
In occasione dei vent’anni di attività a Milano, l’intervista che ricostruisce storia e protagonisti di Dep Art Gallery
A via Comelico 40, negli spazi di Dep Art Gallery, fino al 19 dicembre 2026 sono in mostra le opere degli artisti che hanno accompagnato il direttore della galleria, Antonio Addamiano, dal 2006 a oggi.
In questi vent’anni, alcuni autori sono stati di passaggio, altri sono rimasti nella squadra di Addamiano, tutti rappresentati e seguiti con attenzione e cura, un approccio ormai sempre più raro.
Le ventisei opere esposte raccontano la storia della galleria, da via Giuriati – la prima sede, dal 2006 al 2016 – a via Comelico. Dep Art Gallery ha affrontato nel tempo i picchi di euforia e le battute d’arresto nel mercato dell’arte, perseguendo una chiara visione manageriale capace anche di sperimentare, apristi al rischio e innovare, senza mai perdere la propria identità.
Com’è nata Dep Art Gallery?
Ci sono in realtà due partenze, una ufficiale e una non ufficiale. Nel 2006 il brand Dep Art esisteva già perché nel 2003 avevo aperto un’attività chiamandola così. Dep Art come acronimo di distribuzione e promozione arte ma anche un riferimento all’inglese “to depart”, partire; quando poi apro la galleria quindi, decido di mantenere questo nome.
In questi primi tre anni ho fatto ricerca girando per l’Italia e viaggiando all’estero; non avendo fatto scuola presso una galleria, mi sono formato da solo, partendo dalla base di una vita passata a seguire in arte mio padre Natale Addamiano, artista e professore di Brera.
Nel 2006, passando per via Giuriati, trovo il cartello “affittasi”, chiamo, è una cifra che mi posso permettere, mi metto in gioco.
Ho sempre creduto tanto nella specializzazione in pochi artisti e nelle mostre personali. La prima è stata una personale di Mario Nigro, inaugurata il 22 settembre 2006. Da aprile a settembre ho inseguito Germano Celant per autorizzare la mostra ufficiale dell’artista. Celant, con l’Archivio Mario Nigro, stava chiudendo il catalogo generale dell’artista e organizzando la sua antologica alla Fondazione Guggenheim Venezia. Era un grande momento per l’artista.

E con la sua tenacia, la capacità di credere nelle sue intuizioni e il saper aspettare, è riuscito a realizzare la mostra Opere di Mario Nigro. Mi sembra una scelta “di pancia” che si sposa però con una precisa visione curatoriale e manageriale.
Avevo chiara l’idea di voler fare il gallerista in maniera ufficiale, non il mercante, quindi avevo bisogno dell’autorizzazione dall’Archivio. È stato un inizio faticoso ma ci tenevo a iniziare con quell’artista perché nel gruppo di artisti che avevo studiato era il più completo, il più raffinato, quello che aveva fatto più ricerca e si era messo in gioco anche contro il mercato; un artista colto che nella sua vita non si era concentrato sullo stesso soggetto, sulla stessa ricerca, era un artista che mi aveva molto affascinato.
Ha iniziato dall’artista più difficile, di grande qualità, che in quel momento non aveva molte gallerie che lo rappresentavano. E poi?
Nel periodo tra il 2003 e il 2006 ho acquisito esperienza e ho fatto molti incontri importanti. Per esempio, nel 2004 ho conosciuto Salvo, ad una mostra da Zonca, che mi fece una dedica che ho ancora: “a un futuro giovane gallerista”; poi ho conosciuto Alberto Biasi durante la fiera di Padova nel 2005. Comunque, iniziando con la personale di Nigro, mi si è aperta la strada della qualità e di come volevo impostare il mio lavoro.
Entrambi, per la Dep Art di oggi, sono stati i capisaldi di una scommessa fatta vent’anni fa.
Li ho individuati come grandi artisti, unici. Loro avevano scelto me e io avevo scelto loro.
Gli artisti che ho conosciuto in quel periodo e che ho poi finito per rappresentare vedevano in me il futuro perché avevo 26 anni e i loro galleristi 60 o 70. Alla fine anche questo gruppo di artisti stava scommettendo su di me.
Si può dire che i rapporti che ha stretto con gli artisti siano nati da una sorta di affinità elettiva e questo si collega alla specializzazione di cui parlava.
Sì, infatti non credo molto nelle mostre collettive, se non in quelle a tema. Non posso fare una mostra su un artista e poi non seguirlo più. Una volta scelto di rappresentarlo, si “sposa” con me, come si dice, nella buona e cattiva sorte….

