
Presentato al cinema Beltrade di Milano, Ibridazioni del fotografo Maurizio Sapia va oltre l’identità di docu-film; piuttosto, è la narrazione di una generazione che ritorna laddove il passato ha trovato un nuovo presente e, forse, la sua prosecuzione
Alberto Valtellina (produttore e regista) e Maurizio Sapia (fotografo e protagonista di Ibridazioni), hanno dichiarato che il titolo è venuto da sé, più volte “raccontato” dai floricultori dell’area sanremese.
D’altronde, ibrido, è anche un po’ questo documentario (ideato dallo stesso Sapia con Dario Ghibaudo e Chiara Padovano) che allo stesso tempo tratteggia, in superficie, una storia personale innestata su migliaia e migliaia di altre vite che hanno (o hanno avuto) a che fare con l’intreccio sociale, politico e economico dell’Italia degli ultimi cinquant’anni circa, da quel piccolo cosmo che è l’entroterra ligure, anzi, l’entroterra imperiese – la Valle dei Fiori italiana. Un comprensorio di una manciata di comuni, e lo sviluppo curioso della floricultura industriale che dal Dopoguerra e fino agli anni ’90 aveva portato qui comunità di altre regioni, principalmente abruzzesi, per sviluppare un mercato più unico che raro e che si è andato via via dissolvendo con l’apertura prima alle frontiere economiche europee, e poi globali.
L’espediente, è comune: Maurizio, nato a Poggio di Sanremo da famiglia di migranti, a sua volta – circa trent’anni fa – lascia la Liguria, spinto a andarsene (qualcuno nel film parla di una vera e propria “espulsione” generazionale) dalla dura e silenziosa vita contadina, contribuendo così alla dismissione di campagne, aree urbane e, appunto, un’economia che andava ben oltre il locale.
In origine furono i garofani, il fiore che aveva portato fortuna al Partito Socialista e all’Italia intera, negli anni del suo magico boom economico; ma ci furono anche le rose, le peonie, mentre oggi restano principalmente i ranuncoli, qualche orchidea, e un po’ di canapa – venduta a chilo e pagata a cifre impensabili, come dice uno degli imprenditori sanremesi ancora legati all’attività della Terra.

È un film profondamente politico Ibridazioni, ma anche in questo caso lo si scopre minuto dopo minuto, come osservando il mondo attraverso la filigrana di un petalo.
Non era nell’intento degli autori creare un affresco nostalgico di quello che fu questo piccolo e prezioso settore, eppure di fronte alla bella fotografia di Ibridazioni e alla vita di Maurizio – che mai passa “in soggettiva” – c’è qualcosa dal sapore agrodolce, come una foto seppiata, come il ricordo di un valore che si è perduto nel tempo e che resta nel ricordo.
Senza essere didascalico, Ibridazioni si fonde con il paesaggio dell’entroterra: lo strato di metallo per la creazione dei riflessi nello specchio; il cielo è plumbeo, il mare una presenza all’orizzonte, quasi lontana; odore di campagna e verde, in un tempo che sembra cristallizzarsi solamente nella vita ciclica degli stessi fiori – sempre uguali a se stessi – qui splendidi protagonisti di sequenze che, specialmente allo scoccare dell’ora – durante uno spezzone di intervista a Pino Aloi, diventano Vive-Nature-Morte di Georgius Jacobus Johannes van Os, di Arnoldus Bloemers: fiori recisi per la sussistenza.
Non è una critica al sistema post-capitalista “Ibridazioni”, eppure mette in mostra qualcosa che più che essere successo è stato forse fatto accadere, ma nessuno ne ha avuto la percezione immediata: è un ritratto sul tempo, sull’inevitabile cambiamento.
Non è nemmeno “estetico” come molte delle produzioni contemporanee dedicate alle storie dei fiori (e dunque delle economie) – una tra tutti la mega videoinstallazione a cinque canali di Éric Baudelaire, presentata all’ultima Biennale di Venezia, ambientata nel gigantesco mercato di Aalsmeer, nei Paesi Bassi, che ritrae il processo industriale di lavorazione e vendita all’asta di milioni di fiori provenienti da Africa e Sudamerica – si direbbe invece che Ibridazioni è un film di “sapienze” che, come spesso accade con quelle liguri, restano incastrate tra le Alpi Marattime e il mare, chiuse in una terra che ha uno dei tassi di anzianità più alti d’Europa e che, forse, saranno riscattate dai migranti di oggi, seguendo la staffetta della conoscenza creata da quelli di ieri. C’est la vie.
Un film che è un bouquet, dove il documentario lascia spazio alla narrativa, quasi che il lieto fine della terra ligure non sia poi così un miraggio, come il traguardo della corsa di Maurizio, che con la sua Sanremo ha condiviso anche la passione per la bicicletta.




