
Il Museo napoletano ospita, fino all’8 settembre, un’esposizione che indaga ricerca e stile di Carlo Maria Mariani, considerato l’ultimo degli artisti antichi e il primo di quelli contemporanei
Diversi sono gli artisti contemporanei che si sono ispirati alla cultura classica e a quella rinascimentale. Nell’ambito della fotografia, David LaChapelle (1963) ha ricreato scene e dipinti come la Nascita di Venere di Botticelli (1445-1510) attraverso scatti iperrealistici e surreali. Nella pittura, Giorgio de Chirico (1888-1978) ha adottato il mito greco e la filosofia come strumenti per trasmettere un senso di tempo sospeso. Un altro esponente che ha attinto dal passato, scomparso pochi anni fa, è Carlo Maria Mariani (1931-2021), considerato l’ultimo degli artisti antichi e il primo di quelli contemporanei.
Frequentò in gioventù i corsi dell’Istituto d’Arte, e nel 1955 conseguì il diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Dopo gli studi, lavorò nell’ambito della pittura murale e, alla fine degli anni Sessanta, cominciò a esporre le proprie opere su cavalletto. Verso la metà degli anni Settanta, superò il suo stile iperrealista realizzando una serie di “copie” di dipinti “classici” e “neoclassici” di Anton Raphael Mengs (1728-1779), Jacques Louis David (1748-1825), Francesco Hayez (1791-1882) e Andrea Appiani (1754-1817), interpretate in chiave altamente concettuale. La complicata costruzione della sua poetica era l’obiettivo del processo imitativo: infatti, l’artista romano è stato uno dei protagonisti della “Pittura colta” degli anni Ottanta, in palese contrapposizione con la Transavanguardia.

Carlo Maria Mariani a Capodimonte
A rendere omaggio all’artista romano è una mostra dal titolo I Segni dei Tempi. Carlo Maria Mariani a Capodimonte, allestita nella sala del Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli, curata da Antonio Martino e Andrea Viliani, fino all’8 settembre 2026. L’esposizione è realizzata in occasione della donazione del dipinto che dà il titolo all’exihibit, un’opera che può dirsi esemplare, in quanto riunisce le due figure sulle quali la sua riflessione si è esercitata con maggiore continuità e profondità: Raffaello Sanzio (1483-1520) e Marcel Duchamp (1887-1968). Da questo confronto, Mariani ha tratto un linguaggio del tutto personale, nel quale l’eredità formale del classicismo rinascimentale, barocco e settecentesco si congiunge all’intensità filosofica e intellettuale che, sulla scia del grande artista franco-americano, avrebbe segnato l’arte concettuale. Inserendo lo “Scolabottiglie” del 1914 di Duchamp entro uno spazio pittorico e figurativo desunto dalla pergola illusionistica della Loggia di Amore e Psiche di Raffaello, del 1517-1518, nella Villa Farnesina di Agostino Chigi, allora ancora collocata in un contesto suburbano, Mariani rende con particolare evidenza la profonda affinità che lega questi due fari supremi del suo immaginario.

I Segni dei Tempi di Carlo Maria Mariani
Osservando il dipinto I Segni dei Tempi, la figura femminile centrale sembra sfidare la gravità come un feto nel grembo materno, stretta nei cerchi metallici del “porte-bouteilles” duchampiano; qui si scorge anche un riferimento alla natura mitologica di Partenope. Mariani dipinge un corpo che, come la sirena fondatrice, segna il confine tra due mondi. Se Partenope è il mito della caduta e della rinascita attraverso l’acqua, la sua opera mette in scena un “tuffo” nell’azzurro metafisico e assoluto del cielo, che è il colore stesso dell’anima di Napoli. La tela si propone come un armonico confronto fra storia e contemporaneità, passando per la Magna Grecia, il Rinascimento, il Grand Tour del XVIII-XIX secolo, fino alle avanguardie del XX secolo. Come scrive Martino nel suo saggio: “Mariani non guarda al passato: egli lo abita. Il suo rapporto con la Magna Grecia non è archeologico, ma ontologico. Come un moderno Winckelmann, egli cerca la nobile semplicità e quieta grandezza, ma lo fa con la consapevolezza di chi ha attraversato le macerie del Novecento. In questo, il suo unico vero interlocutore è Giorgio de Chirico”.

