05 Ottobre 2026 04:50

In The Sign: The Sandal Scandal

Kolhapuri sandals in vendita a New Delhi, 1 luglio 2025. Foto: Bhawika Chhabra / Reuters

“Sorry not Prada… but my OG Kolhapuri” . Con questa didascalia, lo scorso giugno, la star di Bollywood Kareena Kapoor Khan postava su Instagram una storia indossando le proprie Kolhapuri Chappals, le iconiche calzature artigianali in pelle intrecciate a mano da secoli nelle regioni indiane del Maharashtra e del Karnataka. Il destinatario del messaggio, neanche troppo velato, era la maison milanese che, con un paio di sandali presentati in passerella, si era ritrovata al centro di quello che la stampa internazionale non ha esitato a battezzare “The Sandal Scandal” .

Tutto comincia il 22 giugno 2025. Durante la sfilata uomo Primavera-Estate 2026, Prada presenta alla Milano Fashion Week una serie di sandali dal design a T-strap intrecciato e anello per l’alluce, descrivendoli semplicemente come “sandali in pelle” (ne parlavamo qui). Nessun riferimento all’India, nessuna menzione delle Kolhapuri Chappals, e, soprattutto, nessun cenno a una tradizione artigianale che affonda le radici nel XII secolo. Il problema? Quei sandali sono praticamente identici alle calzature che una comunità di artigiani produce a mano da generazioni a Kolhapur, storica città dell’India situata nella parte sud-occidentale del Paese. Con una piccola differenza: le Kolhapuri originali si acquistano nei mercati locali per circa 300-1.500 rupie (ossia 5-13 euro), mentre la versione Prada veniva stimata intorno ai 1.400 dollari al paio. Un markup sul patrimonio culturale altrui che, forse, la maison milanese sperava che passasse inosservato.

La reazione dell’India è stata tanto immediata quanto furiosa. I social media si sono infiammati di meme, hashtag e commenti sarcastici, riassunti bene dalla battuta al centro della polemica: “Prada’s selling my dad’s sandals for ₹1.2 lakh!” . Ma la controversia non è rimasta confinata a X e Instagram. La MACCIA (Maharashtra Chamber of Commerce, Industry and Agriculture), per voce del suo presidente Lalit Gandhi, ha scritto direttamente a Prada contestando l’assenza di qualsiasi attribuzione e chiedendo il riconoscimento pubblico dell’ispirazione, l’avvio di collaborazioni con gli artigiani locali e un equo compenso per la comunità. Persino il ministro del Karnataka Priyank Kharge è intervenuto pubblicamente, ricordando che migliaia di artigiani qualificati dipendono dalla produzione di Kolhapuri Chappals per il proprio sostentamento.

Di fronte alla bufera mediatica e diplomatica, Prada ha rotto il silenzio il 28 giugno 2025. In una lettera indirizzata alla MACCIA, Lorenzo Bertelli – direttore marketing e sostenibilità del gruppo – ha ammesso che i sandali erano ispirati alle tradizionali calzature artigianali indiane, riconoscendone il patrimonio culturale secolare, ma precisando che il design era ancora in fase di sviluppo e che nessun pezzo della collezione era stato confermato per la commercializzazione. Bertelli si è detto disponibile ad aprire un dialogo con le comunità artigiane indiane per avviare uno scambio concreto. Un riconoscimento tardivo, certo, ma un primo passo.

Prada, SS 2026 menswear

La vicenda, però, non si è fermata alle scuse. Il 2 luglio 2025, sei avvocati con sede a Pune hanno depositato una Public Interest Litigation (PIL) davanti alla Corte Suprema di Bombay contro Prada. Il fondamento della loro azione: le Kolhapuri Chappals sono protette come indicazione geografica (GI) ai sensi del Geographical Indications of Goods (Registration and Protection) Act del 1999, con un certificato di registrazione rilasciato nel 2009 e rinnovato fino al 2029 – un risultato, sottolineava uno dei ricorrenti, ottenuto dopo ventitré anni di battaglia burocratica e giudiziaria. Secondo i ricorrenti, la commercializzazione dei sandali di Prada, senza alcuna autorizzazione da parte dei titolari del GI, avrebbe arrecato gravi danni alla comunità artigiana: perdite economiche ingenti per le migliaia di lavoratori impegnati nella filiera, la distruzione dell’importanza geografica del prodotto e, soprattutto, il rischio che le nuove generazioni di artigiani venissero scoraggiate dal proseguire un’arte manifatturiera secolare. Per questo chiedevano un’inibitoria permanente contro la commercializzazione del design, scuse pubbliche formali e un risarcimento economico a favore degli artigiani.

