05 Ottobre 2026 19:54

Fabio Giampietro, l’architetto della vertigine. L’immagine come simulazione, la simulazione come ambiente

Fabio Giampietro
Fabio Giampietro
Data Art si focalizza sul progetto Uprise di Fabio Giampietro presso Porta di Milano Aeroporto di Milano Malpensa

Il lavoro di Fabio Giampietro si colloca in un punto di intersezione sempre più rilevante nel dibattito contemporaneo: quello tra pittura e sistemi computazionali, tra gesto e algoritmo, tra materia e simulazione.
Lungi dall’essere un semplice sconfinamento disciplinare, la sua ricerca può essere letta come una trasformazione del regime dell’immagine. Non più superficie rappresentativa, ma dispositivo operativo; non più oggetto, ma ambiente.

La città è solo una macchina percettiva
Le prime indagini di Giampietro si sviluppano all’interno di un immaginario urbano segnato da spazi residuali e archeologie industriali. In questa fase, la città non è ancora sistema, ma già eccede la funzione descrittiva per configurarsi come struttura potenziale.
In filigrana, si riconosce una genealogia che attraversa le visioni futuriste di Antonio Sant’Elia e le formulazioni di Rem Koolhaas sulla metropoli come campo di sperimentazione. La città emerge qui come dispositivo: un insieme di relazioni capace di produrre forme di esperienza e modelli di comportamento.

Vertigine come risposta alla crisi della rappresentazione
Nella serie Vertigo, la prospettiva viene progressivamente destabilizzata.
Le linee di fuga, tradizionalmente deputate all’organizzazione dello spazio, diventano vettori di disorientamento.
Questo slittamento può essere letto alla luce delle riflessioni di Paul Virilio sulla dromologia e sull’accelerazione come condizione strutturale della modernità¹. La perdita di orientamento non è un’anomalia percettiva, ma un effetto sistemico.
La pittura, in questo contesto, cessa di essere finestra sul mondo per trasformarsi in interfaccia immersiva.
Lo spettatore non osserva più l’immagine: vi è coinvolto, fino al limite della dissoluzione del punto di vista.

 

SINGULARITY II, 200x120
SINGULARITY II, 200×120

Dalla rappresentazione alla simulazione
Con la serie Singularity, il lavoro di Giampietro compie un ulteriore scarto: la città non viene più rappresentata, ma simulata.
Le architetture si comportano come sistemi generativi: si aggregano, si deformano, collassano secondo logiche non gerarchiche.
In questo senso, la loro morfologia si avvicina a ciò che Lev Manovich definisce come “logica del database”²: una struttura basata su accumulo, variazione e ricombinazione.
Parallelamente, la nozione di simulazione elaborata da Jean Baudrillard offre una chiave di lettura ulteriore³. Le città di Giampietro non rimandano a un referente reale, ma producono un’ipotesi di realtà: un iperreale plausibile, ma ontologicamente instabile.
La pittura assume così una funzione modellizzante. Non descrive il mondo: ne genera una versione.

Emergenza e logiche del non-controllo
Il confronto con l’intelligenza artificiale introduce nel lavoro una dimensione ulteriore: quella dell’emergenza.
Le cosiddette “allucinazioni” dei sistemi generativi deviazioni, errori, incongruenze vengono integrate come componenti attive del processo creativo.
In questo senso, il lavoro si avvicina alle formulazioni di Gilles Deleuze sulla differenza e la ripetizione⁴: la forma non è data, ma emerge da un campo di forze.
La città, di conseguenza, non è più un progetto, ma un evento, un sistema aperto, attraversato da dinamiche non completamente controllabili.

Uprise: l’immagine ambiente
Dal 15 aprile al 15 ottobre 2026 presso Porta di Milano Aeroporto di Milano Malpensa, Terminal 1 è possibile visitare Uprise di Fabio Giampietro. L’installazione è impreziosita dalla curatela di Maria Grazia Mattei e dalla componente sonora firmata dal visionario compositore Alessandro Branca.

