05 Ottobre 2026 14:12

“Helter Skelter”: l’implacabile denuncia americana di Jafa e Prince

“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince”, Foto: Andrea Rossetti. Courtesy Fondazione Prada. Arthur Jafa, BEN GAZARRA, 2024

Alla Fondazione Prada apre al pubblico domani “Helter Skelter”, il dialogo tra Arthur Jafa e Richard Prince mette in scena lo stretto rapporto di “filiazione” tra i due artisti, sotto la curatela di Nancy Spector. In una mostra “formalmente” differente

Dimenticatevi il “Monte di Pietà” di Christoph Büchel del 2024; ma anche Kounellis, o dei progetti dedicate alle Neuroscienze: il dialogo inedito e radicale tra due giganti dell’arte contemporanea americana Richard Prince (1949) e Arthur Jafa, “Helter Skelter” [una grande confusione, in italiano] da Fondazione Prada è un ritorno a un più tradizionale e classico display espositivo.

E forse non poteva essere altrimenti, dato che stiamo parlando di due nomi “incendiari” sulle questioni degli Stati Uniti più profondi che per il loro stesso essere disturbanti, provocatori e muscolari, avevano bisogno della “contenzione” della mano museale di Nancy Spector, una carriera tra Guggenheim e Brooklyn Museum, ma anche come curatrice del Padiglione Statunitense dedicato a Felix Gonzáles-Torres (bei tempi, visto che oggi c’è ben poco di peggiore rispetto all’esibizione di Alma Allen negli USA).

Ma torniamo a Ca’ Corner della Regina, dove per la prima volta le opere di Arthur Jafa e Richard Prince vengono messe in relazione, rivelando sorprendenti affinità elettive nonostante i diversi background: a più riprese Jafa ha infatti dichiarato non solo di sentirsi il “figlio putativo” dello stesso Prince, ma anche di vedere nell’artista nato a Panama il più “nero tra gli artisti bianchi”. D’altronde “Helter Skelter” è una riflessione in grande stile sull’identità afroamericana e se da un lato c’è la missione di empowerment culturale di Jafa, il riscatto e la necessità di una coscienza nera in grado di combattere il sopruso sociale, in Prince si oscilla tra la critica della mascolinità bianca e il fascino per l’oscurità della psiche USA e, anche, una sorta di attrazione per le voci ostracizzate e per il loro entrare prepotentemente nell’immaginario collettivo a stelle e strisce attraverso il cinema e, soprattutto, la musica.

“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada Arthur Jafa, Viriconium , 2026

Entrambi gli artisti sono feroci “appropriazionisti”, e infatti in scena alla Fondazione Prada ci sono remake di intere scene di film come Taxi Driver, “ridistribuito” secondo un’ottica non convenzionale rispetto all’epoca della produzione originaria del film; romanzi pulp, fumetti, stralci di video presi da YouTube, riferimenti a dischi, poster rock, alla Beat Generation, news, cimeli e Michael Jackson, tra gli altri. In questo modo, Jafa e Prince, smontano i miti e le perversioni della cultura popolare americana, restituendone la crudezza e gli inganni e il massivo, e sempreverde, ingaggio con la comunicazione (pubblicitaria, politica, sociale, economica)…

«In quel passaggio dal fare al prendere, Duchamp ha inaugurato una sorta di pirateria artistica che costituisce il DNA delle metodologie di Jafa e Prince», spiega la curatrice. «Entrambi sono rovistatori di immagini. Senza chiedere permesso, si immergono nel serbatoio sterminato della cultura visiva – dai social media agli archivi hollywoodiani – per convertire ciò che trovano in arte. Ne emerge, un’implacabile denuncia dell’America. Cavalli di Troia, progettati per destabilizzare sistemi di credenze consolidati», spiega Spector, che con la sua curatela sembra aver messo “calmi” i due ragazzi dalle opere selvagge.

Da sinistra a destra: Richard Prince, Untitled (Publicity), 1999; Richard Prince, Untitled (Tire Planter), 2001; Arthur Jafa
Untitled 1 (Venice 2026), 2026; Untitled 2 (Venice 2026), 2026. “Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince”, Foto: Andrea Rossetti. Courtesy Fondazione Prada
Richard Prince The Entertainers , 1982 – 83, “Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince”, Foto: Andrea Rossetti. Courtesy Fondazione Prada

La mostra, in breve: 

Il percorso si apre con Blasting Mats (2006) di Prince e Big Wheel II (2018) di Jafa, installazioni monumentali che evocano l’America automobilistica e la violenza, rimettendo a un primo e strettissimo dialogo anche tra materiali (gli pneumatici). Seguono Love Is the Message di Jafa e le Sunset di Prince, tra Untitled (Girlfriend) e il bel video LOML. Al primo piano, le installazioni The Entertainers di Prince e Viriconium (2026) di Jafa sono autoritratti compositi sull’identità. La “mostruosità” emerge in Man Monster – Duffy e nelle de Kooning Paintings di Prince. La whiteness è affrontata in The White Album di Jafa e nei White Paintings di Prince, mentre l’immagine della parte posteriore del cavallo castrato, la celeberrima fotografia Spiritual America appropriazione dell’artista all’originaria di Stieglitz (collezione Prince) è accostata a BEN GAZARRA di Jafa, che svela la trama nascosta di Taxi Driver. Celebrità, protesta e fede – con la frase “Credo nei neri che credono” – completano il ritratto di un’America spirituale, sofferente e distopica.