Tuttavia, il 16 luglio 2025, la Corte ha rigettato la PIL ma, attenzione, senza entrare nel merito. Si osservava, infatti, che i ricorrenti non erano né i proprietari registrati né gli utilizzatori autorizzati del marchio GI, e che pertanto difettavano della legittimazione attiva per agire. A poter tutelare i diritti derivanti dall’indicazione geografica registrata – sottolineava la Corte – sono LIDCOM e LIDKAR (le due corporazioni pubbliche del Maharashtra e del Karnataka attive nella tutela e promozione dell’industria del cuoio e del patrimonio delle Kolhapuri Chappals), che restano libere di agire contro Prada qualora ritengano sussistere un utilizzo non autorizzato del GI. In sostanza: la porta del tribunale resta aperta, ma a bussare devono essere i soggetti giusti. Sulla questione se Prada abbia effettivamente violato l’indicazione geografica, la Corte non si è pronunciata.

Ma se il capitolo giudiziario si chiude con un nulla di fatto, quello della collaborazione apre una nuova fase della vicenda. L’11 luglio 2025 Prada aveva già annunciato l’invio di un team tecnico nel Maharashtra per lavorare con gli artigiani locali e, lo scorso dicembre, nell’ambito dell’Italy-India Business Forum a Mumbai, Prada firma un “Memorandum of Understanding” con LIDCOM e LIDKAR – proprio i due soggetti legittimi titolari del GI. Il progetto si chiama “Prada Made in India x Inspired by Kolhapuri Chappals” e prevede la produzione di 2.000 paia di sandali in India, combinando le tecniche artigianali tradizionali con il know-how e i materiali di Prada.

Il 27 aprile 2026, la collezione viene ufficialmente lanciata: sandali in edizione limitata, disponibili in 40 negozi Prada selezionati nel mondo e online, al prezzo di circa 750 euro al paio. Realizzati da artigiani qualificati del Maharashtra e del Karnataka, coniugano le tecniche di lavorazione tramandate da generazioni con il design contemporaneo della maison milanese. Ma il lancio non è solo commerciale: Prada annuncia contestualmente un programma di formazione triennale, interamente finanziato dal brand (anche attraverso i proventi delle vendite della collezione) destinato a coinvolgere 180 artigiani provenienti dagli otto distretti indiani tradizionalmente legati alla produzione delle Kolhapuri Chappals. Il programma sarà erogato dal NIFT (National Institute of Fashion Technology) e prevede anche la possibilità per gli artigiani di visitare la Prada Group Academy in Italia.

Da “scandalo” a caso di scuola. Quello che era iniziato come un (ennesimo) episodio di appropriazione culturale da parte di un grande marchio del lusso si è trasformato – sotto la pressione dell’opinione pubblica, della diplomazia e (forse soprattutto) dei social media – in un modello di collaborazione che, almeno sulla carta, rimette gli artigiani al centro. Resta aperta, però, la questione giuridica di fondo: la tutela offerta dall’indicazione geografica è davvero sufficiente a proteggere un patrimonio artigianale quando il “copiatore” non usa il nome del prodotto, ma ne replica il design? La Corte Suprema di Bombay non ha risposto, e LIDCOM e LIDKAR – che ora con Prada ci collaborano – non sembrano avere fretta di porre il quesito. Nel frattempo, possiamo dire che la vicenda ci ha lasciato perlomeno un esercizio di crisis management particolarmente ben confezionato.

In The Sign è realizzata dal team di LCA Studio Legale