L’artista francese Cyril de Commarque firma un’opera vivente dedicata alle api selvatiche, tra arte contemporanea, biodiversità e riflessioni sull’Antropocene
All’Orto Botanico di Roma, tra le collezioni storiche del Gianicolo, ha trovato posto API-LOGO, la nuova opera site-specific dell’artista francese Cyril de Commarque, inaugurata il 18 maggio come anticipazione della Giornata Mondiale delle Api 2026.
API-LOGO è un’installazione ambientale intesa anche come scultura abitabile concepita per le api selvatiche: un dispositivo organico in cui arte contemporanea, biodiversità e ricerca scientifica convivono all’interno dello stesso spazio. L’opera nasce infatti con il supporto tecnico della FAO, in collaborazione con Sapienza Università di Roma e con l’Orto Botanico di Roma, nell’ambito del programma API-URBANE.
Nel titolo — fusione tra “api” ed “epilogo” — si condensano i temi della vulnerabilità e della sopravvivenza. La struttura, realizzata in legno scolpito e trattato secondo la tecnica giapponese dello shou sugi ban, accoglie al proprio interno un habitat costruito con canne di bambù e blocchi lignei destinati agli impollinatori selvatici. Un ecosistema condiviso pensato per essere abitato.
È proprio in questa ambiguità tra opera e organismo che si colloca il nucleo della ricerca di Cyril de Commarque. API-LOGO abbandona l’idea della scultura come forma autonoma per trasformarsi in rifugio e spazio di coesistenza tra specie differenti. Il legno bruciato conserva il segno visibile dell’Antropocene, mentre il fuoco — elemento associato alla distruzione — viene qui ribaltato in pratica di conservazione della materia.
«API-LOGO è un nido esploso in cui il fuoco sigilla nella materia il segno dell’Antropocene», afferma l’artista. «Il cuore della scultura interroga la nostra capacità di coesistere con il vivente».
L’opera si inserisce nel percorso interdisciplinare sviluppato da Cyril de Commarque tra fotografia, performance, pittura e installazione. Dai primi lavori come Migrant (2013), presentato alle Le Stanze del Vetro della Fondazione Giorgio Cini durante la Biennale di Venezia, fino a Primitive (2019), la sua ricerca ha attraversato questioni legate alla memoria, al trauma e alla crisi ecologica, approdando progressivamente a forme immersive dove esperienza sensibile e tensione politica si intrecciano.
Con API-LOGO questa riflessione assume una dimensione ulteriore: l’opera entra direttamente nei processi del vivente. Da qui anche la centralità della collaborazione con la FAO. Oltre il 75% delle colture mondiali dipende infatti dall’impollinazione, facendo della tutela delle api una questione non soltanto ecologica, ma anche alimentare e geopolitica.
Installata permanentemente all’interno dell’Orto Botanico di Roma, API-LOGO è destinata a modificarsi nel tempo insieme agli insetti che la abiteranno. Un’opera-processo, più che un oggetto concluso: una soglia in cui arte e biodiversità cessano di occupare ambiti separati per condividere, almeno temporaneamente, lo stesso ecosistema.





