05 Ottobre 2026 12:00

ARCO Madrid, punto finale: le vendite, l’IVA e un’identità che non si abbandona

Maribel López, ph. Rodrigo Gatinho
Il mondo è in crisi, lo sappiamo, ma la positività che questa settimana di ARCO Madrid ha infuso ai visitatori e agli addetti ai lavori presenti alla fiera non è passata inosservata

L’abbiamo scritto e ripetuto: una fiera gigante in fatto di metri quadrati e partecipazioni (sono oltre 200 le gallerie che chiuderanno domani la 45.ma edizione di ARCO Madrid) e, ancora una volta, è un intero “continente” a mettersi in mostra, quello Ibero Americano, profondamente sostenuto dalla direttrice Maribel López: «Manterremo questa identità e modello di fiera, che va avanti dal 2011, quando Carlos Urroz aveva iniziato la sua direzione. È molto importante per noi, e per me, perché in tutti questi anni questo “focus” ha permesso ai collezionisti e al pubblico di scoprire artisti, di scoprire pratiche e di scoprire gallerie ma, soprattutto, di scoprire una complessità che ancora è tutta da esplorare, già che non esiste una sola “scena Latina”, e quel che succede in Guatemala non si può comparare a quel che accade in Venezuela, citando due Paesi che sono rimasti per molto tempo fuori dall’orbita del mercato. Oggi, rispetto a quindici anni fa, sono molte le gallerie europee che lavorano con artisti latinoamericani e questo è stato un processo costruito anche grazie a ARCO. Insomma, è inutile correre verso novità e mode, perché penso che quello portiamo a Madrid sia molto speciale, e non vedo alcuna ragione per cambiare direzione», racconta López, ricordando anche i numeri: su 211 gallerie il 34 per cento sono spagnole (72 in totale), e il 31 per cento delle restanti viene dall’America Latina, di cui 15 partecipazioni brasiliane, 10 argentine, 13 portoghesi e, per restare nell’Europa del nord, 20 gallerie sono tedesche.
Sulla storia di ARCO, la direttrice insiste: «ARCOmadrid è iniziata nel febbraio del 1982, nel pieno della Movida madrileña, un’esplosione controculturale apparsa dopo la fine del Franchismo e caratterizzata dalla sperimentazione nella musica, nel cinema, nelle arti visive e nella vita notturna: la fiera è profondamente radicata nel vibrante ecosistema artistico della città e vogliamo mantenere questa dinamica viva e in crescita».

ARCO Madrid, backstage

In crescita, viene da dire, nonostante l’IVA, in Spagna rimasta al 21 per cento: «Ci piacerebbe moltissimo mettere le gallerie del nostro Paese sullo stesso piano di quelle del resto d’Europa. A breve termine sarebbe ottimo per il mercato, è chiaro, ma penso che a medio termine, sarebbe ancora più importante per la rilevanza degli artisti spagnoli perché significherebbe un sostegno dal proprio stesso contesto. Vedremo nel prossimo futuro. È un dibattito che appartiene non solo al settore ma anche alle autorità pubbliche competenti, che devono fare la loro parte. Il nostro impegno rimane chiaro: sostenere e rafforzare l’intero sistema artistico», continua la direttrice che ricorda anche come ARCO sia rimasta al passo del ricambio generazionale dei collezionisti (d’altronde la fiera ha pur sempre 45 anni) e dell’interesse (non scontato) dei più giovani, citando lo Young Collector Initiative della Fundació MACBA di Barcellona: un gruppo di under 35 che si impegna a sostenere il museo catalano per l’acquisizione di opere.

Oli Epp, The Apology, 2025, acrilico e olio su tela. 180 x 200 cm, © Photo: Claire Dorn, Courtesy of the artist and Perrotin, Price: $50,000

Uno sguardo alle vendite di ARCO 2026

A proposito di vendite, quelle che ci sono pervenute nei primi giorni di ARCOmadrid 2026 dimostrano come la fiera spagnola non abbia paura di compararsi alle altre colleghe europee e non senza alcuna riluttanza, nonostante la propria differenza “culturale”. Dove sono, ad esempio, i risultati delle vendite delle ultime Artissima o di Arte Fiera? Perché, visto che sempre ne lamentiamo l’assenza, non iniziamo anche nel nostro Paese a parlare pubblicamente di soldi e di vendite, se davvero ce ne sono? Per ora, però, concentriamoci ai Padiglioni dell’Ifema.

