
Stai per iniziare a leggere il nuovo episodio di Il sole allo Zenit. “Rilassati. Raccogliti, allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla”. Così più o meno iniziava il romanzo di un grande scrittore che ha fatto sognare, divertire o riflettere più di un lettore…
E se una mattina d’inverno un viaggiatore ha un appuntamento che aspetta da tempo nella villa di un grande Maestro e parte con un po’ d’anticipo, ha la possibilità di visitare altre due meraviglie nei paraggi e dar vita alle seguenti frasi. Ma chiariamoci fin da subito: lo scrittore famoso è Italo Calvino, il viaggiatore sono io e la villa in questione è quella de “I Tatti” di Fiesole, dove abitò il leggendario critico d’arte americano Bernard Berenson. E per andar lì a visitare la bucolica residenza, gestita dall’Università di Harvard, alla quale dovevo consegnare dei libri per una pubblicazione che vanta anche la loro partecipazione, sono partito con molto anticipo perchè non si sa mai cosa succede, specialmente in quel tratto di strada tra Bologna e Modena che sa essere lento come la Quaresima. Trovandomi a mezzogiorno sul posto, ho pensato bene di visitare anche un altro tesoro che ben conoscevo per averlo già visto, ma che valeva bene un ripasso: il refettorio di San Salvi, ovvero quello con il Cenacolo di Andrea del Sarto, che è uno dei miei pittori preferiti in assoluto e che lì esprime una vetta del suo repertorio magico.

L’opera è molto importante per il cambio di iconografia nella storia dell’arte perché Giuda è seduto al fianco di Cristo (mentre di solito stava a capotavola o dall’altro lato della tavolata) e accosta colori che fino ad allora non si osavano avvicinare, dando così il via a quelli che diventeranno gli eccentrici fiorentini (Rosso, Pontormo, Bronzino), tutti suoi discepoli. Così, davanti a un sfilza di sedie Savonarola e in compagnia di un unico altro visitatore, mi sono goduto la scena nella posizione più comoda, con le gambe allungate e le braccia libere di penzolare, e ho rivissuto il momento in cui Gesù rivela il tradimento agli apostoli presenti che mostrano sopresa, angoscia, sconforto e tanto altro. Oltre alle scene nel sottarco con San Giovanni, San Salvi, la Trinità, San Bernardino e San Benedetto, e i due personaggi che mi hanno sempre colpito perchè si affacciano dalla terrazza superiore e osservano la scena dell’Ultima Cena come fossero spettatori nel loggione.

Non pago, e con ormai accesa la fiaccola del curioso, ho provato addirittura a visitare un altro capolavoro del del Sarto poco lontano che non avevo mai visto prima dal vivo, un po’ per lo strano orario d’apertura ma soprattutto per colpa mia: gli affreschi monocromi al chiostro dello Scalzo, con le Storie di San Giovanni Battista, che l’autore ha interpretato basandosi anche sulla sua vita. Il chiostro era l’atrio della cappella appartenente alla Compagnia dei Disciplinati di San Giovanni Battista o della Passione, detta anche dello Scalzo perché il fratello portacroce soleva camminare senza calzature. Fondata nel 1376, fu la compagnia stessa a far eseguire il chiostro in forme sangallesche chiamando Andrea del Sarto, che ne era confratello, ad affrescare le figure da eseguirsi a monocromo proprio per contenerne il costo. L’opera, creata quasi a tempo perso o nei ritagli tra un incarico meglio pagato e l’altro, gli occupò vent’anni circa e risulta oggi uno specchio fedele delle varie fasi del suo stile. La prima storia con Il Battesimo di Cristo fu infatti eseguita quando era giovanissimo mentre l’ultima, con L’Imposizione del nome al Battista, fu creata quando il Maestro era ormai già maturo. Le prime illustrazioni sono pertanto legate alla tradizione quattrocentesca fiorentina ma denotano la conoscenza dell’arte michelangiolesca e sono vicine al Franciabigio, che era compagno di bottega di Andrea e che affrescherà due episodi nel chiostro durante la sua assenza.

Le altre scene, come La Cattura del Battista, sono invece costruite con ritmi armoniosi e complessi, più animate e drammatiche, come fossero risposte alle novità romane, mentre le storie finali sono intense e solenni, tragiche e grandiose, come mi dice la guida durante la visita, e presentano una nuova dimensione eroica, parallela al michelangiolismo ma più gentile. L’aspetto che più mi stupisce, oltre alla meravigliosa raffinatezza generale e alle incredibili possibilità che anche il monocromo riesce a dare, sono i due modi di leggere la storia: il primo in ordine cronologico, ovvero in base alla data d’esecuzione; il secondo in maniera lineare, proseguendo in senso antiorario a partire dalla Fede (che regge il lume che rischiara) e ripercorrendo le varie tappe della vita del Battista. Ci si imbatte dunque nell’Annuncio dell’Angelo a Zaccaria, nella Visitazione, nell’Imposizione del nome, nella Benedizione, nell’Incontro di Cristo e San Giovannino, nel Battesimo di Gesù, nella Carità, nella Giustizia, nella Predica, nel Battesimo delle Moltitudini, nella Cattura, nella Danza di Salomè, nella Decollazione, nella Presentazione della testa e infine (e ovviamente) nella Speranza, che ha come modella la figlia. E in cosa va mai riposta la Speranza secondo questa esperienza? Nella Fede della prima immagine, così il giro può continuare. Ma letto in modo cronologico e accostandolo alle esperienza di vita di Andrea Del Sarto, a mio avviso, il percorso prende ancora più senso.

Ad esempio: la porta sullo sfondo della Visitazione che lascia intravedere il buio, i volti lugubri e segnati o il fardello che portano le persone dipinte, furono eseguiti nel 1924 e sono successivi all’epidemia di peste che segnò evidentemente il suo stato d’animo e l’esecuzione. Nell’episodio del 1526, a peste terminata e Nascita del Battista avvenuta, nell’Imposizione del Nome la porta è sempre aperta ma lascia finalmente intravedere la luce. E anche la Danza di Salomè, la Decollazione e la Presentazione della testa del Battista, temi certamente tragici e forti, furono eseguiti in un periodo non facile della vita di Andrea, quando di ritorno da Fontainebleau, dove era stato chiamato dal re Francesco I e dove rimase con difficoltà fino al 1519, fu accolto a Firenze da diverse critiche e da un grado di ricchezza e di considerazione certamente diversi da quelli che aveva sperimentato in terra francese. A noi va bene comunque, perchè è permesso ancora oggi ammirare quelle storie che già ai tempi del Vasari “sono state lo studio e la scuola di molti giovani che oggi sono eccellenti in queste arti”… e si capisce.

Infine ho visto I Tatti e i suoi otto giardini. Quello all’italiana, quello pensile, l’aranceto, il viale dei cipressi, i bamboo e gli altri. E poi le stanze interne, la sala d’attesa con il San Francesco su fondo oro del Sassetta e la biblioteca infinita. Ho verificato il suo famoso simbolo, impresso a ciotoli nel cortile, che illustra due api (bee in inglese) corrispondenti alle sue iniziali e mi sono immaginato Bernard sulla poltrona impolverata che studia e dice la sua su un’opera. Ma alla fine anch’io a un certo punto, proprio come un tempo fece Andrea del Sarto, ho lasciato quel paese di cuccagna e son tornato alla mia terra.
Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni




