sorpresa.
Basterebbero queste premesse per innescare una certa dose di polemiche che, a qualsiasi altra latitudine del mondo, sarebbero probabilmente esplose già durante la presentazione.
Mettendo da parte questo fatto storico su cui torneremo – si sono realizzate Biennali di Venezia in assenza di qualsivoglia artista italiano, in passato? – passiamo alle aspettative che la presentazione della 61.ma Biennale ha innescato, per lo meno in chi scrive
Almeno sulla carta, la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2026 promette di essere (forse) il punto finale – per cui il più radicale? – sulle “necessità” dell’arte contemporanea globale oggi, intenta a curarsi le ferite inferte dall’attualità e bisognosa di silenzio, di spazi di immaginazione, di ristoro e di riposo.
D’altronde, lo hanno lungamente esplicitato Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor); Siddhartha Mitter (editor-in-chief); Rory Tsapayi (assistente alla ricerca), nominati dalla stessa Kouoh “a capo” della sua Biennale.

Ascoltando il team viene in mente una Biennale – anzi, un’arte – come viaggio iniziatico: la letteratura di Paulo Coelho de L’Alchimista, i deserti, gli attraversamenti, le fascinazioni, la simbologia, il mistero dell’esistenza e il grande albero di mango che lasciava cadere un frutto a ogni nome di artista selezionato, descritto in un aneddoto raccontato dal gruppo di lavoro. Per dovere di cronaca, Coelho non è nemmeno stato nominato, mentre i nomi tutelari di questa Biennale – per quanto riguarda la letteratura – sono quelli di James Baldwin, Toni Morrison, Gabriel Garcia Marquez.
Gli atti, o meglio, le attitudini di “In minor keys”? La riflessione e l’incantamento, la fecondità e la condivisione, un’arte generativa e generosa, indirizzata alla collettività.
E se le premesse già erano chiare, stamattina a Venezia qualcosa sembra essere “risuonato” anche nei più scettici, come il sottoscritto: nella compostezza della conferenza stampa – tutta rigorosamente improntata a omaggiare e a far brillare l’impianto curatoriale di Koyo Kouoh, i nomi degli artisti riverberano di impegno e di pratiche in grado di toccare, come una melodia – tragica, allegra, malinconica – il mondo nelle sue sfaccettate forme, in maniera universale.
Pio Abad, Zoe Leonard, Alvaro Barrington, Carsten Höller, Dan Lie, Uriel Orlow, Alfredo Jaar, Kader Attia, Eustáquio Neves, Ayrson Eráclito, Walid Raad, oltre a una schiera di nomi per la maggior parte provenienti dall’Africa e dagli Stati Uniti o da territori anglofoni, sono le presenze di una Biennale il cui elenco difficilmente contempla partecipazioni di under 40 e altrettanto difficilmente ha inserito artisti già scomparsi, fatta eccezione per Marcel Duchamp.
“In minor keys”, insomma, si prefigura come una Biennale dove – sempre stando alla carta – vedremo quelli che ci si aspetta essere percorsi di consapevolezza, anche rispetto alla pratica dell’arte in sé e non solo per quanto riguarda le trame poetiche. Leggi: niente ragazzini trattati come Maestri, né artistar vari ed eventuali a fare da centravanti di sfondamento: quasi un rispetto del silenzio che tante volte manca oggi. Quello che è risuonato in conferenza stampa, inoltre, è una profonda coerenza progettuale, di cui aspettiamo i risultati.
A proposito, tornando ai nomi (specialmente a quelli più internazionali), ci si aspetta però anche una certa suggestione di proposte – leggasi inedite e impattanti installazioni – e non le quadrerie a cui ci hanno abituato tante precedenti Biennali le cui opere, parlando di dimensioni, erano pronte a lasciare la laguna per essere installate in qualche fiera d’arte.
“In minor keys” si delinea così un percorso di meditazione, di attenzione, di invito alla partecipazione e al sovvertimento (il riferimento è al Carnevale e alla sua condizione di momento sospeso nel tempo e dalle regole); e poi gli Altari, la Processione dei Poeti, il Corpo come luogo di conoscenza, di memoria, come campo d’azione e di un linguaggio che (forse) prenderà una posizione politica senza trasformarsi in documentario, ripassando tra le soglie (anche questi “dispositivi” ampiamente raccontati in conferenza, che vedremo come saranno risolti in senso visivo) che portano all’umanesimo e all’umano, un po’ come è stato fatto all’ultima Biennale di San Paolo – tra le polemiche per un allestimento considerato poco vicino allo spettatore, senza riferimenti chiari alla natura delle opere, alla loro posizione e agli autori – dalla quale Venezia prende in prestito le “Invocazioni” e, appunto, il tema dell’umanità come pratica.
D’altronde, non è un mistero che di umanità, empatia e simpatia avremmo molto bisogno in questa miserevole quotidianità che (forse, ancora una volta) sta già tornando su antichi passi: i post-millenials che si allontanano dai social, il consumo consapevole e, non in ultimo, la voglia di restare fedeli alla propria terra anche quando appartiene a una geografia complicata.
Infine, Feijoo, Pereira, Salti, Mitter e Tsapay hanno insistito anche sul concetto di “sguardo obliquo”: magari quest’anno, prima di accorgerci delle gallerie e del mercato, vedremo le opere. O per lo meno, questo è quello che ci aspettiamo.