Tra le tante si segnalano le vendite di Peter Kilchmann (Zurigo) che piazza un dipinto di Andriu Deplazes per 20mila euro. Ottimi risultati per la colombiana Casas Riegner con Luz Lizarazo, le cui opere sono state vendute in una fascia tra 5 e 30mila euro (e di cui altre opere sono in mostra nella sede madrilena dell’artista in Calle de San Lorenzo e che abbiamo visto anche in una delle sale della Biennale Arte Paiz, lo scorso novembre in Guatemala). Casa Triângulo da San Paolo ha letteralmente fatto sold out con Fernanda Galvão, con prezzi tra 12 e 32mila euro, e ha quasi esaurito i lavori (non economici) di Sandra Cinto. Anche la galleria peruviana Crisis, solamente al secondo giorno, aveva venduto metà dello stand, inclusa un’opera di Patricia Rengifo per 7mila dollari.
Société (Berlino) ha chiuso la sua vendita più alta a circa 100mila euro, mentre Bombon Projects (Madrid) ha piazzato diverse opere tra cui sculture e disegni di Eva Fàbregas e una scultura di Nora Arrekoetchea. Esther Schipper (Berlino) ha riferito vendite multiple oltre i 200mila euro, e Carlos/Ishikawa di Londra ha dichiarato di aver prevenduto tre quarti dello stand già nelle prime ore, come annunciato anche dalla brasiliana Martins&Montero, con opere di Lia D Castro e Hudinilson Jr., che è protagonista anche di una parte del riallestimento del Reina Sofía, nella grande mostra che prende in esame la collezione permanente del museo dal 1975 a oggi. Ropac (Parigi) ha chiuso la prima giornata con metà stand venduto, mentre Capitain Petzel (Berlino) ha avuto già dal giovedì una giornata eccezionale con vendite tra 20 e 100mila euro, inclusa un’opera di Leyla Yenirce, mentre Superficie (ancora da San Paolo) ha piazzato due lavori di Ana Amorim per circa 58mila euro ciascuno. Parlando di giovani artisti c’è poi Lehmann, da Porto, che ha venduto più opere di Diana Policarpo e Joao Gabriel, con prezzi tra 2.900 e 7.100 euro. Barò (Mallorca) ha piazzato opere di Ayako Rokkaku, Elias Crespin e Joana Vasconcelos in una fascia tra 48mila e 100mila euro.

Visita dei Reali di Spagna ad ARCO Madrid, 6 marzo 2026. Courtesy ARCO

Per quanto riguarda le acquisizioni istituzionali, il Ministero della Cultura e il Museo Reina Sofía hanno investito complessivamente 402.760 euro per 17 opere di 14 artisti, con una forte presenza femminile. La Fundación ARCO ha acquisito 7 opere grazie ai proventi della cena di gala, mentre la Comunidad de Madrid ha premiato e acquisito opere di Los Bravú, Federico Miró e LUCE per il Centro de Arte Dos de Mayo di Mostolés, alle porte della Capitale spagnola. Il Comune di Madrid ha destinato oltre 71.000 euro all’acquisto di opere per il Museo de Arte Contemporáneo, inclusi lavori di Patricia Gadea, Elena Blasco, Oriol Vilanova (rappresentante del Padiglione Spagnolo a Venezia, tra un paio di mesi) e Daniel Canogar.
La Junta de Andalucía ha investito 145.134 euro per undici opere destinate al CAAC di Siviglia e al C3A di Córdoba, due istituzioni andaluse dedicate rispettivamente alla conservazione dell’arte contemporanea e alla sperimentazione artistica. L’IVAM di Valencia, uno dei principali musei spagnoli d’arte moderna, ha rafforzato la propria collezione con trenta opere del valore di 555.000 euro, con una netta prevalenza di artiste donne. Es Baluard di Palma ha acquisito cinque opere, la Fundación María Cristina Masaveu Peterson ne ha acquistate quattordici, e anche Sorigué e la Fundación María José Jove hanno effettuato importanti acquisizioni. Tra le vendite più rilevanti si segnala anche l’acquisizione da parte del Centro de Arte Hortensia Herrero di Valencia di un’opera di Jean-Michel Othoniel da Perrotin.
Infine, sotto il cielo della guerra e della crisi perpetua, l’attrazione spagnola e di quel che resta della “Movida Madrileña” – che piaccia o meno – anche quest’anno non è sembrata vacillare.