
Nelle sale di Villa Pignatelli uno stimolante confronto tra il favoloso mondo pop di Warhol e l’anonimo Banksy
I due più noti artisti del pianeta, l’americano Andy Warhol (1928-1987), nato a Pittsburgh, e il britannico Banksy, originario di Bristol, hanno subìto il fascino di Napoli, di Partenope, di Pompei e del Vesuvio, a tal punto che entrambi hanno lasciato un segno indelebile della loro creatività nella breve permanenza in città. Una presenza fugace che, a distanza di anni, omaggia i due artisti attraverso le loro opere con una mostra dal titolo Warhol Vs Banksy. Passaggio a Napoli, allestita nelle sale di Villa Pignatelli, nella centralissima Riviera di Chiaia, curata da Sabina de Gregori e Giuseppe Stagnitta, fino al 2 giugno. L’esposizione propone un confronto stimolante tra due personalità apparentemente distanti: il favoloso mondo pop di Warhol, l’artista più fotografato al mondo, famoso e onnipresente, contro l’anonimo Banksy, che secondo le indagini dell’agenzia di stampa Reuters, sarebbe lo street artist Robin Gunningham, nato nel 1973. Dopo la sua identificazione, avrebbe cambiato il proprio nome in David Jones. Il confronto tra i due artisti mette in luce due modalità differenti, ma ugualmente incisive, di interpretare la città, l’immaginario collettivo e il rapporto tra arte e società. Napoli diventa così non semplice sfondo, ma parte attiva di questo dialogo, luogo di passaggio, stratificazioni e trasformazioni. Sono oltre 100 le opere, provenienti da famose collezioni private e da importanti gallerie d’arte.
Banksy: passaggio a Napoli
Il 21 maggio 2006, il “Corriere del Mezzogiorno”, nella sua rubrica “Le Mappe della Metropoli”, a cura di Diego Lama e Mirella Armiero, pubblicò la prima “mappa del writing a Napoli”, creata da INWARD. Nella cartografia, arricchita di tabelle e foto in miniatura, furono riportati anche due interventi locali di Banksy: la segnalazione di un’opera a piazza Gerolomini e di un’altra a via Benedetto Croce. Per quasi dieci anni, nonostante la notorietà dell’artista inglese a livello mondiale, questi due murales, intitolati e divulgati come la “Madonna con la pistola” e l’”Estasi di Santa Teresa”, ricevettero una scarsa considerazione. Le cose cambiarono nel maggio del 2015, quando la studiosa Federica Belmonte li inserì in un articolo per il Magazine di Treccani. La figura della “Madonna con la pistola”, di cui è presente una stampa in mostra, è tratta dalla scultura di “Sant’Agnese sul rogo” che si trova in una chiesa a Roma, realizzata da Ercole Ferrata (1610-1686). L’”Estasi di Santa Teresa”, invece, si ispira alla “Beata Ludovica Albertoni” di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), anch’essa nella Capitale. In entrambe, Banksy attualizza le due figure, nella prima inserisce una pistola nella parte superiore della composizione, con l’intento di mostrare la paura della violenza sopra le nostre teste; nella seconda, invece, raffigura Santa Teresa con un menù della catena di fast food McDonald’s, dove l’estasi è generata dal cibo spazzatura dentro le nostre pance.

Warhol: passaggio a Napoli
Nel 1985, Warhol fu di nuovo a Napoli in occasione di una sua mostra personale al Museo di Capodimonte, organizzata da Lucio Amelio (1931-1994), dove presentò la sua nuova serie, un omaggio alla città partenopea, dal titolo “Vesuvius”, di cui è presente in mostra una delle tante versioni. Fu l’occasione per l’artista americano di tornare alla pittura ad acrilico, abbandonata dagli anni Sessanta in favore della serigrafia, per rappresentare con più forza la grandezza e l’imponenza dell’icona napoletana.
