25 Ottobre 2026 04:46

Perdersi a Venezia: dal Labirinto Borges a quello che Google ci ha portato via

Labirinto Borges restaurato, courtesy Fondazione Giorgio Cini

A Venezia il verde dei canali si manifesta subito, quello delle piante molto meno. Entra nei chiostri, si nasconde dietro i muri, affiora nei cortili, compare all’improvviso oltre una cancellata. La città che da lontano sembra fatta soltanto di pietra e acqua custodisce una forma vegetale appartata, un Eden per pochi, spesso invisibile a chi la attraversa lungo le strade più battute se non si allunga il collo oltre ai muretti. Qualche giorno fa, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, la Fondazione Giorgio Cini ha presentato il restauro del Labirinto Borges, sostenuto da PwC Italia e riaperto al pubblico dal 10 luglio. Dopo quindici anni dalla sua realizzazione, le siepi di bosso avevano bisogno di cure per restituire uniformità e leggibilità ornamentale ai 1.150 metri di percorsi interni.

La notizia è questa, e già la cosa merita una visita all’isola, fosse anche solo per perdersi nel verde, senza approfittare delle molteplici mostre d’arte e di vetro che regalano comunque tempo ben speso e buone riflessioni.

Strana però l’attrazione che continuiamo a provare per i labirinti, quando ormai facciamo di tutto per evitare di perderci. Abbiamo affidato l’orientamento a uno schermo che conosce la strada, calcola l’arrivo, corregge l’errore in tempo reale, suggerisce la deviazione. Sappiamo sempre dove siamo e, soprattutto, dove dovremmo andare.

A Venezia la faccenda esaspera un aspetto. Qui ci si è sempre mossi per le sconte, calli, sottoportici e fondamenta che permettono di attraversare la città sfiorando le orde di turisti senza quasi toccarle. Era un privilegio dei nativi, prima, dei residenti acquisiti, poi. Una mappatura trasmessa per abitudine e per necessità, fatta di deviazioni, passaggi improbabili, percorsi più lunghi che fanno arrivare prima.

Labirinto Borges in costruzione, 2011, Venezia,courtesy Fondazione Giorgio Cini

Google ha complicato le cose. Ha dato a tutti uno strumento per attraversare territori dei quali si ignora il funzionamento. Poco importa se si sta seguendo la via maestra o se, fermi con il telefono in mano nel punto più stretto di una calle, si intralcia il trasportatore con il carro, che libera la strada urlando ocio ae gambe, ovvero “occhio alla gambe”.

Il labirinto, a Venezia, comincia molto prima di San Giorgio. Borges lo sapeva. Venezia esercitò su di lui un’attrazione profonda mentre la figura del labirinto attraversa tutta la sua scrittura, assumendo ogni volta una forma diversa. Una casa, una biblioteca, un libro, una città, il tempo. Forse il suo lascito più interessante sta proprio qui, averci insegnato che per costruire un labirinto servono meno muri di quanto immaginiamo. E averci abituati alla complessità, in controtendenza con l’attuale e palese mancanza di fiducia nelle capacità dell’umano, ha dimostrato quanto uno scrittore, un erudito, possa trattenere informazioni e connessioni neuronali così attive e funzionanti da essere in grado di creare tessiture apparentemente ingovernabili. Tutto questo facendosi carico di una costante indagine sul senso dell’esistenza e su prese di posizione politiche che ha ripetutamente pagato in termini di posizione sociale e visibilità pubblica.

Labirinto restaurato, ph. Siria Toccafondi, courtesy Fondazione Giorgio Cini

Oggi però siamo immersi nel verde, in una declinazione tutta vegetale dell’idea di labirinto. Anche questo, a Venezia, richiede una certa capacità di orientarsi. Dietro le facciate, oltre i muri, nelle isole e negli antichi complessi religiosi sopravvive una città che il passaggio quotidiano non svela.

Negli ultimi anni alcuni di questi luoghi sono tornati accessibili. I Giardini Reali hanno riaperto dopo un lungo restauro, restituendo al Bacino di San Marco un luogo che per molti veneziani era diventato un ricordo. Alla Giudecca, l’Hortus del Redentore ha riportato alla luce un grande giardino conventuale, con una qualità che colpisce forse proprio perché sembra appartenere a un’altra misura del tempo. Il Labirinto Borges si inserisce in questa geografia verde, pur con un carattere diverso. È un giardino giovane, realizzato nel 2011 su progetto di Randoll Coate, e porta con sé una difficoltà particolare, la forma deve restare leggibile mentre la materia che la compone continua a crescere e a mutare.

Vedere il labirinto a ridosso dell’azione di restauro rende palese quanto sia delicato misurarsi con il vivente, piuttosto che con la staticità degli edifici. Le piante più vecchie sono ormai completamente irregimentate, la loro silhouette è definita dalla possibilità che c’è di tagliare a proprio piacimento fronde rigogliose e che possono essere riportate entro i confini voluti. Le nuove piantine invece sono ancora piccole per oltrepassare la misura, e su di loro grava una domanda: saranno in grado di attecchire? La vecchia popolazione vegetale le accetterà? Qui la scommessa è con l’irregolare e caotico processo della crescita, quando è vera. Si possono avere mille accortezze, ma il raggiungimento del risultato è delegato all’efficacia delle azioni poste in essere come presupposto.

Jorge Luis Borges e Maria Kodama a San Giorgio, 1984, ph. di Graziano Arici, courtesy Fondazione Giorgio Cini

Un giardino richiede manutenzione. La frase è ovvia finché non si considera che la manutenzione è diventata una delle attività meno spettacolari del nostro tempo. Si inaugura volentieri, si restaura con maggiore difficoltà, si cura quasi in silenzio. Il bosso cresce, si ammala, si dirada. Il disegno perde precisione. Occorre tornare.

Forse è questo l’aspetto che resta della visita a San Giorgio. Il labirinto promette lo smarrimento, il restauro da una parte lo rende possibile, ma nel farlo vuole nuovamente rendere leggibile il percorso. Da una parte ci invita a perderci, dall’altra si prende cura dei confini che ci permettono di farlo.

Intanto, fuori, continuiamo a seguire la linea blu tracciata da astri meccanici che inviano costanti segnali alla terra. Le sconte sono ancora lì. Soltanto che adesso le conoscono tutti.

Borges alla fine aveva già capito tutto nel racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano, sapeva che il futuro avrebbe portato qualcosa di più grande: «Pensai a un labirinto di labirinti, a un sinuoso labirinto crescente che abbracciasse il passato e l’avvenire e implicasse in qualche modo gli astri».