
Al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano più di 200 opere tra dipinti, stampe, fotografie, uniformi militari sul fenomeno del brigantaggio
Una vera scoperta nel centro di Torino, non lontano dalla stazione di Porta Nuova, il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano: una realtà dinamica, vivace, attiva e feconda di iniziative quasi che la gloriosa stagione in cui tanti eroi hanno costruito l’Italia come Stato unitario sia ancora viva e pulsante come dimostra fino al 29 marzo l’intrigante e affascinante mostra Briganti! Storie e immagini dal Risorgimento a oggi, allestita nel Corridoio dell’Aula della Camera Italiana. Curata da un pool di studiosi di livello e sostenuta e patrocinata da numerose Istituzioni e realtà pubbliche e private che credono e investono sulla ricerca culturale, la manifestazione è la prima su tale complesso tema analizzato tra storia e mito. Ne risultano 5 vivaci sezioni cronologiche con più di 200 opere tra dipinti, stampe, fotografie, uniformi militari, armi, amuleti, manifesti cinematografici e materiali multimediali provenienti dalle collezioni del Museo stesso e da prestigiosi Musei italiani e stranieri e Collezioni pubbliche e private.
Il Museo – cui si può accedere sia da piazza Carignano, sia da piazza Carlo Alberto – ha sede dal 1938 nel piano nobile di Palazzo Carignano (Patrimonio mondiale Unesco dal 1997) dalla facciata curvilinea e rivestito in mattoni eleganti e semplici: uno dei più grandiosi dell’epoca barocca. Costruito dal 1679 su commissione di Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano (ramo cadetto dei Savoia), l’edificio nasce a forma di C prospiciente i giardini e nel 1848 ospita nell’ellittico salone delle feste (opportunamente modificato) la Camera dei Deputati del Primo Parlamento Subalpino. Nel cortile del Palazzo, nel 1861 è allestita un’aula provvisoria in cui il Parlamento proclama l’Unità d’Italia peraltro ancora da costruire viste eterogeneità, complessità e problematiche che la connotano al momento della sua formazione. Nel 1871 viene completata un’ulteriore modifica che lo trasforma in struttura quadrangolare.
La mostra nel suo dipanarsi sottende il quesito se il brigantaggio sia stato una ribellione e un’eroica resistenza del Meridione all’unificazione o piuttosto una minaccia al nuovo Stato da parte di masnade criminali. Si tratta di un fenomeno storico che ha toccato e influenzato molti aspetti dell’esistere fino a interessare cinema, letteratura, musica e cultura popolare, quando nella memoria collettiva, venuta meno la virulenza degli eventi, il brigantaggio ha acquisito un’aura romantica e leggendaria trasformandosi in mito che tuttavia va analizzato nelle sue varie sfaccettature.

Bisogna tuttavia premettere che i termini bandito e brigante hanno assunto nel corso della storia significati e sfumature alquanto diverse a seconda dei contesti storico-sociali, anche se hanno in comune l’essere al di fuori delle regole, “fuorilegge”. Il termine ‘brigante’ è stato soprattutto usato nell’Ottocento per i fuorilegge spinti da motivazioni politico-sociali nell’Italia postunitaria del centro-sud. Il fenomeno comunque lo si voglia chiamare è antico quanto il mondo in cui è ampiamente diffuso per terra, così come per mare con il termine pirateria. Grazie al Museo una vasta gamma di attività culturali ha permesso di approfondire e discutere su questi importanti argomenti.
Iniziamo il percorso con “Rivoluzione e controrivoluzione 1796/1825” che analizza come durante il triennio repubblicano e l’età napoleonica nascano dall’animo reazionario del popolo incolto e povero gruppi armati contro la ventata rivoluzionaria e la presenza e influenza dei Francesi. Esponenti e sostenitori dei vecchi governi reazionari cavalcano tale situazione che finisce con l’intrecciare resistenza armata e criminalità. Spiccano figure leggendarie quali Giuseppe Mayno della Spinetta (‘Imperatore delle Alpi’) e Fra’ Diavolo. Con la Restaurazione, capibanda come Annichiarico e i Vardarelli vengono demonizzati dai governi reazionari anche perché collaborano spesso con carbonari e società segrete per cui il brigante che nel passato combatteva per la “bandiera reazionaria” spesso diviene un cospiratore.
