29 Settembre 2026 00:10

1826-2026: duecento anni dalla nascita della fotografia

Vista dalla finestra di Gras, Joseph Nicéphore Niépce, 1826
Ricorrono domani i due secoli dalla nascita della fotografia: una storia senza fine della modernità e, anche,  dell’emancipazione delle donne 

La fotografia nasce ufficialmente il 19 agosto 1839, sotto la cuspide del leone, l’anno in cui l’invenzione che ha cambiato il nostro modo di percepire il mondo diventa strumento di conoscenza e di memoria che segna un punto di evoluzione della modernità. Il primo dagherrotipo inventato dal fisico e chimico francese Louis-Jacques Daguerre (1787-1851), all’Accademia delle Scienze e delle Arti a Parigi, realizzato dalla ditta Susse Frères, sviluppa la prima eliografia Vista dalla finestra di Gras, del 1826 di Joseph Nicéphore Niépce (1765-1833), scattata in Borgogna in otto ore su piastra di stagno (20×25 cm), cosparsa di bitume di Giudea con una camera oscura.

Nel gennaio del 1829, Niépce inizia la collaborazione con Daguerre per migliorare questa nuova invenzione, ma morì quattro anni dopo il sodalizio sperimentale con Daguerre, architetto, pittore, scenografo teatrale, un perfetto cittadino a suo agio nella mondanità parigina, esperto di diorama, interessato alla camera oscura che con L’Atelier de l’artiste (1837), una natura morta con i calchi di gesso e un fiasco, su lastra (21,5×16,5 centimetri), dopo aver ceduto il brevetto allo stato francese, grazie alla mediazione di François Arago (1786-1853), matematico, fisico e politico francese, è diventato ricco e famoso. Subito dopo l’acquisizione del dagherrotipo da parte del governo francese, cominciò una vera e propria campagna di pubblicizzazione della nuova invenzione, che ha contribuito a iconizzare la Ville Lumière per come la conosciamo e immaginiamo. I generi “classici” della fotografia, oltre alla natura morta, il ritratto e la documentazione delle spedizioni nei Paesi “esotici”, hanno puntato l’obiettivo sul paesaggio urbano, come documenta il celebre Boulevard du Temple, Parigi, terzo arrondissement (1838), di Daguerre, fissando in modo permanente su piastra di rame argentata sensibilizzata con vapori di iodio una veduta dall’alto di Parigi: città moderna del XIX secolo destinata al cambiamento urbanistico immortalata da fotografi dal 1840 a oggi.

William Henry Talbot

La nascita del negativo

Nel 1840 il dagherrotipo travolge l’Europa. L’inglese William Henry Talbot (1800-1877), per fissare la bellezza delle rive del Lago di Como (1833), non sapendo disegnare, sviluppò la calotipia (disegno fotogenico), con la collaborazione attiva della moglie Constance Fox Talbot, brevettando una procedura che sfruttava la luce del sole e, diversamente da Daguerre che utilizzava lastre prima di rame argentato e in seguito di vetro, stampa le immagini su carta, aprendo così la strada alle copie della stessa immagine, prima impensabile. Talbot pubblica il primo libro fotografico The Pencil of Nature (1844), in cui scrive: “Mi venne l’idea di quanto sarebbe affascinante se fosse possibile fare in modo che le immagini naturali si stampassero da sole e rimanessero fissate su carta”. Il fotografo inglese, amico dello scienziato John Herschel (1792-1871), astronomo, chimico e matematico, inventore della cianotipia, che gli suggerì di usare come fissaggio il trisolfato di sodio, allora chiamato iposolfato, adottò questo procedimento, di cui diede notizia il 14 marzo alla Royal Society di Londra. Il termine fotografia fu adottato da Sir Charles Wheatstone e da Herschel, il primo che utilizzò il “negativo e positivo” nel febbraio del 1840, nella comunicazione alla Royal Society intitolata Sull’azione chimica dei raggi dello spettro solare sui preparati d’argento e altre sostanze, metalliche e non metalliche, e su alcuni procedimenti fotografici.

