09 Ottobre 2026 03:19

Erté, quando lo stile è tutto. A Fontanellato

Franco Maria Ricci e Erté, Anni Settanta, Archivio Fondazione Franco Maria Ricci, Labirinto della Masone, Fontanellato (Pr).

Nell’incantevole cornice del Labirinto della Masone a Fontanellato, l’eccentrico Erté – all’anagrafe Roman Petrovic Tyrtov, nato nel 1892 a San Pietroburgo in Russia, dal 1912 a Parigi, dove perfezionò il suo estro creativo all’Académie Julian e all’École Nationale des Beaux-Arts e diventa Romain de Tirtoff, da cui deriva lo pseudonimo Erté, ottenuto dalla pronuncia francese “R.T.” – elegante, giovane, curioso e ambizioso, conquista la Ville Lumière quando s’impone l’orientalismo di Paul Poiret (1879-1944), geniale sarto, detto il “Magnifico”, che l’ha scoperto nel 1913, facendogli disegnare le sue stravaganti collezioni e introducendolo nel circolo artistico e intellettuale parigino.

La leggenda narra che già a sei anni Romain avesse creato una mise da sera per l’adorata madre; in verità non sappiamo esattamente com’è andata, ma di certo Erté non ha copiato nessuno degli altri illustratori del suo tempo. Ha dimostrato il suo talento da quando ha collaborato, con disegni, a Damisky Min, la più importante rivista di moda della Russia zarista; poi, per trovare altre opportunità e sviluppare lo stile, si trasferisce a Parigi, dove lavorando in diversi ambiti riscrive i codici dell’illustrazione in rapporto alle arti decorative e alla produzione artistica in relazione al teatro e al cinema negli anni Venti-Trenta del Novecento, mescolando esotismi alle linee semplificate.

Fu Poiret a sceglierlo per disegnare bozzetti per la Gazzette du Bon Ton (tra il 1912 e il 1914 e, nuovamente dal 1920 al 1925), e per l’inventore dell’orientalismo disegna i costumi dell’opera Le Minaret di Jacques Richepin per il Théâtre de la Renaissance, e veste con ampie tuniche e gonne a pantaloni Mata Hari. Anche Sergei Pavlovic Diaghilev (1872-1929), impresario teatrale e direttore artistico russo, fondatore della compagnia Ballets Russes (1909), evento culturale più vitale e moderno nella Parigi degli anni Dieci, che introdusse coreografie e costumi scenografici rivoluzionari per l’epoca, è stato folgorato dal suo stile, tant’è che gli affidò la realizzazione dei costumi e delle scenografie dei suoi balletti indimenticabili.

Erté si muove tra Parigi e New York, fra moda e teatro, come scenografo e costumista teatrale, sublime illustratore e fashion designer di fama internazionale, che fra il 1919 e il 1923 collabora a Broadway con George White per una serie di spettacoli musicali ispirati dalle Ziegfeld Follies degli anni Dieci, elaborando un codice stilistico personale: un mondo incantevole fatto di lustrini, dorature, tessuti preziosi, pellicce, perle, piume, gioielli e outfit dalle accensioni cromatiche scintillanti, per silhouette longilinee, bidimensionali dall’elegante gestualità, racchiuse in composizioni dinamiche ispirate a stilemi floreali, ai preraffaelliti e in bilico tra rigore e opulenza sontuosa.

Erté. Lo stile è tutto. Vista della mostra

Il suo immaginario esotico consolida l’iconografia Dèco, lo stile decorativo alto-borghese che raggiunge l’apice nel 1925 a Parigi con l’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes. Nella sua ricerca ha inciso la capacità di immagazzinare immagini tratte dai libri della biblioteca paterna (un ammiraglio appassionato di viaggi e di culture orientali, in particolare persiane e indiane del XVI secolo), costumi e scenari esotici da cui trae alcuni dettagli decorativi e tonalità d’oro e d’argento.

Nel 1926 Erté inizia a creare la famosa serie dell’Alfabeto, in cui prendono forma e gestualità plastica le sue seducenti danzatrici per comporre le lettere dell’alfabeto. L’ultima lettera fu data alle stampe nel 1967, in occasione della mostra alla Grosvenor Gallery di Londra, anche se il progetto era già definito dalla fine degli anni Venti. La lettera L è un omaggio alla eccentrica marchesa Luisa Casati, creatura felina, una vamp, nota per le sue sontuose feste, nonché musa di molti artisti, tra gli altri di Umberto Boccioni e Alberto Martini, a cui la Casati commissionò dodici suoi ritratti.

Erté muore in Francia nel 1990; con lui tramonta uno stile esotico, languido e lussuoso, fatto di travestimenti simbolici a testimonianza che nell’abito trova il segno della modernità, tracciando l’identità della donna moderna: emancipata, libera, raffinata, elegante e audace. Erté aveva 76 anni quando una mostra retrospettiva al Metropolitan di New York fece riscoprire ai collezionisti e mercanti vita e opere di uno scenografo, costumista e artista poliedrico, visionario, ossessionato dallo stile e dalla modernità, riconoscibile per elementi geometrici, decorativi e simboli, distinguendosi dal folto gruppo di illustratori di moda tra le due guerre, quando tra le Folies Bergère, le coreografie dei film hollywoodiani, danze di corpi atletici e sensuali rivestiti di tessuti morbidi e trasparenti, lustrini, profusione d’oro e d’argento sulle dinamiche note del charleston, le “garçonnes”, le donne altoborghesi accorciano abiti e capelli, mostrano le gambe, guidano e praticano con disinvoltura amori liberi anche bisessuali e sport, viaggiano da sole e sono tese verso la loro emancipazione.

