06 Ottobre 2026 02:13

Il Sole allo Zenit #53: Il target di riferimento della Biennale di Venezia

Biennale Arte 2026. Ph. Andrea Avezzù, Courtesy La Biennale di Venezia

Ho visitato la Biennale di Venezia nei giorni dell’apertura quando tanti colleghi e professionisti del settore si aggiravano tra le calli e i padiglioni. Ogni volta che incontravo facce amiche facevo un cenno di saluto e ricevevo spesso in cambio la solita domanda di rito: “allora ti piace la Biennale?”. Ma quest’anno mi sono organizzato e ho imparato a rispondere in modo sensato nel seguente modo: “c’è qualche spunto interessante ma io non sono il target di riferimento”.

Prima di visitarla ho anche respirato profondamente, espirato, rilassato le spalle e ho chiuso gli occhi, come suggeriva di fare il testo d’introduzione a questa edizione intitolata “In Minor Keys”, curata, per quanto poco le è stato possibile, da Koyo Kouoh, prematuramente scomparsa pochi mesi dopo la nomina. “La musica continua, e anche i canti di chi genera la bellezza nonostante la tragedia“. Così infatti suggeriva il testo della mostra, che è fondata su una “profonda fiducia negli artisti quali interpreti essenziali della condizione sociale e psichica“. E tutto questo fa onore a chi l’ha curata e molto piacere a me, che ho letto gli indizi, non con una rapida scorsa ma con molto curiosità. Solo al termine della lettura mi sono avventurato tra le opere e mi sono imbattuto nel viaggio di Khaled Sabsabi dal Libano all’Australia, segnato dalla guerra, dallo sfollamento e dalla perdita, e mi sono visto (e annusato) Khalil, opera multimediale site-specific che comprende pittura, video, profumi e suoni e che ha come principio base la comunione umana e sociale, offrendo un punto di incontro, di riflessione e di contemplazione, senza dare risposte definitive. Ho passato la Silent Wind Orchestra di Nicholas Hlobo composta da strumenti a fiato in grado di introdurre il suono senza la presenza di artista e pubblico, ho cercato di capire la chilometrica tecnica fotografica che Carrie Schneider ha utilizzato per analizzare i format dei media e le rappresentazioni spesso sessiste che i media stessi veicolano, ho contemplato il grande albero d’ulivo del Garden of the Broken Hearted posto su un palcoscenico rotante sul quale viene proiettato un video che permette allo spettatore di confrontarsi con le brutali realtà che influenzano la vita di molte persone e che sugli schermi vengono consumate.

Carrie Schneider, First Living Woman, 2026, fotografia cromogenica unica realizzata direttamente in ripresa, acciaio, magneti a terre rare (dettaglio)

A quel punto mi era già sorta una domanda: visto che le consumiamo ogni giorno sugli schermi per necessità d’informazione, non sarebbe possibile limitare l’esposizione delle brutali realtà almeno nell’arte, che è vero che l’arte serve a sottolinearle però tanto non ha le risposte? Ma poi ho sorriso davanti ai pupazzetti con i quali Nina Katchadurian giocava con il fratello Kai, che un giorno si tuffò in acqua addirittura per salvarne due dall’alta marea, rischiando una fine a dir poco tragica. Ho poi provato a capire cosa facesse Linda Goode Bryant con la sua galleria creata per gli artisti concettuali neri e il suo progetto di agricoltura urbana che favorisce la produzione di cibo sostenibile nei quartieri afroamericani e ispanici, rimanendo sempre legata a quel potere innato che permette di usare ciò che abbiamo per creare ciò di cui abbiamo bisogno.

Alfredo Jaar, The End of the World, 2023-2024 (dettaglio)

Mi sono lasciato abbagliare dal rosso intenso del padiglione di Alfredo Jaar che riflette sui dieci minerali più critici al mondo, essenziali per le tecnologie di oggi e al centro sia della transazione verde che di certe guerre, e mi sono compiaciuto nel veder prender forma alcuni versi di Luigi Pirandello tratti da “L’uomo dal fiore in bocca” che Eric Baudelaire ha preso in prestito per sottolineare l’inesorabile conto alla rovescia della Morte e il desiderio dell’uomo di assorbire un mondo che lentamente gli sfugge, come punto di partenza della sua videoinstallazione a cinque canali che riprende il gigantesco magazzino di Aalsmeer, nei Paesi Bassi, dove milioni di fiori arrivano dall’Africa e dal Sud America per essere valutati e poi spediti in tutto il pianeta.

