
Da Bernini a Brâncuși, da Correggio a Rubens, oltre ottanta opere dialogano con le Metamorfosi nel grande progetto internazionale nato con il Rijksmuseum
«La Galleria Borghese è il luogo delle Metamorfosi». Non è soltanto una dichiarazione d’intenti quella con cui Francesca Cappelletti introduce Metamorfosi. Ovidio e le arti, la mostra aperta dal 23 giugno al 20 settembre. È quasi una chiave di lettura dell’intero progetto. Perché se esiste un luogo in cui il poema di Ovidio sembra essersi sedimentato nelle pietre, nelle decorazioni e nelle sculture, questo è proprio il Casino Borghese, concepito all’inizio del Seicento come un sofisticato teatro di miti, trasformazioni e meraviglie.
Dopo la prima tappa al Rijksmuseum di Amsterdam, il progetto curato da Cappelletti e Frits Scholten approda a Roma in una versione autonoma, costruita attorno alla specificità della collezione Borghese e alla sua profonda relazione con l’universo ovidiano. Nasce così una riflessione sul mutamento come principio fondativo dell’esperienza umana e della creazione artistica.
Il punto di partenza è naturalmente il poema composto da Ovidio tra il I secolo a.C. e il I d.C., una delle opere più influenti della cultura occidentale. Le sue storie di uomini trasformati in alberi, dèi mutati in animali, corpi che diventano pietra o costellazioni hanno alimentato per secoli l’immaginazione degli artisti, offrendo un repertorio inesauribile di passioni, desideri, violenze e redenzioni. La mostra sceglie però una prospettiva più ampia: la metamorfosi non è soltanto un tema narrativo, bensì una categoria attraverso cui leggere il rapporto tra natura e cultura, tra forma e materia, tra tempo e identità.
L’esposizione riunisce oltre ottanta opere provenienti da musei europei e americani e costruisce un racconto che attraversa cinque secoli di arte, dal Rinascimento alla modernità, seguendo alcuni dei principali nuclei narrativi del poema.

L’apertura è affidata alla nascita del mondo. Nella sezione dedicata al caos e alla creazione, il visitatore incontra il momento originario in cui la materia informe si organizza in universo. Il Caos o Allegoria dei quattro Elementi di Louis Finson, le incisioni di Hendrick Goltzius e il Paradiso terrestre di Herri met de Bles traducono visivamente il racconto ovidiano della separazione degli elementi. A sorprendere è soprattutto il dialogo con la modernità: nelle opere di Auguste Rodin e Constantin Brâncuși il tema della metamorfosi si libera dal racconto mitologico per diventare riflessione sulla forma stessa e sulla nascita della vita dalla materia.
Una delle sezioni più riuscite è quella dedicata alla fortuna del poema attraverso i secoli. Manoscritti, volgarizzamenti medievali, traduzioni e reinterpretazioni mostrano come le Metamorfosi abbiano continuamente cambiato volto adattandosi a contesti culturali differenti. Qui emerge uno dei prestiti più importanti dell’intera mostra: il raffinato Apollo e Dafne di Antonio del Pollaiolo proveniente dalla National Gallery di Londra. La tavola quattrocentesca introduce uno dei miti più celebri del poema e trova il suo naturale contrappunto nel gruppo berniniano conservato alla Borghese. È uno degli accostamenti più efficaci del percorso, capace di misurare quasi due secoli di storia dell’arte attraverso la rappresentazione dello stesso istante: quello in cui il corpo di Dafne si trasforma in albero per sfuggire al desiderio di Apollo.
Attorno al Ratto di Proserpina si sviluppa invece il capitolo dedicato al regno di Plutone. Il racconto del rapimento della figlia di Cerere e della sua discesa negli inferi diventa una meditazione sulla perdita, sul ciclo delle stagioni e sul rapporto tra morte e rinascita. Opere antiche e dipinti di Agostino Carracci ampliano l’immaginario dell’oltretomba. Mentre il magnifico Orfeo ed Euridice di Rubens introduce il tema del viaggio nel mondo dei morti. Al centro resta però il marmo berniniano, che continua a imporsi come una delle più straordinarie traduzioni visive della poesia ovidiana.

La sezione dedicata ad Aracne affronta invece il tema dell’arte come trasformazione. Nel celebre episodio della tessitrice che sfida Minerva, Ovidio riflette sul potere delle immagini e sul rapporto tra invenzione e racconto. Dipinti di Tintoretto e Rubens dialogano con una selezione di arazzi che trasformano il mito in tessuto. E rendono tangibile la capacità dell’arte di tradurre la parola in figura. È un passaggio importante perché introduce naturalmente il tema degli amori di Giove, al centro della sezione successiva.
Tra i momenti più attesi della mostra vi è infatti il nucleo dedicato a Leda e il cigno. Il mito, evocato da Ovidio all’interno della sfida tra Aracne e Minerva, diventa l’occasione per ricostruire la fortuna di due invenzioni leggendarie oggi perdute. Quelle di Leonardo e Michelangelo. Attraverso dipinti, sculture e derivazioni provenienti da importanti collezioni internazionali, il percorso racconta come il soggetto sia diventato uno dei terreni privilegiati del confronto tra pittura e scultura nel Cinquecento. A dominare la sala è però un altro capolavoro: la Danae di Correggio, tra le immagini più sensuali e raffinate del Rinascimento italiano. La pioggia d’oro con cui Giove raggiunge la giovane rinchiusa dal padre si trasforma in un prodigio pittorico che da solo giustifica la visita.
Dal desiderio divino si passa poi a quello dell’artista con il mito di Pigmalione. Le opere di Jean-Léon Gérôme e Auguste Rodin riflettono sul confine tra materia e vita. Mostrando il momento in cui la statua sembra animarsi sotto lo sguardo del suo creatore.

Di segno opposto è il capitolo dedicato a Perseo e Medusa. Qui la metamorfosi non genera vita ma immobilità. Attraverso opere di Rubens, Sebastiano Ricci, Antonio Tempesta e Rutilio Manetti, il percorso mostra come il mutamento possa diventare strumento di distruzione e insieme di salvezza.
Il percorso si conclude con una riflessione sull’amore, forza che attraversa l’intero poema ovidiano. Le opere di Tiziano, tra cui Amor Sacro e Amor Profano e Venere che benda Amore, dialogano con Nicolas Poussin e con preziosi arazzi tardomedievali dedicati a Narciso ed Eco. L’amore appare qui come energia creatrice e distruttiva al tempo stesso, capace di trasformare uomini, dèi e natura.




