30 Settembre 2026 18:16

Potere alla Pace. Obey in mostra a Napoli

OBEY, Fan The Flames with Star Gear, 2026
OBEY, Fan The Flames with Star Gear, 2026
Alle Gallerie d’Italia di Napoli fino al 6 settembre oltre 150 opere dell’artista che unisce arte e attivismo, come forma di resistenza culturale

La tensione tra i grandi disequilibri globali, ambientali, sociali e politici, e la possibilità, ancora viva, di un cambiamento collettivo fondato sulla forza della pace come atto politico. Queste riflessioni sono state motivo di interesse per Shepard Fairey (1970), conosciuto a livello internazionale con il nome Obey, uno degli artisti più influenti della scena urbana contemporanea, presente a Napoli con una mostra personale dal titolo “Obey: Power to the peaceful”, allestita nelle sale delle Gallerie d’Italia, nella centralissima via Toledo 177, curata da Giuseppe Pizzuto, fino al 6 settembre.

Con oltre 150 opere, l’artista prosegue il suo percorso di divulgazione attraverso l’estetica, inserendosi nel programma museale che affronta i grandi temi della storia e del presente. In un mondo attraversato da conflitti diffusi e sempre più normalizzati, Fairey propone una forma di resistenza culturale che utilizza il linguaggio della propaganda per ribaltarne i contenuti, denunciando i meccanismi contemporanei di manipolazione mediatica. La sua arte, influenzata dal Costruttivismo, dalla Pop Art e dai Graffiti, si serve di icone e simboli per attivare una riflessione critica nello spettatore. Figure come Bob Marley, Joe Strummer, Desmond Tutu, John Lewis e Thurgood Marshall, incarnano valori di pace, giustizia e lotta alle diseguaglianze.

 

OBEY, Elysium Lotus (Large), 2026
OBEY, Elysium Lotus (Large), 2026

Anche in musica diventa uno strumento di diffusione di un messaggio pacifista. Mentre slogan come “Make Art Not War” riaffermano il potere delle immagini e delle parole. Nato con lo sticker “Andre the Giant Has a Passe”, il progetto di Obey dimostra come un gesto semplice possa generare un impatto collettivo. Fairey, definito “artivist”, unisce arte e attivismo, proponendo una ricerca capace di sensibilizzare e stimolare il cambiamento. La mostra diventa così un invito a non accettare i conflitti come inevitabili e a riscoprire, attraverso l’arte, il valore dell’umanità.

Giustizia sociale

Ad accogliere i visitatori nella prima sezione della mostra sono le opere legate alla “Giustizia Sociale”. Essa si costruisce attorno a una riflessione sulle diseguaglianze e sulle dinamiche di esclusione che attraversano la contemporaneità, ponendo al centro soggettività e comunità spesso marginalizzate o rese invisibili. Le opere, tra cui “Uplift Justice”, “Respect and Justice 2” e “Power and Equality 1”, danno forma a tensioni strutturali, rendendo leggibili i dispositivi di potere che producono disparità economiche, sociali e culturali. In questo contesto l’immagine diventa uno strumento di emersione: porta in superficie ciò che tende a restare implicito, sollecitando uno sguardo critico.

 

OBEY, Peace is Power (Blue Dove), 2025
OBEY, Peace is Power (Blue Dove), 2025

Più che limitarsi alla denuncia, la sezione apre uno spazio di responsabilità condivisa, in cui il riconoscimento delle ingiustizie si accompagna alla necessità di una presa di posizione. Temi come dignità, rappresentanza e inclusione vengono così ridefiniti attraverso un linguaggio visivo diretto, ma stratificato. L’arte assume qui una funzione attiva, trasformandosi in pratica di rivendicazione e costruzione di senso. “Giustizia Sociale” diventa quindi un dispositivo di confronto, in cui l’idea di equità si configura come processo collettivo, in continua negoziazione, capace di immaginare nuove forma di convivenza e riconoscimento reciproco.

