
Al MegaMuseo di Aosta una mostra sulla magnificenza dell’oro e il suo utilizzo nelle arti nipponiche
Non è casuale la presenza fino al 14 giugno 2026 presso il MegaMuseo di Aosta dell’affascinante mostra – curata dall’esperta iamatologa (o yamatologa da Yamato: nome di un’antica regione del Giappone) Roberta Vergagni e realizzata con il patrocinio del Consolato Generale del Giappone a Milano – KIN金 – L’oro nelle arti giapponesi sulla magnificenza dell’oro e il suo utilizzo nelle arti nipponiche (sinonimo di giapponese derivato da Nippon termine con cui dal 7° secolo d.C. i Cinesi chiamano gli “abitanti del Sol Levante”). Sul nostro pianeta l’oro esiste probabilmente non come materia autoctona, ma di derivazione cosmica e l’uomo ne ha scoperto la straordinaria bellezza da ca. 6000 anni.
Il MegaMuseo – Museo archeologico contemporaneo (corso Saint Martin de Corléans 258 nell’omonimo quartiere) è il più grande sito archeologico coperto d’Europa con 12.000 m², di cui una parte dedicata all’area archeologica che dialoga con il percorso espositivo, e più di 2000 oggetti esposti che raccontano 6000 anni della zona dalla preistoria (quando è prima luogo di culto e agricoltura e poi di sepolture) al medioevo (quando la nascita della chiesetta romanica di san Martino ne indica un riutilizzo agricolo) fino a oggi in cui è stata inglobata nell’area urbana di Aosta dall’espansione edilizia. Nel 1969, casualmente viene scoperta questa straordinaria area Megalitica.
Bisogna ricordare che fino a circa 10.000 anni fa la Valle d’Aosta era occupata da un grandissimo ghiacciaio. Successivamente abitata, in epoca storica si è certi della presenza (come nel confinante Canavese) del popolo celtico (o ligure-celtico) dei Salassi – padroni di valichi alpini e di miniere come scrive Strabone, geografo e storico greco del periodo augusteo – capaci di estrarre l’oro alluvionale con un sistema a cielo aperto deviando le acque del fiume Duria Maior (Dora Baltea) in canali come testimoniato dalla zona mineraria della Bessa connotata da detriti ai piedi della Serra Morenica (morena laterale sinistra di spettacolare linearità originata dal ritiro del ghiacciaio valdostano). I Romani, dopo avere vinto con fatica i Salassi, nel 25 a.C. fondano Aosta (Augusta Praetoria Salassorum) mentre Ivrea (Eporedia) nel Canavese era divenuta colonia romana già nel 100 a.C.

L’oro, dunque, anche nel passato lega idealmente Aosta al Giappone come oggi la mostra Kin che racconta tramite più di novanta opere l’importanza dell’oro nella tradizione giapponese in cui non è solo materiale prezioso o colore, ma anche pura luce come il fulgore di Buddha (complicato il mondo nipponico delle religioni, caratterizzato dalla tendenza al sincretismo soprattutto tra le due principali: Shintoismo e Buddhismo. In quest’ultimo la luce è sia attributo fisico, sia saggezza suprema e quindi liberazione dall’ignoranza e visione chiara della realtà) e il bagliore del sacro nel teatro tradizionale Nō (risalente al 14° secolo) in cui la luce distingue la divinità dagli esseri umani. Nell’arte nipponica moderna e contemporanea, l’oro oltre a essere elemento di decorazione e di lusso diviene il più brillante tra i colori poiché rappresenta la luce.
Analogamente è impossibile non pensare alla presenza dell’oro nel nostro Occidente per esempio come simbolo di immortalità nei reperti dell’antico Egitto o al legame tra umano e divino che si evince dalla lettura del Paradiso dantesco, regno di pura luce (viaggio dell’uomo Dante alla ricerca della Luce cioè di Dio) rappresentato con immagini sempre diverse: pennellate luminose di poesia nonché trionfale e prodigiosa rappresentazione della luce che diviene quasi sinonimo di oro nelle rappresentazioni artistico-religiose.
