
Se il distretto di Calle Dr. Fourquet “rinasce”, le gallerie madrilene nell’area intorno al Museo del Romanticismo, in zona Alonso Martínez, sono una certezza. Ecco la nostra ricognizione fuori dagli stand di ARCO
Al numero 11 di Calle San Lorenzo tre “best” da non perdere in queste ore a Madrid: Elba Benítez, La Cometa e Ehrhardt Flórez, rispettivamente con i progetti di Miroslaw Balka, di María Fernanda Cardoso e i gonfiabili geometrici di Laia Estruch a ostruire l’entrata. Proprio lo scorso anno l’artista catalana (1981) era stata protagonista della mostra “Hello Everyone” al Reina Sofia, dove aveva riunito tutti i lavori prodotti dal 2011 al 2024. E ancora una volta è la componente dell’azione dello spettatore a far vivere il lavoro, stavolta dovendo proprio attraversare le morbide pareti per accedere a uno spazio che, all’interno, si presenta vuoto: una riflessione sulla percezione e sull’uso che gli attribuiamo, oltre all’impercettibile concetto di “soglia” che in questo caso invece si fa puramente visibile e materiale. “Arañas del Paraíso” e “Sobre los orígenes del arte I-II” proseguono le ricerche di María Fernanda Cardoso sul comportamento e le strutture delle specie tessitrici, analizzandone i pattern di simmetria, i processi di ripetizione e la precisione matematica che le caratterizza. Tutte le immagini, registrate tramite macrofotografia, rivelano la complessità geometrica e la dimensione estetica di questi organismi che Cardosa commenta così: «Questi ragni sono i più colorati, stravaganti, sexy e affascinanti del pianeta. Il loro uso del colore, del gesto, del suono e del movimento li rende alcuni degli artisti performativi più sofisticati del mondo». Quasi un documentario nella bellezza di immagini che straniano per il loro aspetto profondamente iperralista da diventare surreale.

Un altro progetto che parla, ancora più specificamente, di soglia é “Los olvidos” di Balka: luoghi transito, che invitano ed esigono transito, in questa grande installazione di Balka realizzata da Benítez con l’uso di comuni zerbin la memoria diventa la soglia di qualcosa che guadagniamo e perdiamo; “Così come Solomon Shereshevsky tratteneva la memoria ed era trattenuto da essa, noi lasciamo la memoria e siamo lasciati da essa. Per diventare memoria, la memoria deve giungere da un altro luogo; e ciò che arriva, se ne va. E la stessa cosa accade con quei fasci fragili e transitori di ricordi che siamo noi stessi, i nostri stessi io. Da qui proviene l’oblio ultimo di “Los Olvidos” di Miroslaw Balka”, scrive nel testo che accompagna la mostra il critico George Stolz.
Restando in zona, Travesía Quatro apre con la pittrice Ana Prata e la sua “Toda coisa que vive é um relâmpago”: una declinazione della natura morta, raccontata a partire dalle visione di altrettante versioni nel passato dell’arte occidentale, in una “ruberia” che ci riporta idealmente a Juan Muñoz e alle sue “storie dell’arte” al Prado: Giorgio Morandi, Eleonore Koch, sono presi come monito per “nuove versioni” di Nature Morte che capovolgono queste aspettative: ciò che dipinge l’artista emerge, naturalmente, dalla sua memoria e dalle sue esperienze, ma gli oggetti non sono osservati nel suo ambiente immediato, mediati – tutti – proprio dalla storia dell’arte.

Appena più in là, da Albarrán Bourdais, una retrospettiva di Annette Messanger, “Désir/Dèsordres”, che ripercorre la carriera della grande artista francese in un arco di tempo che va dal 1989 al 2024: una possibilità per rivedere anche la combinazione dei suoi materiali ricorrenti, dai capelli al disegno, dal tessuto alle fotografie per ritrarre corpi assenti e desideranti, fino alla deflagrazione dell’ultima sala. Qui l’artista trasforma una serie di colorati disegni di uteri in pattern per pareti, quasi azzerando il confine tra pubblico e privato, tra intimo e pubblico.
Da Pedro Cera, invece, propone Berlinde De Bruyckere, con la personale “Plunder”, la prima dell’artista nella sede spagnola della galleria portoghese, riunendo nuove opere che approfondiscono le ricerche presentate negli scorsi anni da De Bruyckere alla Biennale di Venezia o alla Fondazione Sandretto, solo per citare due sedi italiane. Il termine “plunder” (saccheggio), esplorato con la scrittrice Antjie Krog, continua a definirne la poetica: un’indagine sulla spoliazione interiore, fisica ed ecologica. Anche stavolta De Bruyckere traduce questa riflessione in sculture che utilizzano pelli, cera e materiali di recupero, creando mosaici fragili che suturano le cicatrici dell’esistenza.




