29 Settembre 2026 22:25

Biennale di Venezia senza italiani. Le opinioni di Croppi, Mammì e Capra

Umberto Croppi, Alessandra Mammì e Daniele Capra
Umberto Croppi, Alessandra Mammì e Daniele Capra
Perché non ci sono artisti italiani alla Biennale Arte 2026? È la domanda che i professionisti del settore si pongono in queste ore. E noi abbiamo chiesto ad alcuni di loro una riflessione. In questo appuntamento ci rispondono Umberto Croppi, Alessandra Mammì e Daniele Capra

Dopo la presentazione della 61. Mostra Internazionale d’Arte di Venezia e dell’elenco dei 111 artisti selezionati dalla curatrice Koyo Kouoh per il suo progetto In Minor Keys, ha suscitato non poco clamore nel sistema dell’arte nazionale la totale assenza di nomi italiani. Abbiamo chiesto un’opinione a riguardo a Umberto Croppi, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, ad Alessandra Mammì, storica dell’arte e giornalista, e a Daniele Capra, critico d’arte e curatore indipendente.

Umberto Croppi
Umberto Croppi
Umberto Croppi

Non commento mai le scelte curatoriali perché attribuisco al curatore la piena libertà di decidere, senza influenze o direttive, e assumersi la responsabilità del proprio operato. Posso solo dire che mi viene da sorridere nel constatare che in un Paese in cui si intitolano ministeri alla sovranità alimentare, al merito e al made in Italy, l’arte, in controtendenza, si prende il suo spazio di indipendenza. Se, invece la domanda è: “abbiamo in Italia artisti all’altezza della scena internazionale?”, la risposta è sì, ne abbiamo in abbondanza, dovremmo solo imparare a riconoscerli e promuoverli.

Alessandra Mammì
Alessandra Mammì
Alessandra Mammì

È un brutto segnale. Ma spero che non si trasformi in un grido sulla patria offesa. Il punto non è che il team curatoriale ha escluso gli artisti italiani, la cosa grave è che non ha ritenuto indispensabile includerli. E questo accade non in assenza di nomi degni, ma in assenza di un sistema che li sostenga. Persino la Biennale che è la nostra più importante istituzione di arte, pur ristrutturando il Padiglione Centrale, non ha ritenuto necessario reinserire nel progetto il Padiglione nazionale per riportarlo finalmente ai Giardini accanto agli altri paesi fondatori. Se restiamo in fondo al percorso, alla fine dell’Arsenale, è perché là ci siamo confinati da soli.

Daniele Capra
Daniele Capra, foto Isabella De Luca
Daniele Capra, foto Isabella De Luca

Sinceramente non capisco di cosa meravigliarsi, visto che è da oltre un ventennio che nella Biennale di Venezia la presenza italiana è ridotta al lumicino. Il mondo dell’arte italiano strepita e sbraita: ignorando sia la perifericità del nostro sistema che esso stesso ha alimentato (ma vi ricordate i padiglioni sonnolenti di Beatrice-Buscaroli, di Sgarbi o di Trione?), sia il fatto che da un ventennio molte istituzioni culturali occidentali hanno scelto, a ragione, di proporre una lettura del contemporaneo in chiave internazionalista e decoloniale. Il vero scandalo è che gli artisti italiani conosciuti nel mondo sono troppo pochi, che il mercato italiano premia gli stranieri e che le politiche culturali istituzionali fanno ancora acqua.