06 Ottobre 2026 02:42

Il Sole allo Zenit #52: c’è una crisi dell’arte in Italia?

Vita Artistica, numero 1, gennaio 1926

A poche ore dall’inizio della 61.ma Biennale d’Arte di Venezia, Il Sole allo Zenit torna al secolo scorso, quando Adolfo Venturi rintracciava una crisi evidente di un mercato dell’arte (italiano) che aveva visto diminuire le richieste e aumentare le offerte…

Un lungo articolo a pagina 4 di una rivista che ho recentemente letto s’intitolava “L’Italia s’è persa” e faceva notare come l’esclusione di nostri connazionali si possa facilmente riscontrare alla Biennale d’arte di Venezia, all’altra rassegna artistica importante che si chiama Manifesta, al Festival del cinema di Cannes, dunque non solo alla nota e senz’altro più seguita Fifa World Cup. Sarei quindi tentato di pensare che il nostro mondo dell’arte stia affrontando un decennio poco felice, probabilmente a causa di tutte le ultime disavventure: la pandemia del coronavirus, la guerra russo-ucraina o quella in Medio Oriente, la crisi del primo mercato e la crescita economica dell’Italia che risulta a dir poco nulla. Oddio che premessa. A che livello siamo con la tristezza? Normale, medio, o Lourdes addirittura? Ma tranquillizziamoci senza benzodiazepina. Nonostante sia tutto vero direi di non preoccuparsi troppo perché è sufficiente aprire certi testi per capire che in fondo non si è mai stati contenti e che il mondo, del resto, non è mai andato bene del tutto. Cent’anni fa esatti, ad esempio, inaugurava una rivista intitolata Vita Artistica, fondata da Tullio Gramantieri, che vedeva in redazione Roberto Longhi e Emilio Cecchi e che, nell’enunciare a sommi capi il programma della rivista, voleva tenersi ben lontana dal fare vena retorica. Tanto per essere chiari il primo articolo di pagina 2 s’intitolava così: “C’è una crisi dell’arte in Italia”. Voluto dalla Confederazione nazionale degli amici dell’arte, il testo era un’intervista al Professor Adolfo Venturi che rintracciava una crisi evidente di un mercato che aveva visto diminuire le richieste e aumentare le offerte, lamentando un grande numero di falsi venduto dagli antiquari e una certa sfiducia da parte del mercato straniero, che del nostro attribuire si fidava ben poco.

C’è una crisi dell’arte in Italia, testo pubblicato su Vita Artistica, numero 1, gennaio 1926, pag. 2

A cent’anni di distanza i problemi sono altri o, semplicemente, c’è sempre qualcosa che va storto. Quindi preoccupiamoci, certo, ma solo il giusto. Anche perché già qualche decennio prima, il 28 dicembre 1885, nelle lettere inviata da Anversa al fratello Theo, Vincent Van Gogh si lamentava della sua povertà e del fatto che “al momento tutti i mercanti soffrono dello stesso male, vale a dire l’essere più o meno une nation retirée du monde che si nasconde. Sono troppo ipocondriaci e come si fa a vivere miseramente se oltre a tutto c’è anche l’indifferenza e la noia?”. E poco dopo sottolineava che “gli affari oggi vanno a rilento e si vede come gli stessi mercanti, così intraprendenti, finiscano col nascondersi, grosso modo. E ancora non siamo alla fine“.

Vincent van Gogh, Case di Anversa, 1885, olio su tela, 44 x 33,5 cm

E aveva ragione, perchè Karl Nierendorf, mercante d’arte tedesco residente da anni negli Stati Uniti, nel 1947 scriveva a Nina Kandinsky, la figlia del grande Vassily, morto tre anni prima, che “la crisi paralizza tutti, le incertezze sono palpabili; ci sono continue crisi politiche, fluttuazioni monetarie e molti scioperi. Nessuno è in grado di prevedere l’esito. Stessa impressione a Roma: l’Europa è avviata verso una crisi di dimensioni gigantesche”.

Robert Motherwell, Elegy to the Spanish Republic No. 110, 1971, Acrilico con grafite e carbone su tela, 208,3×289,6 cm
Marcel Broodthaers, The Mouse Writes Rat (At the Author’s Expense), 1974, graphic material, 76x 56,3 cm

E anche a New York, nel 1950, si percepiva la medesima sensazione dato che i galleristi newyorkesi non riuscivano a trovare un mercato americano per le opere di Pollock e gli altri artisti. Gli affari ristagnavano e “ci vorrà tempo perché le attività di critici e artisti troveranno riscontri” nel collezionismo e nel mercato. Consideriamo che “gli altri” di quegli anni erano Mark Rothko, Barnett Newman, Robert Motherwell, Clifford Still, Ad Reinhardt, William de Kooning… Insomma, le cose andrebbero cambiate ma non sarà facile. Io direi di cominciare con il rintracciare la buona arte contemporanea e di sostener quella. Ma siamo ancora lì: come fare a riconoscerla? Marcel Broodthaers, a Düsseldorf nel 1970, rivolse al suo gatto la seguente domanda:
“È questo un buon quadro? Corrisponde forse a ciò che ci si aspetta da questa recentissima trasformazione che va dall’Arte Concettuale a questa nuova versione di una sorta di figurazione, per così dire?”
La risposta del gatto fu: “Miaow“.

Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni