29 Settembre 2026 22:24

Davide Rondoni sulla Biennale. “La libertà, ma davvero”

Davide Rondoni
Davide Rondoni
Finiamola con questa storia delle rappresentanze nazionali dell’arte. Sulla Biennale di Venezia, il pensiero del poeta Davide Rondoni

Il vero coraggio sta in altro. Non nel dire sì o no al padiglione della Russia alla Biennale di Venezia. Il vero atto, nuovo, insurrezionale che mi sarei aspettato da chi dice di amare l’arte sarebbe stato un grido: finiamola finalmente con sta pantomima, gli artisti non “rappresentano” gli Stati. E quindi smontiamo, cambiamo, riorganizziamo la Biennale. Finiamola con questa storia delle rappresentanze nazionali dell’arte. Gli Stati sono rappresentati da Politici e Diplomatici, e semmai da squadre che nello sport sono (per fortuna) degli “eserciti” pacifici in competizione tra loro.

Ma nell’arte questa coincidenza non ha senso. Gli artisti non esistono per fare competizioni tra Stati, figuriamoci guerre. Non rappresentano in senso politico gli Stati. Non li rappresentano per niente. Rappresentano culture, estetiche, spiritualità, semmai. Caravaggio lo chiamiamo italiano, ma l’Italia non c’era. E allora, Presidente Buttafuoco, se davvero hai coraggio usa questa tragica, ormai durevole occasione di guerra per “liberare” l’arte da una logica che non le appartiene, ovvero la politica e lo statalismo. Avresti potuto fare una Biennale davvero diversa, uscendo da gabbie storicistiche. E invece no, come fossimo in pieno Ottocento e primo Novecento, ecco la retorica degli artisti di Stato.

Più coraggio

E le inevitabili polemiche che dalla politica per via della infausta idea della rappresentanza nazionale e statuale, scendono per l’ennesima volta in modo ipocrita, e ingannevole sul mondo artistico. Come se quello, lo Stato, fosse il culmine e il fine del lavoro dello spirito umano, che nell’arte trova una sua forte espressione. Fosse così meccanica la “rappresentanza” allora dovremmo, che ne so, chiedere a tutti gli aspiranti artisti cinesi che sono in Italia di fare un giuramento anti-dittatura di Xi Jin Ping (e chi se ne frega se i loro parenti là in patria ci rimettono). Ma non lo facciamo, e non per amore della democrazia, ma perché costoro rimpinguano le casse dei nostri avviliti conservatori e accademie grazie a patti che nutrono i giovani cinesi e non gli artisti giovani italiani.

 

Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco durante la conferenza
Il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco durante la conferenza

E come lo studente di clarinetto non “rappresenta” il suo paese o il pensiero del suo Presidente (e ciò vale anche per il clarinettista americano), così il pittore russo non “rappresenta” lo Stato russo o il pensiero del suo presidente. Idem per gli israeliani o per i cubani. Invece, la Biennale statalista coi suoi padiglioni imbandierati rimane vittima cosi della propria ottocentesca impostazione. E nel momento in cui la Biennale si dichiara “internazionale”, essendo la comunità internazionale convulsa nelle sue proprie crisi, diviene invece nazionalissima e dunque suscettibile di polemiche strutturali che avrebbero dovuto invitare a più coraggio.

E così mentre il Presidente passa per filo-russo (ma allora anche filo iraniano, filo cinese, filo quanti altri?), il Ministro facendo il suo mestiere legittimamente difende la posizione politica del Governo a riguardo di altri Stati. Ma è tutto sbagliato. E se occorre più coraggio, occorre anche il coraggio di cambiare, ma davvero. A costo di perdere “allure”, aura, e soldi. In nome, ma davvero, della libertà dell’arte.