La tecnica serigrafica
La genialità di Warhol è stata quella di riuscire a raccogliere quello che c’era nell’aria, portandolo alle estreme conseguenze attraverso opere di eccezionale carica innovativa. Così, alla fine degli anni Cinquanta scopre nel Neo-Dada di Jasper Johns (1930) e Robert Rauschenberg (1925-2008) e nelle prime proposte pop, un recupero brutale della realtà, attingendo al banale e al quotidiano, opponendosi all’enfasi gestuale e all’idealismo romantico dell’Action Painting. Scoprì una pittura fredda, ripensata sull’immagine trasmessa dai media e dalla pubblicità e rielabora sé stesso come artista macchina, che non inventa, ma riproduce, che non interpreta, ma ripete all’infinito. L’adozione della tecnica serigrafica viene a coincidere con la comparsa non casuale di una nuova serie di lavori con il tema della morte. Con un “modus operandi” così distaccato e meccanico, senza vita, iniziò a raccontare la staticità della fine, partendo dal dipinto “129 Die in Jet!”, per arrivare, successivamente, ai primi necrologi con i ritratti di Marilyn Monroe (1926-1962) e Liz Taylor (1932-2011), visibili in mostra. In queste opere, non ripropone i volti delle sue modelle, ma i loro personaggi, maschere usate nei film come attrici, trasformandole in un pattern privo di potenziale emotivo. Dopo la morte di Marilyn, avvenuta il 5 agosto del 1962, cominciò a lavorare alla serie dedicata all’attrice partendo da un ritratto fotografico utilizzato per la promozione del film “Niagara”. Con questa serie, Warhol fece il suo ingresso nella Pop Art e rapidamente divenne celebre. Trasformò il suo studio in una Factory, una catena di montaggio dedicata alla produzione di dipinti.
Kate Moss
Un omaggio a Warhol da parte di Banksy avvenne nelle tre settimane che vanno dal 10 agosto al 1 settembre 2007, dove organizzò una mostra dal titolo “Banksy vs Warhol” alla Hospital Gallery di Londra, in collaborazione con la Pollock Fin Art. Il direttore creativo della galleria Duncan Cargill dichiarò: “Warhol ha creato alcune opere iconiche sulla cultura della sua generazione e Banksy fa la stessa cosa”. Tra le opere che misero in correlazione i due artisti, sicuramente la Kate Moss (1974) fu l’omaggio più eclatante che l’artista di Bristol fece al maestro della Pop Art. Inoltre, come regalo di nozze alla modella britannica, Banksy dipinse una versione del suo ritratto proprio nel bagno dell’abitazione della Moss, mentre lei e il neomarito erano in viaggio di nozze.
This is not by me
Nel 1970, quando la nota stamperia newyorkese Sunday B. Morning, fondata da alcuni amici di Warhol, decise di lanciare una ristampa per l’Europa della prima serie Marilyn, Warhol rifiutò. Nonostante il diniego, partì la riproduzione, ponendo però sul retro un timbro con la scritta: “Published by Sunday B. Morning” e “Fill in your own signature”, ovvero “Metti la tua firma”. Di fronte a questa iniziativa e vista la grande amicizia che lo legava ai fondatori della stamperia, Warhol decise di firmare il retro delle opere con la dicitura “This is not by me, Andy Warhol”, “Non l’ho fatta io, Andy Warhol”, di cui sono visibili in mostra alcune opere.

Campbell’s Soup
Warhol mangiava abitualmente la minestra Campbell’s, sempre lo stesso pranzo ogni giorno, per venti anni. Trasformò i barattoli del suo cibo quotidiano in opere d’arte, dando visibilità a qualcosa di già iper-visibile e iper-rappresentato nell’esperienza di tutti gli americani. Egli si ispirò al Ready-Made di Marcel Duchamp (1887-1968), oggetti di manifattura ordinaria che l’artista selezionò e modificò, riposizionandoli, intitolandoli e firmandoli, con un nuovo interesse per l’oggetto di uso quotidiano. La prima serie di barattoli ebbe una genesi curiosa, che ben si adatta a spiegarne la nuova sistematicità di Warhol: acquistato al supermercato un esemplare per ogni versione di minestra, l’artista dedicò a ciascuno un ritratto frontale, su un fondo bianco, ingrandendolo e riempiendo l’intera superficie della tela. Questa prima serie venne esposta nel maggio del 1962 alla Ferus Gallery di Los Angeles, in una installazione che ricordava i metodi espositivi di un grande magazzino.
