09 Ottobre 2026 12:59

Fuori Israele dalla Biennale: la lettera di Art Not Genocide Alliance

Padiglione Israele, Giardini della Biennale
Sono quasi 200, tra artisti e curatori, i firmatari di una lettera aperta per escludere Israele dalla Biennale di Venezia nell’edizione più politicamente scottante degli ultimi anni

Il gruppo di attivisti Art Not Genocide Alliance (ANGA), ha diffuso una lettera aperta che chiede alla Biennale di Venezia di impedire la partecipazione di Israele all’edizione 2026. Il documento è stato firmato da quasi 200 artisti, curatori e operatori culturali coinvolti nella manifestazione, tra cui figurano Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salti, due dei curatori incaricati di realizzare la visione della compianta Koyo Kouoh, scomparsa lo scorso maggio pochi mesi dopo essere stata annunciata come curatrice della Biennale Arte 2026.

Hanno aderito anche decine di artisti presenti nella mostra principale, “In Minor Keys”, così come artisti e curatori legati ai padiglioni di Belgio, Brasile, Bulgaria, Francia, Perù, Polonia, Spagna, Svizzera e altri paesi. Dodici di loro hanno firmato in forma anonima, spiega la lettera, per paura di “possibili danni fisici, politici o legali derivanti da una firma pubblica“.

“Noi sottoscritti ci uniamo come artisti, curatori e operatori culturali in un rifiuto collettivo di concedervi di dare spazio allo Stato israeliano mentre commette un genocidio. Lo facciamo in supporto ai nostri colleghi artisti e operatori culturali in Palestina, in solidarietà con la Palestina, e nella profonda speranza di una fine del genocidio sionista e dell’apartheid in corso, e della rinascita di una Palestina libera”, si legge nel testo, che prosegue ricordando che nel 2024 “L’indignazione per l’inclusione di uno Stato genocida nella Biennale d’arte fu così forte che il padiglione israeliano fu costretto a chiudere. Mentre raggiungiamo un terribile anniversario – due anni e mezzo di genocidio aperto contro la Palestina – e 77 anni dopo la Nakba, lo Stato israeliano cerca ancora una volta la legittimazione della Biennale per mascherarsi da creatore invece che da distruttore di vita e cultura“.

Art Not Genocide Alliance aveva già promosso una lettera simile nel 2024, che raccolse oltre 20mila firme. Nell’aprile di due anni fa, l’artista Ruth Patir, scelta per rappresentare Israele, annunciò che avrebbe aperto il suo padiglione solo dopo un accordo per il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. L’accordo non arrivò prima della chiusura della mostra a novembre, e il padiglione non aprì mai, nonostante le proteste si fossero già manifestate durante i giorni di anteprima.

Un ulteriore momento di tensione in un mondo dell’arte che sembra prendere, finalmente, anche una certa coscienza del mondo in generale e, come abbiamo ricordato anche noi – attraverso il nostro articolo di Penzo Fiore, e i molti altri precedenti – di come la cultura molto spesso non si ponga minimamente super partes ma, anzi, sia l’ostaggio e l’arma prediletta del potere.