
Un incarico, una mostra, una collaborazione. Oppure l’essersi trovati al posto giusto nel momento giusto, un incontro, un invito, una conversazione. Con il format “La svolta” chiediamo ai protagonisti del sistema dell’arte di raccontarci quando e come è partito tutto. In questo ventiseiesimo appuntamento ci risponde Umberto Croppi, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma
Perseveranza, studio, coraggio, creatività e probabilmente anche un po’ di follia. Il mondo dell’arte, e soprattutto il suo sistema, è fatto di meccanismi spesso intricati. Una montagna russa affascinante dagli equilibri sempre in costante mutamento. Eppure, guardando alle carriere di chi del mondo dell’arte è protagonista, non pensiamo che artisti, curatori, direttori di fiere e di musei, esperti in comunicazione, critici e giornalisti, abbiano iniziato anche loro a muovere i primi passi, a maturare esperienze su esperienze, fino a quando è arrivato quel momento in cui hanno pensato: “questa è la mia volta buona”. Ed è quello che abbiamo deciso di farci raccontare, ponendo loro questa domanda: qual è stato il momento che ha segnato la svolta nella tua carriera?
Ci risponde Umberto Croppi, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma.
Provo a rispondere, pur se di svolte nella mia vita ce ne state molte, e spesso in direzioni impreviste.
Per farlo debbo risalire alla mia adolescenza, a due episodi che mi consentirono di frequentare un territorio che ha costituito l’humus per approdi allora non perscrutabili.
Liceale, visitai alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, una mostra curata da Palma Bucarelli su Braque e il Cubismo. Un’esposizione con un forte impianto didascalico: il giovane provinciale che allora ero acquisì le chiavi per comprendere l’estetica del Novecento. La mia curiosità si trasformò in studio e ricerca, favorita anche dalla vasta bibliografia che mio padre raccoglieva nella biblioteca di famiglia.
Quasi in parallelo la grande mostra “Contemporanea”, ideata da Bonito Oliva e Graziella Buontempo negli spazi dell’appena costruito parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, annunciata dall’impacchettamento di Porta Pinciana ad opera di Christo e Jeanne-Claude.
Immaginate lo stupore di un ragazzo che, varcato l’ingresso di quell’ipogeo, si trovò immerso in una realtà parallela, con uno sterminato campionario di quanto di più innovativo le personalità viventi stavano immettendo nell’arte.
Il resto è venuto quasi sempre in maniera inattesa, ma l’arte ha sempre costituito un retroterra, uno strumento di comprensione e di invenzione.
Prima un’agenzia di pubblicità, poi la grande occasione: direttore editoriale della Vallecchi, nobile casa editrice fiorentina, culla delle avanguardie letterarie e artistiche del Novecento e, grazie a questa, la creazione di una galleria, BZF (Bizzeffe). Poi l’approdo al design, alla direzione della Fondazione Valore Italia.
Il ritorno a Roma mi offrì una nuova avventura, l’incarico di assessore alla cultura del Campidoglio. Un’esperienza breve ma intensa, che ha corrisposto con il momento più interessante per l’arte contemporanea nella Capitale.
Di seguito la presidenza della Quadriennale di Roma e, quando ormai pensionato, credevo di aver chiuso con la pratica attiva, una nuova sorpresa: la nomina, su indicazione del Consiglio Accademico, a presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma e la collaborazione con la Fondazione Berengo di Venezia, che mi riserva il privilegio di lavorare con molti dei più grandi artisti del mondo.
Ripensandoci, furono proprio quelle esperienze adolescenziali ad avermi consentito di compiere un percorso affascinante, che non rientrava nei miei programmi di vita (avrei voluto fare lo scenografo, ma le circostanze mi portarono altrove).
E, in segno di riconoscenza per chi segnò la mia formazione, ho utilizzato una delle prerogative riservatemi come assessore, dedicando a Palma Bucarelli una strada, giusto ai piedi della Galleria Nazionale, che lei aveva fatto grande.