In Giappone, l’oro, pur considerato ab antiquo materia preziosa, viene usato in modo intensivo dopo la scoperta verso la metà del secondo millennio d.C. di miniere tra le più ricche a livello mondiale (oggi dismesse e trasformate in percorsi museali): per alcuni secoli la sua disponibilità è stata notevole e ampiamente utilizzata dalla creatività nipponica. Anche Marco Polo (Venezia, 1254-1324) nel suo Il Milione parla della notevole abbondanza di oro nell’isola di Cipangu, termine con cui traslittera la parola usata dai Cinesi per indicare il Giappone.
Le opere di cinque secoli di storia nipponica presenti in mostra ad Aosta sono realizzate con le tecniche più raffinate della cultura materiale nipponica: kinpaku, kirigane, kinran, kintsugi e maki-e delle quali si dà un cenno.

Kinpaku (kin: oro e paku: foglia/lamina) è un’antica tecnica che grazie a battitura trasforma l’oro in lamine impalpabili da applicare su architetture (come la sala d’oro Konjiki-dō del Chūson-ji, tempio buddhista a Hiraizumi, e a Kyoto il famoso Kinkaku-ji, Padiglione d’oro), creazioni artistiche e oggetti e da usare nell’alimentazione come gelati… e nella cosmesi. Tale lavorazione, tipica della città di Kanazawa, è favorita dal suo clima umido. Kirigane (metallo ritagliato) è una raffinata tecnica decorativa che consiste nell’applicare mediante adesivo naturale ad armature da samurai, a lacche, dipinti, statue buddhiste… sottili fogli geometrici (diversamente dal Kinpaku) d’oro, argento o platino.
Kinran, introdotto dalla Cina, è un sontuoso broccato tradizionale di seta (oggi si usa anche il poliestere) intessuta con fili d’oro (se d’argento: Ginran) utilizzato per costumi Nō, abiti formali, bambole, oggetti decorativi, borse, arazzi…
Kintsugi, (kin: oro e tsugi: ricucire quindi “riparare con l’oro”), è una tecnica ideata da ceramisti giapponesi per recuperare vasi e ciotole di terracotta con lacca urushi (nome antico nipponico della lacca – la cui tossicità allo stato liquido scompare quando indurisce – estratta dalla pianta autoctona Toxicodendron vernicifluum), farina di riso o grano, tonoko (polvere di argilla finissima) e polvere d’oro. Legato all’estetica Wabi-sabi (visione del mondo derivata dal Buddismo Zen) che considera bellezze l’imperfezione, la transitorietà e l’incompletezza delle cose, l’intervento non cancella le crepe di un oggetto, ma le evidenzia e valorizza come un nuovo tratto distintivo dell’utensile recuperato tanto da potere leggere nel gioco delle crepe un paesaggio, un panorama, se non l’universo e da riutilizzarlo per il bere o il mangiare.
Tale tecnica, che richiede molto lavoro ed è praticata con il metodo sia tradizionale sia moderno, costituisce un ponte tra Occidente e Oriente, infatti la sezione del Megamuseo di Aosta dedicata al restauro con piombo di manufatti greci e romani dialoga con la filosofia del kintsugi: entrambi riparano con la differenza che con il piombo si fa una semplice riparazione, mentre l’oro non solo nobilita con la sua preziosità, ma esalta il vissuto dell’oggetto di cui si ripara non solo la forma, ma anche la memoria.

Maki-e, infine, è una complessa e costosa tecnica di pittura in lacca nata verso il 9° secolo, sviluppatasi in varie tipologie sia decorative, sia di realizzazione del fondo e utilizzata dal Makieshi (artigiano-artista che deve possedere notevoli capacità manuali, altrettanta maestria tecnica e parecchi anni di pratica) decorando la lacca non ancora secca con disegni ottenuti inserendovi polveri metalliche di diverso colore: nata per impreziosire oggetti casalinghi di pregio di nobili e ceti elevati, oggi si è estesa a penne stilografiche di grandissimo pregio e valore, oggetto di prestigiose collezioni.
Il percorso di Kin ad Aosta è articolato in tre sezioni con diversi gradi di lettura per penetrare e cogliere significati legati a modi diversi di concepire l’esistenza rispetto a noi, e comunque dovuti al gran desiderio che l’uomo ha di scoprire valori umani espressi con sfaccettature differenti ed è perciò importante conoscerli e apprezzarli per provare la gioia dell’ammirazione e del rispetto reciproci: la cultura dovrebbe essere foriera di pace.
