05 Ottobre 2026 12:26

“Questa volta non lo so, se sono triste oppure no”

Una Tristezza © 2026. Copyright e Courtesy Francesca Lolli

Un cortometraggio che sposta l’inquadratura e lo sguardo da quella che è la vita dietro le sbarre: “Una tristezza” di Francesca Lolli, dove la poesia che si confonde con l’impegno e l’immaginario del “Quarto Reparto” di Bollate

Difficile dare una definizione del lavoro volontario nelle Case Circondariali, specialmente quando si tratta di una forma di attenzione che produce un corpo “estetico”: è quello che succede con “Una tristezza”, il cortometraggio dell’artista Francesca Lolli, da tre anni presenza fissa a Bollate grazie alla presenza dell’Associazione Cooperativa Articolo 3, presieduta da Chiara Maffioletti.
Francesca racconta quasi divertita che l’incontro con alcuni dei protagonisti del suo “Una tristezza” a volte è stato più un piccolo scontro: «Qualcuno è arrivato per caso, per provocare, tentando deridere un poco la disciplina del video». D’altronde “Video Arte” già agli addetti ai lavori dell’arte, che di dimestichezza vera o ostentata con i termini del mestieri hanno fatto la propria bandiera, a volte qualcosa stona, figuriamoci a chi di contemporaneo non mastica nulla e, soprattutto, è “dentro” per i passati più svariati.

Una Tristezza © 2026. Copyright e Courtesy Francesca Lolli

Dentro al quarto reparto in questo caso, dedicato a chi sta scontando il “fine pena” o a chi sta studiando, la video arte è arrivata come un’approssimazione al corpo, all’unione e alla “comunione”, non inteso come rito cattolico quanto di avvicinamento, conoscenza, vicinanza tra chi condivide gli stessi muri e si presta, con consapevolezza, alla necessità di un riscatto, in primis il proprio.
Così, Lolli, in veste di educatrice, compagna e, chiaramente, regista, “registra” le sollecitazioni e i moti poetici di quell’umanità che senza l’appiglio della cultura (nel senso più ampio del termine, senza fronzoli cattedrattici o sovrastrutture) non vedrebbe nuova luce in fondo ai tunnel.
A partire dalla luce del cortile e un po’ delle stelle, in una notte speciale di giugno: quella dove il film “Una tristezza” è stato proiettato insieme alla compagnia degli stessi ospiti del quarto reparto del Carcere di Bollate che hanno letto poesie, performato e “partecipato” come solo si può fare quando si è dentro e la libertà, per qualche ora, invade la sera.
Così come la tristezza del film, interpretata da Benedetta Ceschi, invade le vite: si appoggia, culla, non molla. Non è saudade, o forse sì: è un sentimento perenne, uno sguardo a “al di là” che forse mai più tornerà come prima.

Una Tristezza © 2026. Copyright e Courtesy Francesca Lolli

Per il momento però, Bollate, dopo mesi di laboratorio performativo, diventa il set per tutto: dal bianco e nero al colore, dalla presenza solitaria dei corpi e alla loro routine a una serie di processioni impossibili: surrealtà di un ambiente in cui le sbarre creano percezioni che, ancora una volta, si pongono al di là dell’immaginazione.
Cinque atti che cominciano con l’investigazione del corpo, le pose del silenzio e di un fantasma che sorveglia; gli sguardi e poi il colore, la posizione dell’attesa, quasi il pre-start di una corsa. I nervi tremano e lei, secondina eternamente in servizio; e poi tre: “Ci sta addosso come la normalità”. Come una macchia indelebile, appunto.
Spiega Lolli: «La videoarte diventa, nel progetto, uno strumento potente per esplorare questa emozione complessa e universale. In particolare il lavoro si concentra sulla relazione tra corpo, gesto e immagine creando una riflessione visiva che trasforma la tristezza in un’esperienza tangibile e condivisa».
Un cortometraggio che non è un documentario, quanto un’esperienza tangibile di poetica in grado di nascere tra i muri, in quelle “gabbie” dove qualcuno vedrebbe tombe e che, invece, grazie all’impegno dell’artista e dei suoi compagni di viaggio ci viene restituita con potenza e senza le sovrastrutture (specialmente sociali e “documentaristiche”) che imporrebbe una produzione dal carcere.
Ma forse sta proprio qui la differenza: in quel “dal” presuppone una partita giocata da un campo che sì, è estremamente connotato ma che non è la sua propria identità; una partita sul campo dove l’attenzione è al gioco e non al campo stesso. Ecco che la percezione viene ribaltata, e si allontana da tutto quello che si poteva immaginare intorno al concetto di “carcere”; é spostare lo sguardo e l’inquadratura, e proprio come diceva il mitico Orson Wells sul cinema: la scelta è decidere cosa mettere dentro e cosa lasciare fuori.

Una Tristezza © 2026. Copyright e Courtesy Francesca Lolli