Con Uprise alla Porta di Milano Malpensa la ricerca di Giampietro assume una dimensione ambientale.
L’immagine si espande fino a coincidere con lo spazio, delocalizzata.
Questa trasformazione può essere messa in relazione con la fenomenologia di Maurice Merleau-Ponty⁵, per cui la percezione è sempre incarnata e situata. L’opera non si dà più come oggetto davanti al soggetto, ma come campo esperienziale che lo ingloba.
Il tempo di fruizione ridotto, frammentato, allineato ai ritmi dello scroll convive con una struttura più profonda: un loop continuo, un sistema auto-generativo che eccede la durata della percezione.

 

SINGULARITY III, 2025, 120x170cm sottrazione di olio su tela
SINGULARITY III, 2025, 120x170cm sottrazione di olio su tela

Il regime contemporaneo dell’immagine
Il lavoro di Fabio Giampietro evidenzia una trasformazione più ampia: quella dell’immagine contemporanea.
Da superficie rappresentativa a sistema operativo, da oggetto contemplativo a ambiente immersivo, da forma stabile a processo dinamico.
In questo contesto, la vertigine non è un elemento iconografico, ma un indice teorico.
Segnala la perdita di stabilità del punto di vista e, al tempo stesso, la necessità di nuove modalità di esperienza. In questo senso Giampietro si conferma tra i principali ispiratori di una sensibilità e metodologia che possiamo chiamare Data Art.

Note
1. Paul Virilio, Velocità e politica, 1977.
2. Lev Manovich, The Language of New Media, 2001.
3. Jean Baudrillard, Simulacres et Simulation, 1981.
4. Gilles Deleuze, Différence et répétition, 1968.
5. Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, 1945.

 

SINGULARITY V, 2024, 100x170cm, sottrazione di olio su tela
SINGULARITY V, 2024, 100x170cm, sottrazione di olio su tela

Didascalie:
SINGULARITY II (2025, olio su tela)
La città si comporta come un sistema neurale in overfitting: riconoscibile, ma collassato su sé stesso.
Le architetture perdono funzione e diventano materia computazionale, pura densità di informazione.
Qui l’immagine non rappresenta: simula un processo.
È il momento in cui la città smette di essere spazio e diventa algoritmo.

SINGULARITY III (2025, 120×170 cm, sottrazione di olio su tela)
Una topologia urbana che implode verso il centro, come un dataset attratto da un punto di massima probabilità.
La prospettiva è un campo di forze, non una regola ottica.
L’opera registra una tensione: ordine emergente vs collasso sistemico.
È una città che si addestra su sé stessa fino a sparire.

SINGULARITY V (2024, 100×170 cm, sottrazione di olio su tela)
L’architettura si emancipa dalla gravità e diventa oggetto generativo.
Blocchi sospesi come nodi di una rete non ancora stabilizzata.
Il gotico qui è codice: pattern ripetuto, mutato, ricombinato.
Non più costruzione, ma versione beta della realtà.

SINGULARITY XV (2024, 200×170 cm, olio su tela)
La città si trasforma in organismo, una morfologia instabile che evolve sotto pressione.
Le masse architettoniche si aggregano come dati non normalizzati.
È una visione entropica: crescita senza controllo, forma senza progetto.
L’urbano diventa biologia sintetica.

 

SINGULARITY XV 200x170 contrasto
SINGULARITY XV 200×170 contrasto

TECH VISIONAIRES: ADA (2023, olio su tela)
Il volto emerge come interfaccia: umano e città coincidono nello stesso layer visivo.
L’identità è costruita per stratificazione, come un database urbano.
Ada non è ritratto, ma sistema di relazioni tra memoria, spazio e codice.
Il soggetto diventa infrastruttura.

