05 Ottobre 2026 12:30

Le ferite di Bologna: quando l’arte cura la memoria della città

FlavioFavelli, Voli Nazionali per Le Ferite di Bologna

Dieci opere a Villa delle Rose, per una settimana, per la quarta tappa di un progetto che affida a dieci artisti il compito di interpretare i traumi collettivi di Bologna, dalla rivolta dello Studium del 1321 all’assassinio di Marco Biagi

Cosa significa, per una città, elaborare il proprio dolore collettivo, quello che ha segnato intere generazioni e che ancora oggi abita l’inconscio urbano? A questa domanda prova a rispondere “Le ferite di Bologna” , mostra in programma a Villa delle Rose dal 21 al 28 giugno 2026 (inaugurazione domenica 21 giugno alle ore 18), a cura di Spazio Taverna, studio curatoriale fondato da Ludovico Pratesi e Marco Bassan.

Il progetto, quarto episodio di un itinerario iniziato a Roma nel 2023 (presso la Galleria Mattia De Luca), proseguito nel 2025 con Le ferite di Milano alla Triennale e Le ferite di Torino alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, si misura con una città dall’identità complessa: dotta e popolare, autonoma e conflittuale, ferita e mai del tutto rassegnata.

Anche per questa occasione sono stati individuati dieci momenti della storia di Bologna in cui la città ha “tradito sé stessa” — dieci date, dieci luoghi, dieci fratture che affiorano sotto la superficie della memoria collettiva. A ognuna di esse è stato associato un artista italiano con un rapporto privilegiato con il capoluogo emiliano: Luca Bertolo, David Casini, Adelaide Cioni, Flavio Favelli, Francesca Grilli, Rachele Maistrello, Francis Offman, Giulia Poppi, Tommaso Silvestroni, Italo Zuffi. Dieci sguardi, dieci generazioni (dal 1968 al 1999), dieci modi diversi di abitare il trauma. Il mezzo è sempre lo stesso: un foglio di carta Amatruda, che ciascun artista è libero di interpretare come supporto pittorico, materiale scultoreo o dispositivo concettuale.

Luca Bertolo, Fase di realizzazione di San Sebastiano per Le Ferite di Bologna

Il percorso cronologico attraversa sette secoli di storia bolognese. Parte dalla rivolta dello Studium del 1321, quando l’università più antica del mondo fu teatro di una sanguinosa ribellione che portò alla cacciata dello Studio da Bologna e alla nascita dello Studio generale a Siena, una ferita nell’identità stessa di città-sapere, arrivando poi alle ferite più vicine, quelle della strategia della tensione e degli anni di piombo: la strage dell’Italicus del 1974, la morte dello studente Francesco Lorusso durante uno scontro con la polizia nel 1977, la strage di Ustina e la strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che con le sue 85 vittime rimane la più grave strage fascista della Repubblica.

Come ha dichiarato Daniel Libeskind, citato nel testo di presentazione: «Il trauma non è qualcosa che puoi curare, perché sarà sempre lì. Quindi ciò che possiamo fare è affrontare la ferita con una certa consapevolezza e risolutezza, per poterci dare un senso di futuro diverso dal semplice essere perseguitati dai fantasmi del passato». È esattamente questo il compito che Spazio Taverna affida agli artisti: non guarire il trauma (operazione impossibile), ma interpretarlo, dargli una forma, trasformarlo in materia.