05 Ottobre 2026 13:32

La costellazione latina, al MASP

Vista da exposição Minerva Cuevas: ecologia social, Edifício Lina, 2o subsolo, MASP. Foto: Eduardo Ortega

Da San Paolo, l’anticipo alla settimana della fiera, SP-Arte (8-12 aprile) è bollente, a partire dai musei. Ecco una visita al MASP, dove parte l’anno delle “Storie Latinoamericane”

Di storie latino-americane Adriano Pedrosa ne aveva ordinate parecchie durante la sua 60.ma Biennale di Venezia, «Stranieri Ovunque», nel 2024. Quello che gli fu contestato, però, era stata la costruzione di un’edizione tagliata sulle dimensioni di un museo, con un numero forse esagerato di artisti (più di 300) di cui moltissimi già storicizzati.
Ecco che invece le “Histórias latino-americanas”, il tema curatoriale per il 2026 del Museo di Arte di São Paulo Assis Chateaubriand, istituzione diretta dallo stesso Pedrosa, colpiscono nel segno: dalla grande retrospettiva dedicata a Minerva Cuevas (Messico, 1975), al piano interrato dell’edificio progettato da Lina Bo Bardi, alla prima personale in Brasile dell’artista La Chola Poblete (Argentina, 1989), che fu Menzione Speciale proprio in «Stranieri Ovunque», fino all’omaggio alla produzione degli ultimi vent’anni dell’artista indigeno Abel Rodríguez (Colombia, 1941-2025), queste narrazioni trovano respiro negli spazi del MASP e una dimensione certamente meno contaminata rispetto alla condizione collettiva biennalesca.

Scrive Pedrosa, nel catalogo che accompagna “Pop Andino”, titolo della personale di La Chola Poblete: «Il Brasile, l’unico Paese lusofono e il maggiore del Subcontinente, a volte sembra distanziarsi dai suoi vicini latinoamericani, che approfittano della loro connessione più immediata in ragione della lingua spagnola in comune, nelle sue infinite inflessioni […] In questo contesto, è sintomatico che buona parte delle discussioni più incisive sull’idea di America Latina sia stata articolata con maggior forza fuori dal Brasile».
Quel che è certo è che, a partire dalla video-installazione Openings, 2022, di Clara Ianni (San Paolo, 1987), il panorama è ben più che ricco. Nel breve documentario Ianni riunisce i titoli di testa delle animazioni prodotte dagli studi Walt Disney per le sigle di documentari sull’America Latina, realizzati dall’agenzia governativa degli USA per il Coordinamento degli Affari Inter-Americani tra il 1941 e il 1949, con l’obiettivo di promuovere la cooperazione nel contesto della cosiddetta «politica del buon vicinato», al fine di ampliare le relazioni politiche, culturali ed economiche e contrastare l’influenza italiana e tedesca nella regione. Eppure, appena ci si allontana un poco dal superficiale discorso di amicizia e solidarietà Made in USA, la visione alla geografia latina diventa immediatamente più vicina allo sfruttamento tanto delle materie prime quanto di mano d’opera a basso prezzo.

Vista della mostra Minerva Cuevas: Social Ecology, edificio Lina Bo Bardi, MASP. Photo: Eduardo Ortega

Quasi cent’anni dopo i percorsi non sono particolarmente mutati, ed ecco la retrospettiva dedicata a Minerva Cuevas, “Ecologias Sociais”, che nonostante faccia ancora parte della programmazione 2025 dedicata alle “Storie dell’Ecologia”, ben si integra a un discorso complessivo pan-americano. Attraverso una prospettiva fortemente critica al neoliberalismo e che affronta dibattiti sull’estrazione delle risorse, sugli spostamenti forzati di popolazioni e sulla devastazione ambientale causata dall’industria in tutto il mondo, le cui ragione teoriche e il titolo sono state ispirate dal pensiero del filosofo anarchico Murray Bookchin (1921–2006), Cuevas offre una panoramica a volte ironica, a volte devastante sulle declinazioni della febbre dell’oro nero, spesso utilizzando anche come materiale delle sue opere il chapopote, un derivato naturale del petrolio. Nelle tradizionali vedute di marine il nero e colloso materiale getta un’ombra scura sulla realtà di molti paesaggi incantati; il video No room to play, ambientato a Berlino nel 2019, racconta dalla prospettiva dell’infanzia la degradazione e la non considerazione dello spazio pubblico e di gioco; le splendide isole di lattine industriali di olio per motore, di componenti chimici per lucidare la carrozzeria o di liquido antigelo rabboccati di fiori finti non solo evoca l’odore di petrolio della società post-industriale, ma anche la disperata ricerca di una bellezza e di un contatto con la natura che sopravvive nella cattività più disturbante. E di nuovo, il chapopote ritorna evocando tanto l’estrattivismo quanto le antiche cerimonie preispaniche, rivelando un concetto di ecologia che si connette alla politica. Vale la pena anche riflettere sulle parole di un manifesto che Cuevas lascia ai visitatori: «Essere governati significa che a ogni movimento, operazione o transazione, qualcuno è annotato, registrato, incluso in un registro, tassato, timbrato, mercificato, giudicato, autorizzato, sfruttato, monopolizzato, pressato, ingannato, rubato…[…] in nome dell’utilità pubblica e del bene comune».

