
Installation view, Zehra Doğan, Prison n. 5 2017 – 2019, 108 disegni in tecnica mista su carta kraft. Ph. Gianluca Di Ioia
La storia di Zehra Doğan è quella di un filo sottile che lega la matita alla libertà, e non è semplicemente una licenza poetica. Quando mi presento all’artista, in occasione della sua mostra “Io, Testimone”, a cura di Francesca Guerisoli al MACTE di Termoli, lei mi risponde: “Anche io sono una giornalista“. E io mi risparmio una battuta che mi sarebbe venuta facile: Zehra è una giornalista vera, non una semplice “reporter” dell’arte contemporanea.
Con l’arte, infatti, Zehra Doğan (Diyarbakir, 1989) ha fatto giornalismo e viceversa, da quando nel 2016 è stata rinchiusa nel carcere di Diyarbakır per aver documentato con un dipinto la distruzione della città curda di Nusaybin da parte dell’esercito turco. «Lo stato turco ha completamente raso al suolo una città, l’ha cancellata dalla mappa. Io l’ho dipinta. Ma proprio per quel dipinto mi hanno arrestata, sostenendo che stessi incitando il popolo all’odio e al rancore. Chissà, forse se mi fossi basata solo sulla mia immaginazione non avrebbe avuto lo stesso effetto. E invece la verità, le azioni reali dell’esercito, sono state additate come frutto della mia fantasia», racconta l’artista. E forse basterebbe questo come incipit a “Io, Testimone”. Basterebbe questo passo per riflettere, anche, su che cosa significa la post-storia, la post-verità, la tanto sbandierata lotta contro fake-news dichiarata dai media di mezzo mondo che poi, assolutamente complici, tacciono di conflitti o genocidi che si perpetuano da decine, decine e decine d’anni. Palestina, Yemen, Kurdistan…solo per dire tre territori, geograficamente nemmeno distanti tra loro.

Ma torniamo a Termoli, dove Zehra è arrivata direttamente da Rojava, città al confine della Turchia (Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est) attualmente segnata da una forte instabilità e dalle pressioni non solo di Ankara ma anche della Siria, incoraggiata anche da amici e conoscenti per mostrare quello che lì succede e che, appunto, i media tacciono. «Vedo questa mostra come un incontro tra diverse forme di sopravvivenza e resistenza che ho sviluppato nel tempo. Non esistono netti distacchi tra le opere realizzate prima, durante e dopo la prigione: sono le stesse domande a riemergere in condizioni diverse. Ciò che cambia non è il tempo, ma le circostanze. Ciò che resta costante sono la testimonianza, la memoria e le forme di resistenza», dichiara Doğan, mettendo in scena opere profondamente intrecciate all’esperienza biografica e all’impegno politico che non si concedono per facilità estetica, partendo proprio da Prison n°5.

Installation view, Zehra Doğan, My mother’s missing women 2021, 5 bambole: legno, tessuto e filato. Courtesy Prometeo Gallery, Ph. Gianluca Di Ioia
Graphic novel oggi presentata in forma di installazione e nata clandestinamente durante il periodo del carcere, Prison n°5 è la dimostrazione di come l’arte sia sempre (anche quella più “facile”) un Archivio della Memoria. Zehra, privata dei materiali artistici, realizzò il proprio racconto visivo disegnando sul retro delle lettere ricevute dall’amica Naz Öke, usando riuscendo a farne “evadere” oltre cento in due anni, dal 2017 al 2019, diventando, appunto, un archivio di memoria politica e sopravvivenza quotidiana che in Italia è stata poi pubblicata dalle edizioni Becco Giallo. In parallelo, un’opera che la stessa artista ha dichiarato aperta e addirittura nata prima dell’arresto: è la graphic novel inedita Nusaybin and Cizre, iniziata tra il 2015 e il 2016 e interrotta successivamente dal carcere, che restituisce in immagini crude e dirette ciò a cui l’artista assistette come testimone e che oggi Doğan continua.

