
Anomalie ottiche, brevità e appunti da prendere con lenti di ingrandimento: “Il Sole allo Zenit” ci conduce in un viaggio nel minimo dettaglio della calligrafia, e dell’arte
Esiste una bizzarra edizione della Divina Commedia realizzata nel 1888 a Gorizia, la cui storia ha il sapore della leggenda. “In una modesta casetta di via Morelli”, come scrisse Guido Manzini in una rivista, viveva il tipografo Cossovel Francesco e proprio in quella casa una tragedia si abbatté sulla sua famiglia: il pavimento della soffitta su cui stava giocando suo figlio cedette di colpo e il bambino morì precipitando. Cossovel ne provò uno shock talmente forte che i suoi nervi ottici subirono una dilatazione tale da permettergli di vedere senza bisogno di lenti cose incredibilmente minuscole. L’anomalia ottica si rivelò poi utile quando il tipografo decise di ricopiare, con una scrittura corsiva e una penna appositamente realizzata, l’intera Divina Commedia con i suoi 14.233 versi (ovvero 96.000 parole e 400.000 lettere circa) in un unico foglio di pergamena da 48,5 per 69 centimetri, con un trascritto micro-calligrafo eseguito a mano libera. Le cantiche del poema sono racchiuse in tre rettangoli e ciascun canto è compresso in una colonna di dimensioni a dir poco minime.

Dopo la trascrizione il manoscritto venne fotografato e se ne ottenne un cliché delle stesse dimensioni dal quale furono tratte numerose altre edizioni. Stando al Centro Dantesco esisterebbero tre versioni diverse, che si differenziano per il colophon. Cossovel ne stampò un certo numero di copie che oggi sono piuttosto rare, mentre del manoscritto originale, da cui fu tratta la litografia alla base delle diverse stampe ottocentesche, si sono perse le tracce. Pare che fosse custodito per qualche tempo dal Cossovel, che fosse giunto poi al Conte Teodoro La Tour e che si trovasse nel castello di Russiz, presso Gorizia, e successivamente potrebbe essere andato distrutto durante la Grande guerra. Ma la scorsa settimana ho ricevuto una telefonata di una persona che mi diceva di aver scoperto il presunto originale, che molto scetticamente sono corso a verificare. Sfortunatamente, come accade spesso, non era quello giusto, ed è un gran peccato perché sarebbe stato davvero un bel ritrovamento.

Un po’ come quando si rinvenne la scatola dove Robert Walser lasciò i suoi microgrammi, tanto per rimanere sul tema della scoperta degli scritti minuscoli. Quando morì, dopo oltre vent’anni trascorsi nella clinica psichiatrica di Herisau, Robert Walser lasciò infatti una vecchia scatola di scarpe che conteneva cartoline e lettere, foglietti di ogni genere, buste e ricevute, sulle quali aveva scritto frasi quasi incomprensibili per le ristrette dimensioni.

Quegli appunti furono pazientemente decifrati, rivelando un universo letterario diviso tra prosa e versi, fiabe e scarabocchi, che io ho sottolineato parecchio sul mio volume Adelphi. Pagine in cui ci confida che “stanotte non ci sono stati sogni. Ieri ho consegnato, per così dire, tutte le mie tranquillità a lei, che trova bello abbracciarmi. Sì, la giornata di ieri è stata molto gentile con me. Ho rivisto mia sorella. Potrebbe essere un errore del resto, chiamare sorella una giovane che credo vorrebbe essere mia moglie. Abbiamo passeggiato su e giù fra le rose, ammirato la loro disposizione e la loro (dolce), leggera viridità, e mentre così passeggiavamo, sempre su e giù, mi ha spiegato con molta naturalezza che aveva la possibilità di sposarsi, che le bastava volerlo. (…) Compiacendosi del loro ordine deliziosamente disordinato, di quella condizione di gioiosa socievolezza, i fiori del prato ci sorridevano dal fondo della loro umile esistenza. (…) Fra l’altro, (lei) sa (dipingere), mi pare. Mi ha mandato il suo ritratto. Volevo supplicarla di darmelo. E invece me lo offre di sua iniziativa“. Ma proprio questo dipinto mi fa ritornare all’arte visiva e se dovessi scegliere un ritratto minuscolo nel nostro mondo penserei di sicuro all’Io di Giulio. Io è un frammento di una lettera dattiloscritta applicato da Giulio Paolini su un supporto adesivo di gomma. Realizzato nel 1969, ha un diametro di soli 1,5 centimetri. Fu realizzato in due esemplari, che si distinguono per lievi differenze nella frammentazione del contorno e nell’inquadratura del particolare del testo, ed è una poetica riflessione sull’autonomia del pronome personale che isolato dal contesto acquista un significato diverso. “Da un lato, assume un’evidenza e una centralità inversamente proporzionali alla sua qualità di frammento; dall’altro, perde la determinazione che gli è propria per rinviare a un soggetto impersonale e quindi universale“, come cita la descrizione puntuale sul sito della Fondazione.
E per questioni di coerenza anch’io qui m’interrompo e consegno questo testo che rispetto agli altri è giusto un po’ più… corto.

Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni




