
La nota azienda vinicola siciliana trasformerà il suo stand alla prossima edizione di Vinitaly in una vera e propria galleria d’arte, con il progetto di Riccardo Boccuzzi, “Artificial Hell”
Per raccontarci del progetto, che inizia oggi e fino al 15 aprile alla fiera veronese Vinitaly, rispondono Irene Di Gaetano – Amministratore dell’Azienda Firriato, e l’artista Riccardo Boccuzzi
Come nasce l’idea di trasformare lo stand di Firriato all’interno di Vinitaly in una galleria d’arte contemporanea?
Irene di Gaetano: “Culture and Wine” è un nuovo concept che guida la nostra filosofia aziendale: la cultura, in tutte le sue forme, è centrale — dall’arte figurativa alla musica, dal cinema all’archeologia. Questo percorso si pone in continuità con l’attenzione che abbiamo sempre dedicato alla cultura del vino, del territorio e delle tradizioni. Quest’anno, al Vinitaly, volevamo rendere evidente questo nuovo orientamento, e abbiamo deciso di trasformare il nostro stand in una vera e propria art gallery. La scelta dell’artista e della mostra nasce da tre fattori di convergenza, perfettamente in linea, con il nostro brand: Dante è l’espressione più alta dell’italianità nel mondo; “Artificial Hell” è stata la prima mostra al mondo realizzata con l’intelligenza artificiale. Ha riscosso un grande successo al MAXXI nel 2024, dove l’ho conosciuta personalmente rimanendone profondamente colpita; successivamente, anche Cannes ne ha confermato il valore; infine, il mezzo con cui è stata realizzata — l’AI — è lo strumento più contemporaneo, e rappresenta pienamente la visione di Firriato, capace di tenere insieme passato, presente e futuro”.
Il progetto “Artificial Hell” reinterpreta l’Inferno di Dante attraverso l’intelligenza artificiale. Qual è il tuo ruolo nel dialogo con l’algoritmo? Dove finisce la tua creatività e dove inizia quella della macchina?
Riccardo Boccuzzi: “Quando è nato Artificial Hell, il mondo dell’intelligenza artificiale era molto diverso da quello che conosciamo oggi. Basti pensare che non esisteva il cosiddetto “prompt engineering”, ovvero un formato standard per descrivere ciò che si desiderava ottenere dal software. Oggi esistono libri sull’argomento e si utilizza perfino il codice JSON per controllare i modelli AI. Nel 2022, invece, per realizzare il progetto ho dovuto inventare un formato tutto mio, sbagliando più di 10.000 immagini. Man mano che imparavo come “ragionavano” gli algoritmi di generazione sintetica, riuscivo ad aggiustare il tiro. A questo si aggiunge la complessità della Divina Commedia, scritta in terzine e in volgare fiorentino, non esattamente una lingua comprensibile per l’intelligenza artificiale. Ho dovuto quindi tradurre Dante affinché potesse essere, in qualche modo, compreso dalla macchina. Inoltre, all’epoca non era possibile inserire nei prompt parole legate a contenuti violenti o inappropriati. Per rappresentare l’Inferno — ricco di scene violente — ho dovuto aggirare i sistemi di censura: ad esempio, utilizzando codici Pantone per generare il sangue, poiché la parola “sangue” bloccava immediatamente il processo. Il mio rapporto con l’algoritmo è stato un po’ come quello di Ulisse: attraverso una miriade di “cavalli di Troia”, ho affrontato una vera e propria odissea mentale. Per quanto riguarda la creatività, un esempio significativo è l’opera Paolo e Francesca. Dante li descrive nudi, in balìa dei venti; ma, essendo la nudità censurata, ho dovuto reinterpretarli come due onde antropomorfe travolte da una tormenta. Ho mantenuto così, da un lato, la condanna degli amanti tra i vortici infernali, e dall’altro la poesia di un amore che non riesce a materializzarsi, che resta liquido, quindi impossibile. La macchina mi ha costretto a ripensare l’estetica, ma non ha mai avuto il controllo sulla mia immaginazione. Questo è il concetto alla base di Artificial Hell.
Dopo il MAXXI di Roma e il World Artificial Intelligence Festival di Cannes, cosa significa per “Artificial Hell” approdare in una manifestazione molto diversa dai tradizionali circuiti dell’arte?
Riccardo Boccuzzi: “Dante non ha confini: parla a chiunque, in ogni tempo, in tutto il mondo e in ogni lingua. È un faro dell’italianità a livello globale. Condividere la potenza del suo poema con un pubblico così variegato è una straordinaria occasione di divulgazione artistica e letteraria. Con Firriato si è creata fin da subito un’intesa naturale: è un brand attento al concetto di cultura. Mi ha convinto il loro approccio, che non considera il vino soltanto come un prodotto da vendere, ma come simbolo di convivialità e condivisione del piacere — quindi di bellezza, musica, letteratura e arte in senso più ampio. Mi auguro che il progetto affascini il pubblico del Vinitaly e che si possano levare i calici in onore del più grande poeta di sempre: Dante Alighieri.
Con questo progetto Firriato richiama il ruolo dell’antico mecenate. Qual è oggi la responsabilità culturale di un brand vinicolo?
Irene di Gaetano: “La responsabilità culturale di un brand vinicolo come Firriato è diffondere quei valori che rappresentano un Paese in tutte le sue espressioni, in continuità con il passato. Dopo essersi impegnati per anni nella difesa e nella promozione dei valori della sicilianità, oggi l’azienda sente l’urgenza di diffondere il bello. Il vino è una forma d’arte, ma è anche storicamente legato agli artisti, alla cultura e alla creatività, gli esempi sono innumerevoli già da epoche lontane nel tempo, si pensi a Michelangelo Buonarroti che regalava il vino al Papa e le innumerevoli rappresentazioni di Bacco”. Il percorso espositivo permette ai visitatori di attraversare simbolicamente l’Inferno dantesco mentre scoprono i vini Firriato.
Come si intrecciano l’esperienza sensoriale della degustazione e quella immersiva dell’arte?
Irene di Gaetano: Partiamo da un presupposto fondamentale: il vino è esso stesso una forma d’arte, capace di coinvolgere profondamente almeno tre sensi — la vista, l’olfatto e il palato. In questa prospettiva, la degustazione non è solo un momento di assaggio, ma un’esperienza estetica completa. L’inserimento del percorso espositivo amplifica ulteriormente questa dimensione sensoriale. L’arte, con la sua forza evocativa, accompagna e intensifica la percezione del vino, creando un dialogo continuo tra ciò che si osserva e ciò che si degusta. Nasce così un’esperienza immersiva a più livelli, in cui l’ospite è guidato a concentrarsi sui propri sensi, lasciandosi coinvolgere da sensazioni ed emozioni. Un percorso non solo degustativo o visivo, ma profondamente esperienziale.
Riccardo Boccuzzi: “Credo che il massimo del godimento derivi dalla contemplazione dell’arte. Se pensiamo che il vino è sempre stato, in qualche modo, il “fido compagno” degli artisti — viene in mente Modigliani ne I colori dell’anima — direi che un buon calice davanti alla Divina Commedia rappresenta un connubio perfetto per il corpo e per la mente”.