Ovviamente, la figura femminile ha un ruolo centrale nella ricerca dell’artista: vulnerabile ma potente, si esprime in forme diverse: Caught Between Borders è un ciclo realizzato con capelli e sangue mestruale su tessuto, ricordando le donne vittime del continuo genocidio curdo e della barbara pratica di tagliare i capelli a dimostrazione delle “conseguenze” della lotta o dei tentativi di fuggire; My Mother’s Missing Women è una serie di bambole cucite insieme dalla madre e dalla sorella come forma di presenza simbolica della figlia imprigionata. «La presenza della figura femminile nelle mie opere deriva dal fatto che facevo un giornalismo centrato sulle donne. Per anni ho portato avanti una lotta femminista e ho lavorato nell’agenzia di stampa delle donne curde, che è stato un esempio unico al mondo. Per questo tutta la mia attenzione era obbligata a guardare da una prospettiva centrata sulle donne», spiega l’artista, che continua anche con un parallelo tra la femminilità e la propria geografia di origine: «Non ho la voce per parlare di ciò che accade nella mia terra se non attraverso il corpo femminile. La mia terra è una femminilità resa deforme, ma nonostante questa deformazione, continuiamo a cercare la nostra forma, la nostra identità. Credo che questo tentativo di esistere dentro l’informe si possa raccontare soprattutto attraverso il corpo della donna».
Il percorso si chiude idealmente con Şhahmeran, un tessile dipinto dedicato alla dea-serpente, simbolo dell’emancipazione femminile e, soprattutto, una immagine ancestrale che arriva dall’epoca pre-islamica. Potente, come Zehra Doğan, che dietro i suoi capelli neri e il suo grande sorriso non sceglie la strada della tranquillità europea, del suo status di rifugiata in Germania, e annuncia che dopo la mostra di Termoli tornerà a Rojava per realizzare un nuovo progetto, per portare di nuovo lontano la voce del popolo curdo: «Racconterò la storia delle donne guerrigliere del movimento curdo in montagna: come hanno iniziato questa lotta quarant’anni fa, quali battaglie hanno combattuto dentro se stesse e come, in un mondo segnato da una mentalità jihadista e machista, sono riuscite a creare una nuova filosofia di vita: Donna Vita Libertà. Diventata oggi uno slogan di resistenza per le donne in tutto il mondo».

Breve biografia ufficiale di Zehra Doğan
Zehra Doğan è nata nel 1989 a Diyarbakır (Turchia). Attualmente risiede a Berlino e lavora come artista in modalità nomade. Si è laureata al programma di Belle Arti dell’Università di Dicle ed è co-fondatrice di JINHA, la prima agenzia di stampa tutta femminile. Durante la guerra in Iraq e Siria, è stata reporter in entrambi i Paesi ed è stata una delle prime giornaliste a parlare con le donne Ezidi liberate dalla schiavitù dell’Isis nel nord dell’Iraq. Dopo l’inizio degli scontri tra l’esercito turco e il PKK, è stata inviata in città sotto coprifuoco come Cizre e Nusaybin. È stata imprigionata nel luglio 2016 a Mardin, un giorno dopo aver lasciato Nusaybin. È stata sottoposta a custodia cautelare per 5 mesi e rilasciata sotto controllo giudiziario dopo la sua prima udienza in tribunale nel dicembre 2016. Alla fine del processo, nel marzo 2017, è stata condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni per “propaganda terroristica” a causa della sua copertura giornalistica e di un suo dipinto sulla conquista della città di Nusaybin. Il tribunale superiore ha confermato la sentenza nel luglio 2017 ed è stata mandata in prigione. Il 23 ottobre 2018, lo Stato turco ha adottato una misura di allontanamento forzato contro Zehra Doğan. Zehra è stata mandata nella prigione di Tarso. È stata rilasciata il 24 febbraio 2019. Attualmente è rappresentata dalla Prometeo Gallery di Ida Pisani.