Eric Baudelaire / Luigi Pirandello, L’uomo dal Fiore in Bocca, Stampa C-print

Ho fotografato i collage astratti di Mohammed Joha che ha composto quando Gaza, terra della sua infanzia, veniva rasa al suolo e ho cercato il fil rouge nei lavori di Raed Yassin che trae ispirazione dagli archivi non istituzionali del cinema egiziano, dalla cultura panaraba e dalla radio libanese. Alla fine ho preso nota anche di un cerchio grigio sul muro bianco, che la didascalia mi ha indicato essere smalto su metallo inserito nella superficie della parete da Nancy Brooks Brody, e ho visitato i padiglioni accessibili e meno fruiti, ma su questi non mi dilungo altrimenti sembro un depliant dell’Esselunga. La sera stessa ho iniziato alcune riflessioni, bandendo punzecchiature e spunti polemici, senza mettere nero su bianco niente che possa infastidire prudenti vegliardi o sostenitori incalliti, avendo ben impresso nella mente l’inizio del Grande Gatsby: “negli anni in cui ero più giovane e vulnerabile mio padre mi diede un consiglio che da allora non ha mai smesso di agitarsi nella mia mente: ogni volta che ti vien voglia di criticare qualcuno ricorda che non tutti al mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu“. Così ho pensato che tutte le storie apprese sono interessanti, anche se molte di esse hanno in comune qualcosa di triste. Ho notato che ancora, dopo le ultime rassegne sulla stessa falsariga, anche questa è un po’ la Biennale delle minoranze e delle ingiustizie, e ho realizzato che dopo trenta spiegazioni stampate e appese ai muri – soprattutto se lette in piedi – a un certo punto capivo Roma per toma e mi veniva voglia di saltar qualche riga. Ho sentito poi dire che questa è la Biennale del “cinque per mille” e quella dell'”inclusione”, la Biennale della “guerra” o quella della “responsabilità” e dell'”educazione”, tanto da indurre a pensare che un giorno la Biennale d’arte di Venezia possa curarla anche Alberto Angela. Ma forse non va nemmeno bene che tutti dicano la loro, perchè a qualcuno è piaciuto un lavoro che per qualcun’altro non era di suo gusto, dimenticando che i gusti si scelgono in gelateria e non in una rassegna artistica, e che per giudicare serve conoscenza. Probabilmente una buona analisi dovrebbe procedere per tematiche: se si considera la Biennale come un veicolo di cultura internazionale, allora questa edizione va molto bene. Ovvio è che l’esposizione di così tanti Paesi meno conosciuti e finora meno considerati dal sistema porta ad esporre opere che la nostra sensibilità occidentale generalmente non ha ancora gli strumenti per capire bene. Però per me non c’è soltanto questo: io apprendo con piacere e adoro approfondire ricerche nuove ma provo un filo di sconforto perché nell’arte cerco più lo stupore, la genialità, la poesia, la sintesi, nuovi metodi, la rielaborazione inattesa e così via, anzichè quelle storie che mi basterebbe leggere sull’Internazionale o altrove.

Nina Katchadurian, The recarcassing Ceremony, 2016 (dettaglio)

Se si considera come criterio la giustizia e la democrazia allora andiamo al lasco, perchè dare voce a nuovi autori è ovviamente giusto, però è innegabile che ci siano alcuni posti del mondo dove la cultura è più diffusa e la sperimentazione più avanzata. Le avanguardie di inizio secolo uscivano da Parigi e non da Avellino, mi sembra chiaro. E qui arriviamo al criterio successivo: va bene la conoscenza di nuove situazioni ed espressioni, ma come innovazione dell’analisi e della forma a mio avviso c’è tanta lacuna e certe tematiche delle ultime edizioni sono troppo didascaliche. Se si parla di ingiustizie e si proietta un video lungo decine di minuti di qualcuno che parla della sua esperienza, io allora mi chiedo: siamo nell’ambito dell’arte o del giornalismo d’inchiesta? In tutta risposta c’è una bellissima mostra nella piazza più importante della laguna che tratta di territori occupati, di guerre, di gente che non ha mai visto il mare ma lo fa senza essere didascalica, con tanto fascino e un approccio geniale.

Nancy Brooks Brody, 4” Circle, 2019, smalto su metallo inserito nella superficie della parete

Infine se consideriamo la Biennale dal punto di vista del mercato, qui dico solo: aiuto! Quale diavolo dei miei clienti si comprerebbe queste opere? Che ben pochi collezionisti vogliono l’ennesimo documentario sull’ingiustizia o una resa formale già vista che dev’essere accettata perché viene da una terra per il mercato dell’arte ancora (o quasi) inedita. E poi mi chiedo: un po’ di ipocrisia in queste edizioni, la vedo solo io? La dura vita dell’emigrato vietnamita che racconta il suo faticoso viaggio e che viene riassunta da una tavoletta che viene esposta in una galleria di Manhattan a cifre da capogiro in un’inaugurazione con champagne e orologi d’oro? Chissà.
Ma eccomi finalmente spiegato: io non sono il target di riferimento di queste ultime edizioni della Biennale di Venezia. Dunque che fare? Aspetto che il vento faccia il suo giro in attesa di un’edizione che mi possa piacere. Ma porto anche un suggerimento per la Biennale del 2028: dividiamola in due! Metà degli spazi con opere di denuncia o di tendenza dell’ultima era e l’altra metà dedicata a quegli artisti che nel biennio hanno prodotto lavori significativi indipendentemente dal tema, perché anche gli artisti noti, e che lavorano bene, meritano ancora di mostrare la propria ricerca in certe rassegne chiave anche se sono estranei al tema più attuale. E noi visitatori li guarderemmo con piacere.

Nicola Mafessoni è gallerista, curatore, scrittore e amante di libri scritti bene. IG: nicolamafessoni