Carlo Maria Mariani a Capodimonte. Le otto opere in mostra
Le otto le opere selezionate provengono tutte da collezioni private. In Iper/ri/cognizione 2 del 1974, l’artista, utilizzando frammenti ossei e ceramici da lui ritrovati tra i ruderi di una rocca medievale, perfeziona il ricorso alla fotografia come base-modello di un procedimento pittorico ricognitivo e integrativo. Dipingere un’immagine significa, per Mariani, riattualizzarla o addirittura renderla possibile per la prima volta, praticarne la ricognizione, completandola o perfezionandola.
L’antico riemerge in lavori come Orfeo del 1979, o Ercole che riposa del 1976, dove la statuaria classica viene riattivata non come modello formale ma come presenza viva. Temi iconografici di ispirazione classica prendono corpo sulla tela attraverso stratificazioni di colore e gradazioni di luce, spesso immersi in universi immaginari dove irrompono elementi di matrice surrealista o atmosfere d’ascendenza metafisica. I dipinti diventano un terreno di indagine sulle attuali potenzialità del mezzo pittorico, senza rinunciare all’imprescindibile rapporto con l’antico che deriva dalla sua secolare tradizione e che, oltre a nutrire la nostra esigenza di bellezza, armonia e contemplazione, attraverso una sfasatura, ci interroga sul valore del tempo della memoria.
Composizione 5 e Dopo il bagno, entrambi del 1989, interrogano la genealogia del moderno in un incontro consapevole con Joseph Beuys (1921-1986) e Marcel Duchamp, presenti in mostra con due rare edizioni dei volumi Marcel Duchamp, Le marchand du sel, e Tracce in Italia dell’artista tedesco. I dipinti concettuali di Mariani indagano la genealogia dell’arte moderna, attraverso il suo caratteristico stile anacronistico e citazionista.
Gentil e Gaia, del 1974, sono la testimonianza di una performance realizzata presso le Logge di Raffaello a Roma: tenendo in mano una mela reale di fronte a quella dipinta, l’artista integra se stesso e la realtà che lo circonda nel fregio rinascimentale, evidenziando i motivi cardine della sua visione: le mani, che congiungono pensiero e gesto, e la mela, emblema di unità indivisibile ed eterno presente dell’arte.

Carlo Maria Mariani. Il “ritorno” a Napoli
A cinque anni dalla scomparsa del pittore, la mostra segna il ritorno simbolico dell’artista a Napoli, dove espose nel 1978 presso lo Studio Trisorio, nello stesso anno in cui il Museo e Real Bosco di Capodimonte inaugurava una stagione decisiva della propria storia espositiva, accostando il Grande Cretto Nero di Alberto Burri (1915-1995) alla Flagellazione di Cristo di Caravaggio (1571-1610).
Nato a Roma nel 1931 e scomparso a New York nel 2021, Mariani ha costruito una posizione difficilmente classificabile: ha vissuto l’arte senza nostalgia, attraversandola con una consapevolezza pienamente novecentesca. Il suo interesse per la teosofia e per le dottrine esoteriche, da Helena Blavatsky in poi, contribuisce a definire una pratica pittorica che è anche indagine sull’invisibile. La sua ricerca non riguarda la soluzione, ma la sospensione, lo spazio intermedio tra chiarezza e mistero, tra evidenza e interpretazione.
Non sorprende, allora, che proprio a Napoli, città in cui il tempo non è lineare ma stratificato, venga indicata come uno dei contesti più consoni alla sua opera. Come afferma Viliani: “Mariani, nelle sale di Capodimonte, sembra esservi stato da sempre: nella sua opera si condensa tutta la storia dell’arte passata, presente e futura”.




