05 Ottobre 2026 14:12

Marcella Vanzo. “Anemone”: qui ed ora, e ancora, e stop

Marcella Vanzo, Anemone, ph. Angelo Iaia, Courtesy l’artista e RedLab Gallery

Il sassofonista, dal tetto, attacca la “sua” Ninna Nanna di Brahms: giù, il cortiletto è gremito di persone, mentre di fronte a lui le finestre dell’indifferenza restano chiuse. In un’altra città qualcuno avrebbe già spalancato i vetri per assistere a questo mini-concerto di dettagli, per partecipare all’environment/esposizione/azione che Marcella Vanzo ha messo in scena alla Red Lab Gallery di Milano.

“Anemone” è il titolo di questa personale, terzo e ultimo capitolo del programma “E quel che Alice vi trovò”, ideato da Lucia Pezzulla e Andrea Contin, che in realtà – come scrive lo stesso Contin – “È environment, ambiente, opera unica e unitaria i cui elementi ruotano attorno al fulcro immobile e vivissimo del suo corpo innalzato in cima a un letto principesco, che è altare e sepolcro, da cui colano capelli e pittorici panneggi”.

Dieci materassi impilati, l’artista “installata” in cima a questa precaria montagna: Principessa sul pisello, Biancaneve incantata, Ofelia a un altro piano; la vita, la morte, il letto, il tumulo…tutto qui e ora: il gioco di una bambina che lancia brandelli di stoffa che sembrano anemoni (o è una proiezione della mente?) che hanno lo stesso colore del vestito che indossa l’artista, visibile dall’alto a 360 gradi, protagonista della scena di un teatro greco e anche di uno anatomico. Tutt’intorno alcune delle serie che hanno punteggiato, da tempo a questa parte, la traiettoria di Marcella Vanzo: assemblage originali di ceramica e vecchie fotografie, un archivio di memorie che passano – anche, per chi conosce il modus operandi dell’artista – per un traslato del suo studio alle pareti della galleria. D’altronde l’identità è una pelle che non si disgiunge dal sé.

Marcella Vanzo, Anemone, ph. Angelo Iaia, Courtesy l’artista e RedLab Gallery

E poi si sale una piccola scala e ci si inclina per uscire fuori dalla finestra: atto giocoso e idealmente pericoloso. Il sassofonista è chino sul suo sgabello, sembra riflessivo. Sembra compatire (con-pietas, partecipare dell’altrui patimento) il sonno dell’artista. O forse lo ispira, o forse lo guida, forse lo concilia? Il quadro che si forma è sensazionale: Milano e il cielo lattiginoso dell’imbrunire di primavera e l’edilizia residenziale addolciti da una Ninna Nanna, “dalla Ninna Nanna”, come ricorda Contin. È la tregua del giorno e la tregua alla vita. Al rientro Marcella Vanzo è ancora lì, corpo-disposto a farsi osservare, aperto alle interpretazioni, corpo delle memorie appese e, forse, corpo della “felicità come abbandono infantile alla gioiosa stanchezza del corpo. Solo qui ed ora e ancora e stop. Adesso dormo per poi ricominciare, qui ed ora, e stop“, avvisa Contin.

Marcella Vanzo, Anemone, ph. Angelo Iaia, Courtesy l’artista e RedLab Gallery

“Anemone ancora non è stato. Anemone è già passato. Anemone è proprio ora. Anemone è fiore, animale, vive per terra e per mare. È un instante, è ricordo, è eterno presente intermittente. Anemone è tutto o niente. Questa è l’essenza della performance“, scrive la stessa Marcella Vanzo, che stavolta ci consegna una poesia in immagini: ambiente simultaneo dell’accadimento dove lo spettatore cerca appigli in una dimensione che questiona temporalità e esperienza; quella personale e quella del mondo, quella vissuta in prima persona per alcuni e quella che “tutti conosciamo” perché sì, è così: si gioca, si vive e si muore.

“Corpi, oggetti e suoni si fondono in un tableau vivant dinamico. La galleria diventa un palcoscenico che segue le leggi di un sogno, dove tempo e spazio sono piegati. Il pubblico è chiamato a essere testimone di un’esperienza che fluisce, cambia forma e si fonde con l’ambiente circostante“, scrivono Pezzulla e Contin. E dentro è il silenzio, e fuori si parla. Come in una camera, ardente, che brucia tutto.