Sandra Gamarra (Lima, Peru, 1972), El que no tiene de inga tiene de mandinga, 2007, olio su tela, 162 × 195 cm, MAR – Museu de Arte do Rio, Secretaria Municipal de Cultura da cidade do Rio de Janeiro, Fundo Galeria Leme. Foto: Thales Leite

Al secondo piano del museo, la prima retrospettiva dedicata all’opera di Sandra Gamarra (Lima, 1972), artista che ha rappresentato la Spagna alla Biennale 2024 e che in Brasile è sostenuta dalla galleria Leme. Sotto il titolo di “Réplica”, parola che arriva esattamente dalla pratica di riappropriazione e di copia che Gamarra porta avanti nella sua ricerca da più di due decadi, al MASP sono in scena 72 opere prodotte dal 2003 a oggi, divise in un percorso di mostra che replica la cronologia convenzionale dei musei d’arte latinoamericana: pre-coloniale (inca e pre-inca), coloniale, post-indipendenza, moderno, contemporaneo, fino a arrivare al “LiMac”, il progetto che l’artista ha concepito nel 2002 come Museo di Arte Contemporanea di Lima, una istituzione immaginaria che cercava di sopperire al vuoto dell’arte di oggi in Perù, in un’epoca in cui nessuna opera originale era prestata per mostre che si svolgessero nel Paese Latino. Ma come finisce, “Réplica”? In una prova di metarappresentazione, è la stessa Gamarra a replicarsi in una sala separata dalla mostra che consta di tutte le repliche delle opere in scena, con altrettante stampe che il visitatore può liberamente collezionare e unire a formare un piccolo catalogo non ufficiale ma, certamente, d’artista.

La Chola Poblete, Purple María dalla serie “Virgenes cholas”, foto: Lista Registra Studio

Altro nome attualmente in scena al MASP che nella Biennale di Pedrosa aveva avuto molta risonanza è La Chola Poblete, ora a San Paolo per la prima volta con “Pop Andino”, che riunisce oltre trenta opere tra cui le Vírgenes cholas presentate anche a Venezia: un universo di colori e di immagini che a volte possono sembrare urticanti per riflettere criticamente sulla storia argentina, affrontando questioni come la politica, l’eredità cristiana e le forme indigene di resistenza alla colonizzazione, completamente spazzate via dal regime di cui quest’anno ricorrono i cinquant’anni: con il golpe del 1976 le forze armate deposero il governo costituzionale di Isabel Perón, dando inizio a una dittatura che sarebbe durata fino al 1983, nota come “Processo di Riorganizzazione Nazionale” e che vide l’instaurazione di un terrorismo di Stato basato su un piano sistematico di sparizioni, torture e assassinii di oppositori politici, sindacalisti, studenti e intellettuali.

Claudia Alarcón & Silät, Hilulis ta llhaiematwek — Un coro de yicas, 2024-25, installazione con 100 borse yicas, dimensioni variabili, collezione privata. Ph. Courtesy: James Cohan Gallery/Izzy Leung

Una forma differente di percepire la necessità di tutelare la trazione come gesto di coraggio viene anche dalla mostra di Claudia Alarcón (Argentina, 1989) insieme al gruppo Silät, di etnia Wichí, la cui produzione tessile era stata presentata anche alla 14.ma Biennale del Mercosul, a Porto Alegre, nel 2025. Alarcón, dal 2023 ha organizzato un gruppo di tessitrici che conta oggi più di cento donne che vivono nelle comunità di La Puntana e Alto La Sierra, nel nord della provincia di Salta e che lavorano utilizzando fili di chaguar, una bromeliacea nativa della regione caratterizzata da fibre resistenti. A partire dalla tradizione lavorazione delle borse yicas, un oggetto centrale per la cultura Wichí, l’artigianato ha trasceso il repertorio tradizionale diventando una ricerca contemporanea (e di carattere estetico prettamente geometrico) che riesce a enfatizzare il concetto di costruzione e autorialità collettiva. E come si legge nel testo che accompagna la mostra: “Viver tecendo” (Vivere tessendo) sottolinea l’idea di tessere come atto continuo, una pratica che attraversa le generazioni, integrata nel movimento della vita. Reinventarla è un atto di audacia”.

Santiago Yahuarcani, Ni vergüenza ya tienen los pucachos, 2020, pigmento naturale su llanchama, 115 × 200 cm, Museu de Arte de São Paulo Assis Chateaubriand, donazione Geyze Diniz, 2023, MASP.11491, Foto: Eduardo Ortega

Il meglio però, lo abbiamo lasciato per le ultime righe: è la mostra personale dell’artista indigeno peruviano-amazzonico Santiago Yahuarcani, “Il principio della conoscenza”. A sua volta entrato in “Stranieri Ovunque”, stavolta lo troviamo al quinto e sesto piano dell’edificio Piero Maria Bardi. La sua visione cosmologica e vitalistica, appartenente al gruppo Uitoto, è una vera e propria esplosione di mondi poetici e ancestrali: dalle leggende sulla formazione del mondo e dell’essere umano alla comunità con il regno animale e vegetale, tutti i dipinti in pigmento naturale su “pergamene” naturali di Llanchama, una carta derivata dall’utilizzo della corteccia di alberi amazzonici della famiglia del fico, riverberano uno stato di grazia e armonia dove la notte incontra il giorno e viceversa, dove si pescano luna e stelle, dove l’epoca contemporanea con le sue tensioni e i suoi stilemi si fonde con la vita “ribeirinha” in una descrizione del tutto dove nulla è separato. Una condizione dalla quale, senza troppe utopie e cartesianesmi, dovremmo imparare per lo meno a lasciarci ispirare e, perché no, ad autoritrarci con la possibilità di lasciarci andare (o sparire), come Oscar Munoz mostra nella sua piccola retrospettiva nella sala video.

Oscar Muñoz, Narciso, 2001, Video digitale, colore, suono. 3:00 min, edizione di 5 + 2 AP