Soup can
A Warhol guardava Banksy quando realizzò la Soup Can, che appare per la prima volta come dipinto originale affisso di nascosto su una parete del MoMA di New York nel 2005, con la didascalia “Tesco Value Tomato Soup”. L’opera è rimasta appesa per sei giorni prima che la sicurezza del museo si accorgesse che non doveva trovarsi lì e Banksy, per l’occasione, dichiarò: “Dopo aver scattato la foto, sono rimasto cinque minuti a osservare cosa succedeva, un mare di gente si è avvicinata e, dopo aver osservato, si è allontanata come aria confusa e leggermente risentita…mi sono sentito come un vero artista moderno”. In seguito, l’artista ha prodotto numerosissime versioni delle Soup, che sono considerate una post-produzione di una delle immagini più iconiche di Warhol. Entrambi realizzano moduli seriali, che esposti insieme ricordano la disposizione del prodotto sugli scaffali di un supermercato; mentre le Campbell’s Soup dell’artista americano appaiono prive di denuncia sociale, quelle di Banksy rappresentano l’opposto: criticano il consumismo.
Fiori
Dopo il primo periodo rappresentato da opere che avevano come tema la morte, come abbiamo visto con la serie Marilyn, in Warhol ritorna l’esigenza di rappresentare la vita attraverso la realizzazione della serie “Flowers”, che presentò nell’autunno del 1964, nella sua prima mostra personale dal gallerista Leo Castelli (1907-1999). L’immagine che rappresenta è stata elaborata traendo ispirazione da una fotografia di Patricia Caufield (1932-2023), di una composizione floreale artificiale. Realizzò file infinite della stessa immagine, fiori perfettamente ordinati che, partendo dal loro carattere puramente decorativo, affrontavano il tema dell’esistenza, dell’apparire e dell’essere.

Lanciatore di fiori
Anche Banksy ha focalizzato la sua attenzione sui fiori. “Love Is In The Air”, conosciuta anche con il nome di ”Flower Thrower” (Lanciatore di fiori), appare per la prima volta nel 2003 come stencil a Betlemme, nei pressi del muro costruito per separare israeliani e palestinesi nell’area della West Bank. Un muro che, secondo l’artista “trasforma la Palestina nella prigione a cielo aperto più grande del mondo”. L’opera cita e manipola l’immaginario degli attivisti durante le rivolte universitarie che attraversarono Stati Uniti e Gran Bretagna nel periodo del Vietnam e prende il titolo da una famosa canzone di Paul Young (1956). Banksy ribalta la semantica dell’immagine inserendo un mazzo di fiori al poto di una molotov e commenta il pezzo: “I più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole, ma da persone che seguono le regole”. Questa versione, decostruita in un trittico, è stata realizzata per Gross Domestic Product (prodotto interno lordo”), ma anche come “disgustoso oggetto per la casa”, il negozio temporaneo e chiuso al pubblico che l’artista aprì a Croydon, Londra, nel 2019.
Dollari
“Comprare è molto più americano di pensare, ed io sono molto americano”, scrisse Warhol. “In Europa e in Oriente la gente ama commerciare. Gli americani non sono così interessati a vendere. Infatti, preferiscono buttare via anziché vendere. Quello che amano veramente è comprare: gente, denaro, paesi”. E così anche lui, quando un’amica gli consigliò di dipingere ciò che ama, decise di dipingere il denaro. Verità o pura provocazione? La banconota da un dollaro con la sua firma, visibile inmostra, acquisisce automaticamente un valore economico di migliaia di dollari. La sua firma ha il potere di trasformare un oggetto comune in opera d’arte, cambiandone il valore e il significato, conferendogli un plusvalore artistico ed economico.
Di-faced tenners
Nell’agosto 2004, Banksy produsse anche lui una serie di banconote da dieci sterline, sostituendo il volto della regina Elisabetta II del Regno Unito (1926-2022), con quello della principessa Diana Spencer (1961-1997), e modificando il testo “Bank of England” in “Banksy of England”. Durante il Carnevale di Notting Hill, mazzette di queste banconote sono state lanciate in mezzo alla folla, e si racconta che le persone presenti hanno tentato di spenderle come se fossero soldi autentici. L’artista le utilizzò anche come inviti per la mostra Santa’s Ghetto, promuovendo l’associazione Pictures on Walls, in cui mette in vendita per cento sterline un foglio intero di cinquanta banconote non ritagliate in occasione della morte di Diana. Esse fecero la loro comparsa sul mercato nell’ottobre 2007, alla casa d’aste Bonhams, che mise in vendita un esemplare al prezzo di ventiquattromila sterline e al Reading Festival, vennero lanciate in mezzo alla folla oltre le transenne.
