
Sarà la Brexit o una crisi più sotterranea, ma un articolo dello scrittore e curatore James Lawrence pubblicato da Art Plugged, denuncia le retribuzioni del settore culturale londinese dopo aver analizzato le recenti offerte di lavoro nei musei e nelle gallerie della capitale. E il Re è nudo, non solo in Italia
Curatori pagati meno di un cameriere a Londra, mentre a New York si guadagna il doppio. L’allarme di James Lawrence, che forse in Italia già conosciamo molto bene, è il seguente: “Con questi stipendi, solo chi ha un patrimonio o una famiglia alle spalle può permettersi di lavorare nella cultura“. Dopo aver analizzato le recenti offerte di lavoro nei musei e nelle gallerie londinesi, il dato che si riporta è impietoso: un curatore assistente alla Tate guadagna 32.675 sterline all’anno, meno di un impiegato a tempo pieno in un pub mentre al MoMA di New York, la stessa posizione viene retribuita tra i 72.000 e i 75.000 dollari. Certo, il costo della vita e il sistema fiscale sono diversi, ma il confronto resta più che aperto.
L’articolo, che ha già raccolto oltre 40 testimonianze da architettura, moda e interior design, denuncia una crisi che attraversa tutte le industrie creative britanniche. Non è solo un problema delle gallerie: anche studi di architettura, case di moda e riviste offrono stipendi da fame, e la frustrazione è trasversale. Le istituzioni come V&A, British Museum e Tate chiedono competenze specialistiche, esperienza espositiva e capacità di ricerca, ma offrono stipendi che a malapena permettono di vivere in una stanza in un’area periferica della città: “Se paghi uno stipendio che solo chi ha il supporto dei genitori, un patrimonio ereditato o un partner che guadagna molto di più può accettare, non stai creando un settore culturale accessibile, stai decidendo silenziosamente chi può partecipare“. Una musica che in suolo italico abbiamo udito allo sfinimento – e continuiamo sullo stesso passo – ma che sembra si stia impossessando anche dei luoghi che, un tempo, ritenevamo decisamente migliori almeno in fatto di supporto alle professioni culturali.
Meg Molloy, fondatrice del Working Arts Club, aggiunge: “Le istituzioni stanno creando un’altra barriera di classe nelle arti, non pagando ruoli che richiedono alta formazione. Capisco le pressioni finanziarie, ma queste scelte dicono molto su quali forme di lavoro vengono valorizzate. Curatori e figure intellettuali vengono pagati molto meno di chi porta soldi direttamente all’istituzione“. Il problema non è solo etico ma strategico: se i giovani talenti, dopo anni di studio e debiti, non possono permettersi di lavorare nella cultura, Londra rischia di perdere il suo status di capitale culturale, mentre solo pochi giorni fa Time Out ha di nuovo rieletto la capitale inglese come una delle migliori destinazione turistiche in fatto di arte e il Sindaco, Sadiq Khan, aveva rimarcato che la città deve continuare sul modello “free entry” in fatto di musei.
E a proposito: “Si parla tanto di diversità e accessibilità ma a chi permette davvero di lavorare nei musei? Spendiamo milioni per diversificare il pubblico, ma manteniamo strutture occupazionali che escludono intere fasce della società prima ancora che possano iniziare una carriera“, continua Lawrence. Che chiosa: “Lo si fa per amore, ma quando l’amore svanisce, New York, Parigi o il Medio Oriente diventano improvvisamente più attraenti“.