Erté. Lo stile è tutto. Vista della mostra

Nel 1970 Franco Maria Ricci introduce un libro dedicato a Erté, con bellissime immagini commentate da Roland Barthes, che tolto dall’oblio diventa un fondamentale protagonista dell’epoca Dèco, che continua a influenzare artisti, designer e stilisti contemporanei.

La mostra di Erté, oltre il Decó 

La mostra “Erté. Lo Stile tutto”, a cura di Valerio Terraroli e organizzata da Elisa Rizzardi, fino al prossimo 13 ottobre, propone una nuova lettura di un artista poliedrico difficile da incasellare per la sua inesauribile creatività. Il percorso espositivo comprende opere dagli anni Dieci e Trenta del Novecento che raccontano la sua dedizione al lavoro, alla bellezza, alla ricerca di uno stile unico ispirato a culture non europee. Corteggiato anche da altre celebri riviste come Vogue, Cosmopolitan e The Illustrated London News, sulla quale furono pubblicate le sue illustrazioni, nel 1922 scelse di vivere a New York, dove collaborò con il produttore teatrale George White, e nel 1925, l’anno della consacrazione dell’Art Déco, realizzò scenografie e costumi per numerosi film. In mostra incantano i suoi disegni, anche di gioielli, incentrati sulla celebrazione della donna emancipata, consapevole del proprio fascino erotico.

A Franco Maria Ricci (1937-2020), collezionista d’arte parmense, editore cultore dello stile come scelta di vita, che dal 1970 ha rivoluzionato il concetto di produzione editoriale prestigiosa curando tipologia di carta, testi mirati, grafica e scelta delle immagini in italiano, si deve il merito di avere fatto scoprire Erté agli italiani dagli anni Settanta, quasi dimenticato, grazie a una monografia oggi da collezionare, con testo magistrale di carattere semiotico di Roland Barthes e alcuni ricordi dell’artista. L’editore, ossessionato dallo stile nel bel mezzo di rivoluzioni sociali, politiche e sessuali, quando l’eleganza era bollata come segno negativo di un’élite altoborghese conservatrice dai gusti frivoli, criticata in quegli anni di rivendicazioni politiche e sociali contro mode e stili, acquistò alcune opere di Erté, oggi conservate nella collezione della Masone, recentemente arricchita da quattro nuovi disegni presentati in questa imperdibile mostra.

Erté. Lo stile è tutto. Vista della mostra

L’allestimento scenografico, progettato da Maddalena Casalis, invita il visitatore a immergersi nell’universo creativo di Erté attraverso sezioni tematiche dedicate ai principali ambiti della sua attività e interessi, passando dalla moda al teatro e al music hall, fino alle collaborazioni editoriali. Al Labirinto della Masone tutto è in stile, a partire dai dettagli dell’architettura e degli arredi, e qui il visitatore si lascia sedurre da sofisticate figure di femme fatale ammantate in abiti seducenti, attraverso oltre 150 opere tra disegni, bozzetti, pochoir, litografie, fotografie storiche, documenti e altri materiali cinematografici che documentano il suo interesse per esotismi rivisitati in chiave geometrica, come segno della sua capacità di contaminare culture extra-occidentali in maniera originale.

Tra i lavori esposti restano impressi nella memoria la serie dell’Alfabeto e dei Numeri, patrimonio iconografico che continua a ispirare stilisti, artisti e designer aperti alla contaminazione di diverse culture. La mostra vale un viaggio non soltanto per attraversare il Labirinto, ma anche per scoprire oltre 28 opere della collezione Franco Maria Ricci, affiancate da importanti prestiti provenienti da collezioni private italiane e straniere e dal Victoria and Albert Museum di Londra. E come trait d’union tra passato e presente, per evidenziare l’attualità di Erté, in mostra troverete tre creazioni dell’artista Caterina Crepax (1964) a lui ispirate. Architetta di formazione, figlia di Guido Crepax, cresciuta in un ambiente artistico, l’autrice ha realizzato per l’esposizione tre abiti in carta simili a sculture, pezzi unici con una abilità straordinaria, ispirati ad altrettanti bozzetti di Erté, tant’è che sembrano fatti con tessuti preziosi.

La mostra gode del patrocinio della Regione Emilia Romagna, del Comune di Parma, del Comune di Fontanellato, dell’Università di Verona – Dipartimento di Culture e Civiltà – e del Centro di Ricerca Rossana Bossaglia. Il catalogo (da collezionare), edito da Franco Maria Ricci, comprende saggi di Valerio Terraroli e Alessandra Tidda.

Erté. Lo stile è tutto. Vista della mostra