Guerra
Banksy punta a distruggere l’establishment, il militarismo, la società basata sul consumismo. I suoi personaggi sono disincantati, adorano falsi miti, sono frutto di una civiltà capitalistica e progressista. L’artista sovverte l’immaginario collettivo sfaldando le icone della società contemporanea tramite un’ironia che è allo stesso tempo elegante e brutale e, mettendo in ridicolo le molteplici contraddizioni che fanno parte del nostro tempo. I suoi disegni sono manifesti sociali che denunciano la guerra e le multinazionali; prendono le parti dei più deboli e difendono i diritti degli animali; sfidano il crescente controllo high tech; beffeggiano le scelte politiche mettendo in ridicolo la pena di morte, la militarizzazione ed i rappresentanti del potere. Il suo lavoro è un richiamo all’azione, fronteggia le gerarchie del potere mettendole a nudo davanti ai cittadini.

Parallelamente Warhol dedicò gran parte del suo lavoro alla “morte americana”, evidenziando le idee guerrafondaie e autoritarie del governo degli Stati Uniti: questo filone che sarà poi noto come “Death and Disaster”, venne inaugurato nel 1962, da “129 Die in Jet”, in cui l’artista riproduce fedelmente la prima pagina del “New York Mirror” del 4 giugno, che documenta il disastro aereo nel quale morirono 129 persone. Proseguì poi nel 1964 con “Race Riot”, dove le immagini rappresentano in realtà una marcia pacifica per i diritti civili interrotta dalla polizia americana che sguinzaglia i cani contro i manifestanti. Nel 1968, realizzò delle serigrafie sull’assassinio di J.F. Kennedy (1917-1963), con il titolo “Flash-November 22, 1963”, visibile in mostra, per arrivare verso gli anni Settanta a realizzare l’iconica serie contro la pena di morte e la sua spettacolarizzazione negli Stati Uniti, dal titolo “Electric Chair”.
Black books
Tra il 2001e il 2004, Banksy pubblicò tre piccoli libri conosciuti come “Black Books”. Il titolo del primo volume del 2001 è “Banging Your Head Against a Brick Wall” (Sbattere la testa contro un muro di mattoni), nel quale si legge una vera e propria dichiarazione di intenti: “Il modo più veloce di arrivare in cima ai tuoi affari è capovolgerli”. Nel 2002, in occasione della prima mostra oltreoceano presso la 33 1/3 Gallery di Los Angeles, pubblicò “Existencilism”, un volume dedicato a “tutti coloro che nutrono un disprezzo viscerale per il buonsenso”. Infine, nel 2004, pubblicò “Cut It Out”, che dedicò a Casual T, un musicista e produttore americano. I tre volumi contengono immagini e testi, aforismi e poesie rappresentative dell’artista.
Paris
Nel 2006, Paris Hilton (1981) chiese a Banksy di essere ritratta come una vera ereditiera, ma l’artista rifiutò. Cogliendo l’occasione dell’uscita del suo primo disco dal titolo “Paris”, Banksy ne acquistò 500 copie in quarantadue negozi diversi di musica di tutto il Regno Unito, modificò la copertina e il libretto all’interno, inserendo una parodia. Un video mostra l’artista che entra travestito nei megastore della Virgin e compra una copia del CD. Tornato nel suo studio, scannerizza la cover e il contenuto interno, modifica le parole facendo copia e incolla delle lettere ritagliate dai giornali, e scrive frasi come: “Perché sono famosa?” o “A cosa servo?” ed anche “Il 90% del successo è nell’apparire”. Infine, sostituisce il volto di Paris Hilton con quello del suo cane chihuahua e riposiziona tutti e cinquecento CD in ogni megastore. Nessun acquirente lo ha riportato al negozio per avere il rimborso e poco tempo dopo sul sito internet Ebay è comparso uno al prezzo di partenza di 750 sterline.
