
Galleria Borghese riavvia la programmazione delle mostre dossier con due esposizioni di Giovan Francesco Penni e Marcello Provenzale
Dal cuore della propria storia collezionistica la Galleria Borghese riapre il cantiere della ricerca. A partire dal 17 marzo il museo torna alla formula delle mostre dossier, progetti espositivi concentrati su nuclei ristretti di opere che permettono di rileggere momenti cruciali della collezione e di ricostruirne, con rigore filologico, l’assetto originario. Con Ritorno alla Galleria Borghese. Giovan Francesco Penni e la bottega di Raffaello e Marcello Provenzale da Cento. Un genio del mosaico barocco nella Roma dei Borghese, l’istituzione romana riporta l’attenzione su due capitoli significativi della propria vicenda, tra recuperi, attribuzioni e riscoperte critiche.
La prima mostra, Ritorno alla Galleria Borghese, a cura di Lucia Calzona, celebra il “ritorno a casa” di una preziosa tavola allegorica: l’Allegoria della Buona Speranza, attribuita a Giovan Francesco Penni e acquisita all’asta il 14 maggio 2025. L’acquisto si inserisce nel progetto avviato dalla Galleria per ricomporre, per quanto possibile, l’assetto originario della propria raccolta, attraverso un attento lavoro di ricostruzione storica e collezionistica.
La tavola centinata, la cui provenienza borghesiana è attestata negli inventari seicenteschi come opera di Raffaello, viene ora collocata nella sala dedicata alla pittura rinascimentale e ai capolavori del maestro urbinate. L’allestimento restituisce così una riunificazione attesa da oltre due secoli. L’opera è infatti presentata accanto all’Allegoria della Carità, suo pendant originario oggi conservato in collezione privata: la ricomposizione del dittico, separato alla fine del Settecento, consente di ripercorrere un momento cruciale della storia della collezione, dalle prime menzioni inventariali fino alle vendite Ottley (1797-1799), che dispersero numerose opere della raccolta nel clima delle vicende napoleoniche.

L’ esposizione approfondisce dunque la figura di Giovan Francesco Penni, protagonista della diffusione del linguaggio raffaellesco nella Roma del primo Cinquecento. Nato a Firenze tra il 1488 e il 1496 e morto probabilmente a Napoli tra il 1528 e il 1534, Penni fu tra i collaboratori più stretti di Raffaello, tanto da vedere la propria personalità artistica profondamente intrecciata a quella del maestro. Dopo averlo incontrato a Firenze nei primi anni del secolo, lo seguì a Roma intorno al 1508, partecipando alle grandi imprese decorative della bottega: dalle Stanze e Logge vaticane agli affreschi della Farnesina, fino ai cartoni per gli arazzi.
Il suo ruolo fu spesso quello di tradurre e rielaborare le invenzioni del maestro in modelli destinati alla bottega, funzione progettuale essenziale che rende oggi complessa l’individuazione precisa del suo intervento nelle singole opere. Proprio per questo il corpus delle opere attribuitegli con relativa concordia critica rimane limitato. Tra queste figurano le due tavole con l’Allegoria della Buona Speranza e l’Allegoria della Carità, insieme al tondo con l’Adorazione del Bambino con San Giuseppe e San Giovannino proveniente dall’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni. La presenza di quest’ultima opera in mostra offre un fondamentale termine di confronto per lo studio attributivo delle tavole borghesiane.
L’integrazione delle tre opere con i capolavori presenti nella sala restituisce un quadro articolato della bottega raffaellesca, mettendo in evidenza continuità stilistiche e dinamiche collaborative che caratterizzarono la produzione del gruppo. In questo modo la mostra intreccia storia del collezionismo, indagine attributiva e riflessione sul lavoro condiviso di bottega.

La seconda esposizione, Marcello Provenzale da Cento. Un genio del mosaico barocco nella Roma dei Borghese, realizzata in collaborazione con la Pinacoteca Civica “Il Guercino” di Cento (dove sarà presentata in una diversa configurazione dal 2 ottobre al 10 gennaio 2027) riporta invece all’attenzione la figura di Marcello Provenzale, protagonista della rinascita del mosaico nella Roma di Paolo V.
L’iniziativa si inserisce nelle celebrazioni per il 450° anniversario della nascita dell’artista e intende restituire il ruolo di un protagonista della cultura figurativa della Roma borghesiana, artefice di una trasformazione decisiva del mosaico in linguaggio moderno nel clima della Controriforma.
Nato a Cento nel 1576 e formatosi inizialmente come pittore, Provenzale si specializzò a Roma nell’arte musiva, partecipando già dal 1600 ai cantieri della basilica di San Pietro. Qui lavorò alla Cappella Clementina e alla decorazione della cupola, distinguendosi per la capacità di tradurre in tessere vitree gli effetti pittorici del colore e della luce.
La sua abilità gli valse importanti incarichi da parte di Paolo V, tra cui la realizzazione dello stemma Borghese nella navata centrale di San Pietro e il restauro della Navicella di Giotto tra il 1617 e il 1618. Nel 1616 il pontefice riconobbe ufficialmente l’invenzione di «un nuovo modo di far mosaico assai diverso e più bello dell’antico», consacrandolo come innovatore tecnico.

Provenzale fu tra i primi a utilizzare il cosiddetto mosaico filato, tecnica che permetteva di ottenere mezze tinte e raffinate sfumature cromatiche. Grazie a questo procedimento raggiunse risultati capaci di competere con la pittura, come dimostrano opere celebri quali la Madonna col Bambino (1600), l’Orfeo (1618) e il Ritratto di Paolo V (1621), oggi alla Galleria Borghese, accanto alla Civetta con uccelli conservata al Museo degli Argenti di Firenze e al Volto di Cristo, già nella collezione Federico Zeri e oggi nella collezione Grimaldi Fava.
In questi lavori il mosaico assume un forte valore simbolico: la materia vitrea, incorruttibile, diviene emblema di eternità e strumento di celebrazione dinastica, trasformando il ritratto in un monumento portatile alla memoria del pontefice e della casata. Dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 1639 nel Palazzo Borghese a Campo Marzio, la sua eredità fu raccolta da Giovan Battista Calandra, che ne proseguì l’esperienza verso la piena maturazione del linguaggio barocco.
Costruita intorno ai capolavori dell’artista, la mostra intende dunque restituire la modernità di un maestro che seppe trasformare un’arte antica in un linguaggio nuovo. In questo contesto la Galleria Borghese si conferma luogo privilegiato per celebrarne la figura e riaffermare il ruolo del mosaico nella Roma della Controriforma.




