
Prima ricognizione, certamente un po’ sommaria, dai Giardini. Cosa ci ha colpito, oltre ai “top” che vi abbiamo raccontato, in questo inizio di “In Minor Keys”? Gli ultimi, in fondo a sinistra
“Gli ultimi saranno i primi“, forse, e dietro questo modo di dire quasi biblico, certamente si nasconde un fatto che -per lo meno alla Biennale di Venezia – si sta rivelando pressoché invariato almeno nelle ultime edizioni, ovvero: i padiglioni nazionali più interessanti, per quanto riguarda l’area dei Giardini, sono quelli dei Paesi dell’Est Europa e vicini.
Stiamo parlando di quei Padiglioni che si trovano dopo il famoso canale che connette Israele (chiuso al pubblico attualmente e traslocato all’Arsenale) al Brasile, il cui padiglione è stato recentemente ristrutturato e che oggi lascia intravedere meglio l’inconfondibile stile modernista. Quei Padiglioni che forse, negli anni, non hanno ricevuto (se si esclude il Leone a Wael Shawky all’Egitto, nell’edizione del 2024) quell’attenzione mediatica che si è sempre riservata invece ai più mainstream: Francia, Reino Unito, Stati Uniti, Germania, tra gli altri.

Così, tra i più curiosi e più interessanti di questo primo giro alla Biennale di Venezia numero 61 curata dal team di Koyo Kouoh, ci sono l’Austria, la Serbia, la Grecia, ma anche la Romania. E poi la Spagna, senza dubbio la Germania e il Belgio.
Della Serbia, chi scrive lo ammette, forse ha un debole: anche nel 2024 l’avevamo annotata tra i “best” della Biennale di Pedrosa, e quest’anno si replica: il bel progetto Dal Golgotha alla Resurrezione, dell’artista Pedrag Djaković è un’immensa distesa di fotografie, ritagli di giornali, copertine e un muro di valigie che ricorda l’omonimo lavoro di Fabio Mauri che mette insieme il Novecento dell’Europa come un Atlante di Mmemosyne, “dove i documenti non sono definitivi e i silenzi non si riempiono, dove non c’è una conclusione ma una relazione che trasforma la memoria in atto di resistenza e allo stesso tempo in un freddo tribunale di evidenze e un ritaglio dell’identità europea“. Certamente meno di Boltanskiana memoria è la partecipazione della Romania, dove Anca Benera e Arnold Estefán indagano con una sinfonia il Mar Nero.

Bem dirompente il Padiglione della Grecia, affidato una estetica completamente queer messa in scena dall’artista Andreas Angelidakis collocando l’architettura in dialogo con l’arte visiva e i media digitali: Escape Room trasforma il padiglione greco in una moderna caverna platonica ma anche in un cruising bar dove il mondo e l’immagine è saturato di illusioni digitali e di repliche culturali, ma allo stesso tempo gioca anche con la natura complessa della conoscenza storica, con il concetto di nazionalismo, la relativa propaganda e allo stesso tempo con il “mito”. Per Angelidakis il paradosso a cui si lega il progetto, è l’operazione che avviene in un edificio che tenta di sfuggire a se stesso e alla propria storia: come in un selfie allo specchio, il padiglione, per l’artista, resta bloccato all’anno della sua inaugurazione, il 1934, momento in cui i nazisti avviarono la persecuzione degli omosessuali e data del primo incontro di Hitler e Mussolini a Venezia, inaugurando proprio i padiglioni greco austriaco. E a proposito di Austria, non vorremmo rovinarvi la sorpresa, ma sappiate che le acque reflue e di riuso sono le protagoniste di “Seaworld Venice”: un mondo fluido che si connette, o forse no, al proprio presente distopico. Tornando all’ingresso: la Spagna di Oriol Villanova con Los Restos è uno dei padiglioni più curiosi e meglio allestiti, con un tono minimalista che assolutamente non tradisce le aspettative. Accanto a lui un’altra presenza dirompente, quella del Belgio: teatro di artigianato, fisicità, corporeità, vocalità, musica. Da non perdere i momenti performativi.

E la tanto temuta Russia? Seppur con un disperato bisogno di “estetica”, il Padiglione aperto-ma-chiuso lancia con il suo “Albero radicato nel cielo” uno dei messaggi più semplici e poetici che Biennale possa immaginare: “La figura mitologica e anomala di un albero che trae la propria forza dal cielo diventa un punto di attrazione per persone con coordinate estetiche, culturali e geografiche differenti“. Non era questo che voleva anche Koyo Kouoh?
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