Sempre al tema della musica è dedicata l’altra sezione della mostra, con dischi e manifesti iconici dei due artisti, tra tutti spicca la famosa banana del 1967 della copertina di The Velvet Underground & Nico, realizzata da Warhol, simbolo di una generazione musicale, che è messa in correlazione con l’opera di Banksy, dal titolo Pulp Fiction, in cui l’attore John Travolta (1954), anziché avere la pistola in mano, mantiene una banana. Sono presenti, inoltre, vinili firmati dall’artista di Pittsburgh e CD con le copertine realizzate dallo street artist di Bristol.
Incursioni
Il 2004 e il 2005 sono gli anni in cui Banksy entra nelle più grandi istituzioni museali del mondo. Il museo Louvre è il primo ad essere colpito: le telecamere lo riprendono mentre attacca un ritratto della Gioconda con uno “smile” al posto del volto. A marzo entra al MoMA, al Metropolitan Museum, al Brooklyn Museum e all’American Museum of Natural History di New York. Poi è toccata alla Tate Gallery e a maggio al British Museum di Londra. Banksy entrò travestito da pensionato e con il viso nascosto da un cappello e del tutto indisturbato affisse al muro i quadri che aveva portato con sé in una busta. Le telecamere a circuito chiuso lo ripresero mentre si guardava intorno e attaccò le sue opere in mezzo a grandi capolavori. Al Brooklyn Museum di New York incollò un condottiero settecentesco con in mano una bomboletta spray, alle cui spalle campeggiavano graffiti pacifisti; al MoMA, una warholiana lattina Campbell Soup venne trasformata in una zuppa della Tesco; al Metropolitan Museum, un ritratto di gentildonna venne raffigurata con una maschera antigas e all’American Museum of Natural History, ad un vero scarafaggio attaccò dei missili sotto le ali.

Al British Museum della capitale inglese si introdusse come visitatore e installò abusivamente un frammento di pietra in cui la silhouette di un uomo appena accennato spingeva un carrello della spesa. Proprio come per gli altri reperti conservati nel museo, anche Banksy affisse una didascalia: “Arte murale. Londra est”. Questo esemplare straordinariamente ben conservato di arte primitiva risale all’era Post Catatonica e si ritiene che raffiguri l’uomo primitivo mentre si avventura verso i territori di caccia fuori città. L’autore è noto per aver creato un consistente numero di opere all’aperto, con lo pseudonimo di Banksymus Maximus. Purtroppo, la maggior parte di esse non sono sopravvissute. Sono state distrutte da zelanti funzionari municipali incapaci di riconoscere il merito artistico e storico della sua creatività.
L’artista ha poi dichiarato: “La tv ha fatto sembrare inutile andare a teatro, la fotografia ha annientato la pittura, mentre i graffiti sono stati risparmiati dal progresso”. Dopo otto giorni, il personale del British Museum si accorse dell’intruso, lo rimosse e lo conservò nei magazzini del museo. Nel 2018, l’istituzione museale organizzò una mostra sulla storia del dissenso e della sovversione e per l’occasione venne chiesto il permesso a Banksy di poter esporre Peckham Rock e di produrne una cartolina per la vendita. L’artista autorizzò e la cartolina fu esaurita in pochi giorni.
Dismaland
L’ultima sezione del percorso espositivo è dedicata alla sua visione del parco-giochi. “E’ vietato introdurre all’interno del parco: bombolette, pennarelli, coltelli e rappresentanti legali della Walt Disney Corporation”. Dal 21 agosto al 27 settembre 2015, Banksy aprì Dismaland, un progetto artistico temporaneo organizzato nella località balneare di Weston-Super-Mare, nel Somerset, in Inghilterra. Preparato in segreto, voleva riprodurre un parco a tema sulla falsa riga di Disneyland, invertendone il significato e incentrandolo sulla tetraggine e la noia. Il parco ospitava una mostra collettiva in cui Banksy era sia il curatore, sia l’artista. L’evento ebbe luogo presso il Tropicana, un lido in disuso dove si racconta che l’artista andasse in villeggiatura da piccolo con la famiglia. Egli lo descrive come “un parco a tema familiare non adatto ai bambini”. Quando Dismaland venne smontato, usò i materiali di risulta per costruire un villaggio, non autorizzato, per i rifugiati a Calais, in Francia.