E le recenti notizie sulle mega gallery, penso alla Pace che ha ridotto il numero di dipendenti e artisti, confermano l’importanza di un approccio di specializzazione e cura dei rapporti con ogni artista.
Esattamente, concentrarsi su pochi artisti permette di avere un occhio su tutto, mercato, mostre, musei, fiere, archivio, cataloghi, social…
A proposito di cataloghi, l’aspetto editoriale è uno di quelli che contraddistingue le mostre della Dep Art Gallery.
Ho sempre voluto lasciare una traccia in tal senso. I primi cataloghi erano di una cinquantina di pagine, poi 60, 70, sempre scritti in italiano e tradotti almeno in inglese. Specialmente all’estero, è stato il mio punto di forza perché tra le gallerie straniere questa non è una pratica molto diffusa ed è stato un aspetto che ha affascinato sia gli artisti che i collezionisti.
Grazie all’esperienza con Giorgina Graglia Scanavino, che mi ha selezionato come gallerista di riferimento dell’Archivio, ho imparato un metodo di ricerca che poi piano piano ho utilizzato per le successive pubblicazioni di mostre. Da qui, negli anni, ho creato una ricca sezione degli apparati in stile archivio. Oltre a inserire la biografia dell’artista ricerco, raccolgo le copertine dei libri e delle pubblicazioni di ogni artista, nelle gallerie e nei musei del mondo. Lo faccio con il desiderio di conoscere in questo modo esperti di un determinato artista e chiamare l’attenzione anche sull’importanza del collezionismo dei libri d’arte.
Questo aspetto delle mie pubblicazioni ha avuto sempre un impatto positivo sul mercato e sulla fiducia futura degli acquirenti.
Si tratta dunque di apportare costantemente valore al lavoro degli artisti che formano la sua squadra. Ogni gallerista ha la propria visione e il proprio modo di stringere legami con gli artisti e mantenerli, o non mantenerli. Mi sembra che la sua cifra sia quella di curare e prendersi cura degli artisti, unita al desiderio di sperimentare, approfondire e innovare.
Sono sempre stato uno sperimentatore. All’inizio, nel 2003, ero tra i pochi ad avere un sito e un indirizzo e-mail aziendale. Adesso sembra banale ma il dominio @depart.it è stato uno dei primi, all’epoca di Katamail, Tiscali, Virgilio, quando Google mail non esisteva ancora.
Questa è stata una parte fondamentale nell’approccio con i miei artisti. Una volta selezionati i maestri, una volta diventato un professionista, ho voluto dare loro quel tocco di contemporaneità con internet e con i vari portali d’arte.
Un’intuizione che nei venti anni di attività si è dimostrata vincente. C’è qualche altra scelta che si è rivelata altrettanto azzeccata?
Divido la mia carriera, a parte i tre anni in cui mi sono formato, tra i primi dieci in via Giuriati e gli altri dieci in via Comelico; ma impegnarmi al massimo nel creare relazioni internazionali per gli artisti che rappresentavo è sempre stata una costante nel mio approccio. Ho esordito facendo mostre all’estero di Pinelli, Simeti, Biasi e Addamiano; avevo voglia di viaggiare, conoscere nuovi mondi dell’arte e costruire relazioni di scambio internazionali.
Dall’importanza di fare rete ha preso le mosse il progetto Dep Art OUT in Puglia, nato nel 2022, dove invita quattro gallerie all’anno che portano un loro artista per realizzare un’opera non destinata al mercato. Questa apertura verso l’estero è sempre stata, come ha detto, una costante e guardando agli inizi del suo percorso si nota questa continuità.
Sì. All’inizio la galleria si chiamava Galleria Dep Art. Poi nel 2008, per rispondere meglio alle esigenze del mercato in cui operavo, ho aperto la Valeriano srl, prendendo il cognome di mia mamma che mi è sempre piaciuto. Dal 2011 cambio il nome in Dep Art Gallery creando così un vero e proprio brand della società.

Come si conclude il percorso in via Giuriati?
L’ultimo artista di via Giuriati è stato Pino Pinelli. Era affascinato dal fatto che non facevo solo il gallerista, non appendevo soltanto un quadro per venderlo, ma seguivo gli artisti in tutti i loro momenti: li difendevo in asta, iniziavo a organizzare mostre all’estero e per questo vedevano in me una specie di motore-manager-gallerista.
Amavo e seguivo già il lavoro di Pinelli, credevo in lui come in tutti gli artisti che rappresentavo e rappresento. Il suo inserimento coincise con la fine del percorso espositivo nella vecchia sede: fu l’ultimo artista a entrare in squadra.
Gli artisti hanno bisogno del gallerista manager con un cuore, con una passione e così ho conquistato la loro fiducia.
Poi si trasferisce in via Comelico con la stessa squadra di artisti e inaugura la prima mostra con Simeti.
L’idea che ho portato avanti per un po’ è stata quella di fare tre o quattro mostre all’anno dei miei artisti e una di un artista esterno che non volevo rappresentare ma che volevo esporre. Da qui nascono per esempio le mostre di Fogliati e Boetti.
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Si può dire che siano state mostre “di passaggio” perché Addamiano ha sempre mantenuto il focus sui suoi artisti. Rimane però una traccia di questo passaggio nella mostra DEP ART GALLERY | 20 ANNI, 2006 – 2026.
Al piano interrato gli artisti con cui Dep Art è nata, in via Giuriati: Natale Addamiano, Omar Galliani, Alberto Gianquinto, Pino Pinelli, Salvo, Alberto Biasi ed Emilio Scanavino.
Al piano superiore gli artisti degli ultimi dieci anni, tra cui Turi Simeti, Piero Fogliati, Gerold Miller, Alighiero Boetti, Wolfram Ullrich, Imi Knoebel, Carlos Cruz-Diez e Regine Schumann.
All’ingresso, la grande tela di Mario Nigro, “Strutturazione simultanea-cinetica con variazione” fa da raccordo tra i due capitoli della storia della galleria.
Spesso gli artisti hanno delle intuizioni quasi profetiche. E quella che Salvo scrisse nella dedica ad Addamiano nel 2004 – “a un futuro giovane gallerista” – si è realizzata.