Guerra e pace

Nella seconda sala “Guerra e pace”, si articola una riflessione sul conflitto come espressione estrema delle dinamiche di potere. Mettendo in relazione la violenza, nelle sue forme manifeste e latenti, con la possibilità di una risposta alternativa, consapevole e collettiva. Le opere come “Peace and Freedom”, “Raise the level”, “Peace is power” (Blu Dove) e “Ak-47 Lotus”, tracciano un percorso che attraversa diversi livelli di lettura: dalla rappresentazione diretta dello scontro alla sua progressiva interiorizzazione nei linguaggi, nei media e nelle pratiche quotidiane. Ne emerge una tensione costante, che restituisce la fragilità degli equilibri globali e la complessità del presente.

 

Shepard Fairey (Obey), AK-47 Lotus, Silkscreen on Wood Panel, 2021, 46x61 cm
Shepard Fairey (Obey), AK-47 Lotus, Silkscreen on Wood Panel, 2021, 46×61 cm

All’interno di questo scenario, la pace non viene proposta come condizione statica, ma come processo attivo, costruito attraverso scelte di responsabilità e pratiche di resistenza. E’ un posizionamento, prima ancora che un ideale. Le immagini suggeriscono la possibilità di una trasformazione che passa attraverso la consapevolezza e la memoria. Aprendo uno spazio in cui il rifiuto della violenza si configura come gesto politico. La sezione diventa così un luogo di confronto, in cui il presente viene interrogato e il futuro immaginato. Come in “Golden Future”, esito di una volontà collettiva capace di ridefinire le proprie traiettorie.

Propaganda

“Propaganda” si sviluppa come una indagine sui codici visivi e sulle strategie attraverso cui il consenso viene costruito, mediato e diffuso. In questo contesto, Shepard Fairey interviene su un linguaggio altamente riconoscibile, appropriandosene per metterne in evidenza strutture e ambiguità. Le opere agiscono su una soglia instabile, dove persuasione e manipolazione si sovrappongono, generando un cortocircuito percettivo che coinvolge direttamente lo spettatore. Ciò che appare familiare, per estetica e composizione, viene progressivamente destabilizzato, aprendo uno spazio critico in cui interrogarsi sui meccanismi della comunicazione contemporanea.

 

Shepard Fairey (Obey), Obama Hope Offset (2008), Offset Lithograph, 91,44 x 60,96 cm
Shepard Fairey (Obey), Obama Hope Offset (2008), Offset Lithograph, 91,44 x 60,96 cm

Rielaborando l’estetica dei manifesti politici e pubblicitari, come in “MOD / Wide Awake” e nelle diverse versioni di “Face Icon”, Fairey costruisce un linguaggio visivo che mantiene intatta la propria immediatezza, ma ne sovverte le finalità originarie. La propaganda, da strumento di controllo, si trasforma così in pratica di contro-narrazione. In questo spazio, l’immagine non si esaurisce nella denuncia, ma attiva un processo di consapevolezza: chi guarda è chiamato a riconoscere il proprio ruolo all’interno del sistema mediatico, prendendo posizione rispetto ai flussi visivi che lo attraversano quotidianamente.

Nuove opere

La sezione “Nuove opere” raccoglie tutti i lavori realizzati appositamente per la mostra. La forza del floreale emerge come tema centrale e autentico “trait d’union” di questa produzione. La lunga tradizione in cui si inserisce la potenza visiva, simbolica e ideologica di questa narrazione attraversa epoche, stili e contesti differenti.

 

Shepard Fairey, Portrait, 2024, credits Jeffrey Rovner
Shepard Fairey, Portrait, 2024, credits Jeffrey Rovner

Dalla profonda consapevolezza di Monet e Matisse circa la loro forza estetica di questi soggetti, passando per William Shakespeare e John Lennon con “Love is the flower you’ve got to let grow”, fino alla celebre frase di Lady Bird Johnson, “Where flowes bloom, so does hope”, nulla sembra poter superare il fiore come simbolo di delicatezza, forza ed equilibrio. All’interno dell’exihibit, interamente dedicato al tema fragile e attualissimo della pace, il fiore viene scelto da Fairey, “Elysium Lotus” (Large) e “Lotus Angel”, quasi inevitabilmente come iconico messaggio di forza, speranza e resistenza.