
Incontriamo Fabio Cavallucci a Milano in occasione della mostra Ecce Homo, dell’artista cinese Liu Ke, da lui curata
Elisa Rossetti: Nel 2019, con Carlo Ratti e Meng Jianmin, cura l’ottava edizione della Bi-City Biennale of Architecture and Urbanism di Shenzhen e Hong Kong, organizzando anche esposizioni a Pechino … ora porta in Italia per la prima volta l’artista cinese Liu Ke, già affermato in Cina e nell’Est Asiatico, curando la mostra Ecce Homo, alla Galleria Giovanni Bonelli. Come sono nati questi progetti?
Fabio Cavallucci: Ho visitato diverse volte la Cina come turista, i progetti sono nati poi, per una serie di incontri casuali. Come spesso accade nella vita la casualità è tutto, essere nel luogo giusto al momento giusto.

La stessa casualità che ha voluto nascesse a Santa Sofia, sull’Appennino romagnolo, dove dal 1955 si tiene il Premio Campigna, manifestazione di arte contemporanea che, negli anni, da iniziativa locale ha assunto sempre più un carattere internazionale.
Da bambino, nella stagione autunnale, vivevo il fermento di questo piccolo paese che si animava con artisti e critici, che allora non si chiamavano ancora curatori. Quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo: “organizzare il Premio Campigna”.
E ci è riuscito. Casualità dunque, ma anche determinazione, visione e molto studio che si fondono con la sua capacità di tessere relazioni. Quest’ultimo è un aspetto fondamentale della sua pratica curatoriale ed è presente anche nella ricerca artistica di Liu Ke.
L’aspetto relazionale si trova anche nell’attività di Ke. Per lui il vero lavoro non è la realizzazione dell’opera ma il sistema di relazioni che mette in moto. L’artista, a sua volta, si crea attraverso le relazioni create, in una progressiva definizione di sé. Liu Ke si descrive come uno strumento malleabile che non smette di “auto-plasmare” la sua struttura interiore proprio attraverso il costante lavoro di creazione, riflessione e confronto. È scultore di anime e al contempo di sé stesso.

Abbiamo detto che per Liu Ke il mezzo pittorico, come nella mostra Ecce Homo, è uno strumento di dialogo, una sorta di espediente che permette all’artista di innescare relazioni con il pubblico. A proposito di relazioni, lei ha sempre cercato di portare l’arte fuori dal classico circuito per “addetti ai lavori”, prova ne sono le iniziative che ha ideato e curato come Tusciaelecta, nata con l’obiettivo di instaurare un rapporto tra opera d’arte e contesto, attraverso interventi site specific di artisti internazionali. Riesce quindi a mettere in comunicazione dimensione privata e società, cosa che spesso non riesce alle istituzioni.
L’arte è uno strumento aperto di indagine e dibattito, questo permette di avvicinare il pubblico perché capisce che si sta parlando di qualcosa che lo riguarda ma il vero spazio pubblico non è quello strettamente fisico; l’arte è più potente quando interviene nell’ambito immateriale, quello della comunicazione, che è il vero limite delle istituzioni.
A proposito di comunicazione e mescolanza di linguaggi, è docente all’Accademia di Belle Arti di Carrara ma è anche parte del progetto Institution School, che unisce spazio fisico e online e sperimenta nuove forme di coinvolgimento e partecipazione…
Si tratta di un nuovo modello di istituzione artistica che propone cicli di incontri online su arte contemporanea, design e musica. Per ora l’unica sede fisica è a Santa Sofia, dove il progetto è nato. Ma puntiamo ad aprire altre sedi a New York e in Cina.

Parlando di futuro, come pensa si evolverà il sistema dell’arte, anche alla luce dei progetti che sta portando avanti in Cina?
Beh, prima di tutto bisognerebbe definire il significato di “sistema dell’arte”, un concetto molto ampio. L’arte è l’immagine del nostro mondo, una fotografia del nostro tempo. Chissà, forse tra cinque anni non utilizzeremo nemmeno più la parola “arte”.