UPRISE (2026, installazione)
Una città probabilistica: sembra Milano, ma è un output.
Il tempo di fruizione è quello dello scroll, ma sotto scorre un loop cosmico.
Architettura e video convergono in un ambiente computazionale continuo.
Non si guarda: si attraversa.

VERTIGO 126 (2026, 200×200 cm, sottrazione di olio su tela)
La prospettiva diventa vertigine operativa: un vettore che spinge lo sguardo dentro il sistema.
Le linee non descrivono, accelerano.
La città è un dispositivo di immersione percettiva.
Cadere dentro l’immagine è l’unica lettura possibile.

VERTIGO – THE MERGE (2024, 170×120 cm, sottrazione di olio su tela)
Due sistemi urbani si fondono in una singola struttura instabile.
Il merge non è armonia, ma conflitto tra dataset incompatibili.
La città diventa un punto di collisione tra realtà e simulazione.
L’immagine è il momento esatto in cui i livelli smettono di distinguersi.

***

 

TechVisionaires ADA, 2023
TechVisionaires ADA, 2023

Fabio Giampietro, the architect of vertigo. The image as simulation, simulation as environment

The work of Fabio Giampietro situates itself at an increasingly relevant point of intersection in contemporary discourse: that between painting and computational systems, between gesture and algorithm, between matter and simulation.
Far from being a simple disciplinary crossover, his research can be read as a transformation of the regime of the image. No longer a representational surface, but an operative device; no longer an object, but an environment.

The city is merely a perceptual machine
Giampietro’s early investigations develop within an urban imaginary marked by residual spaces and industrial archeologies. At this stage, the city is not yet a system, but already exceeds its descriptive function to configure itself as a potential structure.
In filigree, one can recognize a genealogy that runs through the futurist visions of Antonio Sant’Elia and the formulations of Rem Koolhaas on the metropolis as a field of experimentation. The city here emerges as a device: a set of relations capable of producing forms of experience and models of behavior.

Vertigo as a response to the crisis of representation
In the Vertigo series, perspective is progressively destabilized.
The vanishing lines, traditionally assigned to the organization of space, become vectors of disorientation.
This shift can be read in light of Paul Virilio’s reflections on dromology and acceleration as structural conditions of modernity¹. The loss of orientation is not a perceptual anomaly, but a systemic effect.
Painting, in this context, ceases to be a window onto the world and becomes an immersive interface.
The viewer no longer observes the image: they are absorbed into it, to the point of dissolving the viewpoint.

 

UPRISE, 2026, 600x200cm, sottrazione di olio su tela
UPRISE, 2026, 600x200cm, sottrazione di olio su tela

From representation to simulation
With the Singularity series, Giampietro’s work takes a further step: the city is no longer represented, but simulated.
Architectures behave as generative systems: they aggregate, deform, collapse according to non-hierarchical logics.
In this sense, their morphology approaches what Lev Manovich defines as the “database logic”²: a structure based on accumulation, variation and recombination.
At the same time, the notion of simulation developed by Jean Baudrillard offers an additional interpretative key³. Giampietro’s cities do not refer to a real referent, but produce a hypothesis of reality: a plausible hyperreal, yet ontologically unstable.
Painting thus assumes a modeling function. It does not describe the world: it generates a version of it.

Emergence and logics of non-control
The encounter with artificial intelligence introduces a further dimension into the work: that of emergence.
The so-called “hallucinations” of generative systems deviations, errors, inconsistencies are integrated as active components of the creative process.
In this sense, the work approaches Gilles Deleuze’s formulations on difference and repetition⁴: form is not given, but emerges from a field of forces.
The city, consequently, is no longer a project, but an event, an open system traversed by dynamics that are not entirely controllable.