In “Romantici fuorilegge 1825/1857”, i briganti agiscono in particolare nelle campagne meridionali e alla frontiera tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie e turbano la pubblica sicurezza incarnando le contraddizioni dell’Italia romantica: ribelli e criminali e insieme simbolo della lotta contro gli oppressori e della più cruda violenza divengono un’icona a livello internazionale. Se da una parte sono perseguitati da gendarmi e militari, dall’altra viaggiatori e artisti ne fissano invece l’immagine: costumi con pugnali, amuleti, figure sacre, trombone e cappello a punta (“cappello alla Ernani” ispirato all’omonima opera di Giuseppe Verdi) dei quali in mostra si possono ammirare molti originali. Il Brigante entra così nel Risorgimento come simbolo controverso di resistenza alle ingiustizie: uno scacco per i vari Stati incapaci di combattere la miseria con riforme sociali. Antonio Gasbarrone, il più famoso fuorilegge del tempo, ispira ad Alexandre Dumas il personaggio di Luigi Vampa nel Conte di Montecristo.

“Italiani, borbonici, briganti 1857/1876” racconta il primo conflitto civile combattuto all’interno del neonato Stato Italiano quando nel 1860 i plebisciti legittimano le annessioni, in particolare quella del Sud in cui la monarchia borbonica non si rassegna appoggiata da aristocratici, alto clero e fedeli sostenitori. Rinasce, quindi, il brigantaggio politico con centinaia di bande armate – guidate da capibanda leggendari come Carmine Crocco, Giuseppe Schiavone e Pasquale Romano – speranzose nel ritorno dei Borboni da cui auspicano di ottenere benefici e riconoscimenti sociali. La ribellione politica si fa più cruenta e si intreccia con la criminalità organizzata (come icasticamente mostra Scene di Brigantaggio/1863 di Cecrope Barilli) fino al 1866 infiammando Stato, Chiesa, campagne e opinione pubblica. Il brigantaggio, declinato anche al femminile con brigantesse e fiere mogli di briganti, pur se sconfitto, diviene simbolo di questo periodo ed è considerato elemento importante nella formazione dell’Italia contemporanea. Intrigante nella mostra la parte dedicata all’esercito con decorazioni, medaglie… e i “cacciatori di Briganti” come il lucano Davide Mennuni.
“Dopo il brigantaggio 1876-1961”. In questa sezione, il brigantaggio, pur essendo cessando come urgenza politico-sociale, continua con episodi localizzati: Domenico Tiburzi in Maremma, Giuseppe Musolino in Calabria e nel ‘900 Sante Pollastri in Liguria, Salvatore Giuliano in Sicilia e il banditismo in Sardegna. Terminata la fase attiva, il fenomeno permane come mito alimentato anche da ricerche di archivio e ricostruzioni storiche a cominciare da quelle di Giustino Fortunato e Benedetto Croce e dalla nuova dottrina lombrosiana (poi risultata falsa) che considera il brigante criminale per natura. Nello stesso tempo alcuni media di largo consumo diffondono notizie non chiare sul brigantaggio mediato come riscatto di subalterni.
“Briganti di massa 1961-2011” è la sezione finale che documenta come dopo il 1961 (centenario dell’unificazione dell’Italia) si verifichi un revival sui briganti grazie alla cultura di massa: cinema, letteratura, sceneggiati radiofonici e televisivi, musica e fumetti documentano e alimentano la persistenza del mito brigantesco nella cultura contemporanea italiana.





