05 Ottobre 2026 14:12

L’oggetto per riflettere: “Temporary Rooms” alla Triennale

Davide Stucchi. Temporary Rooms, exhibition views. Foto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano

Ci sono mostre che tentano di spiegare il mondo e altre, più rare, che lo mettono in discussione. Benvenuti alle “Temporary Rooms” di Davide Stucchi, alla Triennale: un ossimoro architettonico laddove l’ambiente racconterebbe della sua storia e del proprio passato

Camere provvisorie; ambienti che durano il tempo di una stagione e poi si smontano. E mentre sono in scena, vengono già rimontati altrove: quattro configurazioni di cui il bagno (dal 14 maggio), il salotto (dal 23 giugno), la camera da letto (dal 21 luglio), la cucina (dal 15 settembre). “Temporary Rooms” di Davide Stucchi, all’Impluvium della Triennale, oltre ad essere una mostra nella sua accezione di dispositivo di indagine è, anche, una successione di scavi domestici dove l’artista lavora come un archeologo del presente, con una profonda differenza metodologica: invece di portare alla luce reperti, smonta i gesti quotidiani.

Davide Stucchi, Does it open inward or outward?, 2023 metal door handle, found keyhole covers, 15x7x5,5 cm. Foto: Andrea Rossetti, Courtesy the artist e Martina Simeti, Milano

Il cantiere della precarietà

Una conca, un cortile coperto, un vuoto architettonico: è l’Impluvium di Triennale che Davide Stucchi (1988) trasforma in un cantiere edile, dove il modulo “futuramente” abitativo e, contemporaneamente “temporaneo” è composto di pareti di orsogrill – le griglie metalliche che si usano per recintare i cantieri, per separare il dentro dal fuori, i “lavori in corso” dalla “normalità”.

Ed è proprio della “temporalità abitativa” che parla “Temporary Rooms”, ponendo l’accento anche sulla crisi degli alloggi a Milano, del costo crescente degli affitti, della porosità di una città che si divide tra pubblico e privato. Attraverso una recinzione che diventa parete, trasformando il confine che esclude nel muro che include, formalizzando un bagno provvisorio, in attesa di un letto che arriverà e di una cucina – l’ambiente forse più iconico per la vita – che in questo caso sarà l’ultimo ad essere inscenato, Stucchi rende visibile la questione. Quale? La sua casa dimostra come l’atto di abitare già sia, in sé, provvisorio; la stabilità una scenografia.

Le opere imballate, quelle non ancora esposte, diventano un paesaggio urbano di cartoni e scatole: un trasloco in vista, un magazzino in attesa di disimballare una serie di oggetti che, nella maggior parte dei casi, non servono a nulla nell’economia delle nostre casa. E allora, “perché li teniamo”? Probabilmente per la loro capacità di produrre desiderio, di costruire immaginari, di orientare il nostro comportamento. Uno status symbol di antica memoria ma che oggi, ancora, è vive della sua amplificazione: per Stucchi sono attori. E come ogni buon attore, sanno mentire, facendoci credere che un divano vale più di un affitto e che una cucina attrezzata è la prova della felicità, così come un letto matrimoniale è il simbolo di un amore eterno. Instagram. 

Davide Stucchi. Temporary Rooms, exhibition views. Foto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano

Uno spazio che diventa tempo

A cura di Damiano Gullì, “Temporary Rooms” è chirurgica; niente orpelli, niente pareti che urlano, ma un allestimento che segue la propria logica del cantiere: una scena dove ogni oggetto è un “attrezzo” di scena, rimettendo anche all’esperienza di Stucchi nel teatro. Senza copione, è lo spettatore-attore che, spaesato, movimenta la vita della casa-cantiere entrando nel “recinto” di scena, nello spazio della precarietà come condizione permanente. E che ci rimette anche alla funzione “sterile” dell’arte, nella sua accezione di ready-made: un lavandino che non serve a lavarsi, un vaso sanitario senza le sue funzioni. Una visualizzazione non lineare, che sa che abitare oggi significa negoziare continuamente con l’assenza: di spazio, di tempo, di certezze. Spiega Gullì: “La mostra di Davide Stucchi, Temporary Rooms, si inserisce in un percorso di promozione e valorizzazione dell’arte contemporanea italiana che Triennale Milano sta portando avanti da alcuni anni. Il progetto di Stucchi attraversa le discipline, parla del rapporto fra arte e design, della percezione dell’oggetto, dell’istituzione della merce, di architettura e di spazi porosi, che si confrontano. E non solo: spazi che si fanno interno ed esterno al contempo, oggetti che sono dei trabocchetti per gli occhi perché appaiono come la loro forma, ma sono privati della funzione originaria e diventano altro, sono astratti e sono come gli attori di un teatro messi in scena su un set e da questo anche la scelta di un determinato tipo di luci e l’idea di rifarsi tanto al set fotografico quanto all’idea dello stage teatrale e anche l’idea del cantiere, quindi un processo e una trasformazione continua di uno spazio che si relaziona col preesistente ma diventa altro, per parlare della temporaneità, della precarietà, anche dell’abitare quotidiano come in una città di Milano“.

Davide Stucchi. Temporary Rooms, exhibition views. Foto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano

Una riflessione sulla messa in scena, marcata da una costante vena di ironia, “un guardare agli oggetti e alle cose in una modalità mendiniana” – sostiene il curatore – dotare queste stesse strutture dell’anima di chi li ha usati, riattivandoli e guardando al banale, salvandoli dall’oblio, “creando anche in questo caso una continuità con Corrado Levi, di cui Stucchi è stato assistente, che nel 2020 fu protagonista di una mostra internazionale che raccontava proprio della messa in scena di oggetti in spazi liminali, in trasformazione“. Un Temporary space del pensiero sull’arte.