Si inizia con l’oro che risplende di luce e colore attraverso il contrasto di oro e nero su oggetti laccati e manufatti in metallo che dialogano con una caleidoscopica tavolozza cromatica su tessuti e ceramiche. Segue una selezione di stampe di incisori moderni e contemporanei che hanno usato l’oro o che a questo si sono ispirati per impreziosire le loro opere creando la fase recente delle xilografie ukiyo-e (immagini del mondo fluttuante: stampe, prima monocromatiche e poi a colori, con matrici di legno nate e sviluppatesi con la nascita dei chōnin – paragonabili alla nostra borghesia – durante il periodo Edo (da17° al 19° sec.) per concludersi con Takashi Murakami (Tokyo, 1962).
Si tratta del più influente e famoso artista nipponico odierno il quale, appassionato di manga, studia le tecniche della pittura tradizionale nihon-ga (con materiali naturali) che insieme alla Pop Art e al Superflat forma il suo stile grazie al quale ha realizzato una sua Factory: la Kaikai Kiki. Qui, l’arte è creata in modo computerizzato e completata con colori acrilici brillanti e vivaci e personaggi bizzarri senza profondità prospettica come le stampe ukiyo-e. Allegra la sua The Golden Age: Hokkyō Takashi, (2016), litografia offset con timbro a freddo e vernice lucida su carta.
La terza sezione è riservata a due artiste di grande livello. Kazuko Hiraoka (Tokyo, 1951) è un’eccellente maestra calligrafa, attiva in Italia dal 2000, che coniuga la magia luminosa della foglia d’oro con l’espressività dell’arte giapponese dello shodō (“via della scrittura”: arte nipponica della calligrafia). Tra le sue opere, compenetrate di poesia e paesaggi naturali, elegante e affascinante in stile corsivo rapido sōsho su carta giapponese Nuvole bianche (2025) che così continua /Acqua ghiacciata/Sono un figlio del mare/Corrono vele bianche.

Aiko Zushi, nota maestra e restauratrice kintsugi, laureatasi in Belle Arti e specializzatasi in Scienze Umanistiche, dopo avere insegnato, studia con Yoko Furuya (maestra di kintsugi) e a Torino dal 2019 pratica la tecnica kintsugi fino al 2025 quando, tornata nella regione natia, si occupa di restauri nel suo nuovo “Kintsugi Atelier” e tiene corsi, a volte anche all’estero, per fare conoscere una tecnica che permette di conservare tradizioni, filosofia e visione di vita preziosissime. Splendide in mostra Via Lattea (2020), Kintsugi su ciotola da tè matcha (tè verde giapponese), lacca urushi, oro, madreperla e Yobitsugi (2024) – variante del Kintsugi, significa “riunire chiamando un altro pezzo” essendo utilizzati frammenti provenienti da vasi, epoche o stili differenti – anche questo su ciotola da tè matcha, lacca urushi, oro e pezzi di un’antica ceramica Imari della città di Arita.
Ogni visitatore – aiutato nel suo percorso da ottime didascalie – si accorgerà che nell’arte nipponica ogni forma coniuga semplicità e armonia, presente ed eterno: persino il Kimono (alla lettera: cosa che si indossa), abito lungo a forma di “T”, che si chiude sovrapponendo il lembo sinistro sul destro e si ferma con l’obi (cintura o fascia tradizionale), risulta essenziale nella sua articolazione bidimensionale, cara all’estetica nipponica. Tale veste non ha cuciture che indichino spalle e punto vita e non cela né enfatizza parti del corpo: colori, decorazioni e stoffa variano con la stagione, le situazioni e l’età. Anche misure e realizzazione risultano quasi invariate nei secoli.
Tre i kimono tradizionali da sposa: lo shiromuku, bianco e indossato con l’uchikake (sopra-kimono) durante la cerimonia shintoista, l’iro-uchikake per il ricevimento, colorato e decorato con motivi propiziatori e il meno formale hiki-furisode, colorato e privo di uchikake. Il rosso che allontana male, sfortune e malattie è con il bianco e il nero il colore più usato per i kimono nuziali sfarzosi come quello esposto. Tra le decorazioni preferite il pino: oltre ad augurare lunga vita, i suoi aghi crescendo a coppie sono simboli di felicità coniugale e fertilità.
Splendida e di grande eleganza la Scatola per la cerimonia degli incensi (kōgō) del periodo Edo (XIX secolo) con gatto e motivi vegetali, legno laccato e dorato maki-e.





