05 Ottobre 2026 12:40

Il risiko dell’arte. La Biennale all’epoca dei poteri forti

Padiglione Russia, Giardini
Non è il padiglione russo, da solo, a mettere in crisi la Biennale, è la fine di una finzione che scuote gli animi. La finzione per cui la cultura starebbe sopra la politica, o appena di lato, in una specie di zona franca dove i conflitti del mondo entrano ripuliti, pettinati, resi presentabili.

La Biennale Arte 2026 ha inserito ufficialmente la Russia tra le partecipazioni nazionali; nello stesso comunicato ha ricordato anche la propria regola di fondo: i Paesi riconosciuti dalla Repubblica italiana possono partecipare, e l’istituzione respinge ogni forma di esclusione o censura dell’arte e della cultura. La formula è limpida, quasi troppo lineare.
Buttafuoco si è mosso dentro questo perimetro come dentro una fortezza, più che da burocrate, da presidente che difende la libertà e le prerogative della propria istituzione. Il senso della sua posizione è semplice: la Biennale non può trasformarsi in un ufficio sanzioni, non può cambiare natura ogni volta che la pressione geopolitica alza la voce. Dall’altra parte Giuli ha preso le distanze, e lo scontro si è spostato subito dal piano simbolico a quello del comando. La questione travalica il binarismo Russia sì, Russia no. Piuttosto: chi decide davvero, quando una fondazione culturale tocca un nervo diplomatico scoperto? Secondo RaiNews il ministro ha chiesto le dimissioni della consigliera del MiC Tamara Gregoretti; secondo Repubblica, ha chiesto anche i verbali del CdA ed è pronto a un affondo ispettivo. La temperatura, insomma, è quella di una vera e propria prova di forza.

A questo punto entra in scena l’Europa, e lì il velo cade del tutto. La Commissione non si è limitata a dissentire, ha detto che, se la Biennale procederà con la presenza russa, il finanziamento europeo già in programma per la kermesse potrà essere sospeso o revocato. Reuters parla di un grant da 2 milioni di euro. Il portavoce della Commissione ha spiegato la ratio che sta dietro al procedimento con parole che meritano di essere prese alla lettera: le piattaforme culturali europee devono promuovere valori democratici, dialogo aperto, diversità, libertà di espressione. In Russia, dice Bruxelles, questi valori non sono rispettati. Qui non siamo più nel regno della pura speculazione, si dichiara apertamente che il denaro pubblico viene usato come leva culturale diretta ed esplicita.

Naturalmente la posizione europea non nasce dal nulla. La Russia, oggi, non è solo una democrazia romanticamente controversa e malandata. Freedom House la classifica come “Not Free” con 12 punti su 100. Gli Stati Uniti, per ora, sono a 84 su 100, Israele a 73, entrambi ancora dentro la categoria “Free”. Se il criterio è la tassonomia dei regimi politici, allora il paragone secco non regge: Russia, Stati Uniti e Israele non occupano la stessa casella, dirlo è necessario, altrimenti la scrittura diventa propaganda e perde precisione proprio dove dovrebbe colpire.

Alessandro Giuli

Ma la faccenda non si può esaurire così, perché gli indici comparativi dicono una cosa, mentre la storia concreta di guerre, occupazioni, discriminazioni sistematiche e impunità ne dice un’altra. Human Rights Watch, nel suo World Report 2025, scrive che le autorità israeliane continuano a commettere crimini contro l’umanità di apartheid e persecuzione nei confronti dei palestinesi. La stessa organizzazione richiama poi il parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024, che ha individuato responsabilità gravi di Israele nei territori occupati, includendo per la prima volta anche il rilievo dell’apartheid.

Questo non trasforma Israele, nei principali ranking occidentali, in una autocrazia sul modello russo, però rende molto più difficile sostenere che l’Europa stia applicando un principio universale, lineare e neutro nelle scelte di ambito culturale.
È qui che il caso Biennale diventa davvero interessante, perché mostra un modus operandi, non tanto un verdetto. Se il criterio fosse puro e universale, allora la domanda si allargherebbe subito: perché la Russia sì e altri stati no? Perché qui la condizionalità economica viene esibita con questa nettezza, mentre altrove il lessico si fa più cauto, più diplomatico, più elastico? La risposta, per quanto sgradevole, è abbastanza evidente: l’Europa non agisce soltanto in nome di valori condivisi e condivisibili, agisce dentro una gerarchia politica di alleanze, appartenenze, nemici, strategie. Il punto non è negarlo scandalizzandosi, piuttosto dovremmo essere abbastanza sinceri da smettere di chiamarlo universalismo morale, e definirlo molto più concretamente governo geopolitico della cultura.

Buttafuoco, allora, difende una sovranità tutta simbolica, mentre Giuli difende una sovranità tutta politica. Bruxelles, così almeno appare, una sovranità prevalentemente normativa: quella che passa attraverso bandi, fondi, criteri etici, reputazione. E la Biennale, che da sempre ama raccontarsi come luogo di incontro tra i popoli, si ritrova esattamente dove tutte le grandi istituzioni finiscono prima o poi: davanti al fatto che la libertà culturale viene celebrata finché non disturba l’ordine delle alleanze. Quando diventa scomoda, arrivano le note ufficiali, i verbali, le lettere dei ministri, i richiami ai valori, i milioni che possono sparire. Tutto molto civile, tutto molto ben amministrato.

Pietrangelo Buttafuoco

Forse il punto, però, non è chiedersi se la cultura debba essere neutrale, infondo non lo è mai stata. Il punto è un altro, avere il coraggio di guardare la mano che la orienta. In questa storia la Russia c’entra poco, è la scintilla, non l’intero incendio. L’incendio è vedere, finalmente senza trucco, che i finanziamenti pubblici non servono soltanto a sostenere la cultura, servono soprattutto a dirle da che parte del tavolo deve sedersi.
Ora molti chiederanno una dimissione. Forse arriverà, forse servirà a dare ordine al disordine. Eppure, sarebbe un’uscita troppo semplice per una vicenda troppo compromessa. Perché qui non ha fallito una sola persona, né un solo passaggio procedurale. Ha fallito una gerarchia intera di comandi, omissioni, doppie misure, responsabilità distribuite e mai davvero assunte. Colpirne uno per salvare gli altri sarebbe il gesto più prevedibile: rapido, elegante, insufficiente. Se deve esserci una conseguenza, allora che sia più larga. Non il sacrificio dell’anello più esposto, ma un’assunzione di responsabilità capace di toccare la struttura che ha prodotto questo cortocircuito, allargando lo sguardo ai vertici della cultura, nazionale e sovranazionale, ritrovando il coraggio di una libertà di pensiero e di espressione vere, almeno in ambito artistico/culturale.