Uprise: the image as environment
From April 15 to October 15, 2026, at Porta di Milano, Milan Malpensa Airport, Terminal 1, it is possible to visit Uprise by Fabio Giampietro. The installation is enriched by the curatorial vision of Maria Grazia Mattei and the sound component by the visionary composer Alessandro Branca.
With Uprise at Porta di Milano Malpensa, Giampietro’s research assumes an environmental dimension.
The image expands until it coincides with space, becoming delocalized.
This transformation can be related to the phenomenology of Maurice Merleau-Ponty⁵, according to which perception is always embodied and situated. The work no longer appears as an object in front of the subject, but as an experiential field that engulfs it.
The time of fruition reduced, fragmented, aligned with the rhythms of scrolling coexists with a deeper structure: a continuous loop, a self-generative system that exceeds the duration of perception.

 

UPRISE, 2026, Installation view
UPRISE, 2026, Installation view

The contemporary regime of the image
Fabio Giampietro’s work highlights a broader transformation: that of the contemporary image.
From representational surface to operative system, from contemplative object to immersive environment, from stable form to dynamic process.
In this context, vertigo is not an iconographic element, but a theoretical index.
It signals the loss of stability of the viewpoint and, at the same time, the necessity for new modes of experience. In this sense, Giampietro confirms himself as one of the main inspirers of a sensibility and methodology we can define as Data Art.

Notes
Paul Virilio, Speed and Politics, 1977.
Lev Manovich, The Language of New Media, 2001.
Jean Baudrillard, Simulacra and Simulation, 1981.
Gilles Deleuze, Difference and Repetition, 1968.
Maurice Merleau-Ponty, Phenomenology of Perception, 1945.

 

Vertigo 126, 2026, 200x200cm, sottrazione di olio su tela
Vertigo 126, 2026, 200x200cm, sottrazione di olio su tela

Captions:
SINGULARITY II (2025, oil on canvas)
The city behaves like an overfitted neural system: recognizable, yet collapsed into itself.
Architectures lose function and become computational matter, pure informational density.
Here the image does not represent: it simulates a process.
It is the moment in which the city ceases to be space and becomes algorithm.
SINGULARITY III (2025, 120×170 cm, oil subtraction on canvas)
An urban topology imploding toward its center, like a dataset drawn to a point of maximum probability.
Perspective becomes a field of forces, not an optical rule.
The work records a tension: emergent order vs systemic collapse.
It is a city training itself until disappearance.
SINGULARITY V (2024, 100×170 cm, oil subtraction on canvas)
Architecture emancipates itself from gravity and becomes a generative object.
Suspended blocks as nodes of an unstable network.
Gothic becomes code: repeated, mutated, recombined patterns.
No longer construction, but a beta version of reality.
SINGULARITY XV (2024, 200×170 cm, oil on canvas)
The city transforms into an organism, an unstable morphology evolving under pressure.
Architectural masses aggregate like unnormalized data.
An entropic vision: growth without control, form without design.
The urban becomes synthetic biology.
TECH VISIONAIRES: ADA (2023, oil on canvas)
The face emerges as interface: human and city coincide within the same visual layer.
Identity is built through stratification, like an urban database.
Ada is not a portrait, but a system of relations between memory, space and code.
The subject becomes infrastructure.

 

VERTIGO-THEMERGE, 2024,170x120cm, sottrazione di olio su tela
VERTIGO-THEMERGE, 2024,170x120cm, sottrazione di olio su tela

UPRISE (2026, installation)
A probabilistic city: it looks like Milan, but it is an output.
The time of fruition is that of scrolling, while beneath flows a cosmic loop.
Architecture and video converge into a continuous computational environment.
It is not viewed: it is traversed.
VERTIGO 126 (2026, 200×200 cm, oil subtraction on canvas)
Perspective becomes operative vertigo: a vector pushing the gaze into the system.
Lines do not describe, they accelerate.
The city is a perceptual immersion device.
Falling into the image is the only possible reading.
VERTIGO – THE MERGE (2024, 170×120 cm, oil subtraction on canvas)
Two urban systems merge into a single unstable structure.
The merge is not harmony, but conflict between incompatible datasets.
The city becomes a collision point between reality and simulation.
The image is the exact moment in which levels cease to be distinguishable.