George Eastman

In Italia, la prima fotografia risale all’8 ottobre del 1839, scattata a Torino da Enrico Federico Jest, costruttore di strumenti ottici e scientifici insieme al figlio Alessandro Jest e ad Antonio Rasetti, producono un dagherrotipo di uno scorcio urbano della città sabauda. E proprio la città diventa soggetto e icona della modernità, prima in fotografia e poi nel cinema (1895), simbolo della civiltà industriale, nata sotto il segno dell’energia elettrica. Nel 1851, l’anno della prima Esposizione Universale The Great Exhibition di Londra, Frederick Scott Archer (1813-1857) sviluppò la procedura del “collodio umido”, che garantiva una buona qualità delle immagini a costi contenuti rispetto al dagherrotipo e al calotipo. Il negativo permette un numero infinito di copie, anche se i fotografi dell’epoca erano sottoposti a uno sforzo e un impegno non trascurabili, e non potevano spostarsi agilmente: ricordiamo che l’attrezzatura arrivava a pesare anche più di cento chili. A partire dal 1871 si diffondono le fotografie con lastre in gelatina secca, che prodotte industrialmente quattro anni dopo, ebbero un immediato successo e furono vendute a un prezzo contenuto, divulgando la fotografia amatoriale di appassionati viaggiatori e viaggiatrici a caccia di nuovi paesaggi e scenari. George Eastman, il 4 settembre 1880 fonda l’impresa Kodak e produce la prima fotocamera portatile. Questa macchina a cassetta era fornita di un rullo di pellicole di carta per cento scatti circolari. L’utente, una volta scattate le inquadrature, poteva rispedire la fotocamera Kodak alla fabbrica di Rochester (New York), per farle sviluppare e caricare un nuovo rullino. Lo slogan pubblicitario, inventato da Eastman, è: “Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto!“. All’epoca la macchina costava 10 dollari con il primo rullino, e il secondo 2 dollari.

Jessie Tarbox Beals

Fotografia e donne: attrazione fatale

Nel 1839 Clarence Bloomfield Moore, archeologa, scrittrice e imprenditrice di successo non ha dubbi: in un articolo per “Cosmopolitan” vede nella fotografia un settore aperto alle donne, e per come sono andate le cose, in America, Gran Bretagna e Francia, è diventata uno strumento di emancipazione economica: molte pioniere dalla passione amatoriale sono diventate imprenditrici, aprendo studi fotografici nel mondo. La fotografia vive nella dualità tra restituzione del reale e, dall’altra, diventa forma di espressione creativa, per la quale il dato di realtà non è che uno strumento per superare la realtà stessa, passando dalla copia all’invenzione. Chiara Samugheo, pseudonimo di Chiara Paparella (1925-2022), è la prima donna fotografa professionista in Italia, collaboratrice delle riviste Sud e Le Ore, nota per i suoi servizi di fotogiornalismo internazionale sullo stile di Paris Match. Le sue fotografie sono esposte al Guggenheim di New York, e nel 2003 è stata insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica. Le altre celebri fotografe italiane di fama internazionale sono Tina Modotti (1896-1942) e la fotoreporter attivista Letizia Battaglia (1935-2022), di cui sappiamo già molto del loro vissuto mitizzato. Noi preferiamo raccontare in questa carrellata storica le pioniere del fotogiornalismo meno conosciute, come Jessie Tarbox Beals (1870-1942), fotografa americana, prima fotoreporter freelance di Buffalo a pubblicare le proprie foto su un giornale, in particolare quelle che documentano l’Esposizione Universale di St. Louis del 1904, nel Missouri. È stata la prima fotografa di notturni, prima ancora del fotografo ungherese Brassai (1899-1984), interessata a documentare i popoli indigeni, nata da una famiglia disagiata che per vivere faceva l’insegnante. Un giorno, per caso, vinse una macchina fotografica. Da allora iniziò a immortalare i propri studenti e i luoghi quotidiani, il suo vissuto per passione. Dopo qualche anno aprì con il marito, che le faceva da assistente in camera oscura, uno studio fotografico. Nel 1899, il Boston Post le commissionò il primo servizio, e divenne ufficialmente fotogiornalista, celebre per i reportage dedicati alle suffragette e alle lavoratrici. L’elenco delle audaci pioniere fotografe è lungo: omettiamo per scelta quelle famose e invece puntiamo su quelle meno conosciute dal grande pubblico, come Cecilia Mangini (1927-2021), regista e sceneggiatrice, la prima documentarista italiana, che inizia a fotografare nel 1952 a Roma, orientandosi sulla fotografia di strada, dove pulsa l’umanità nelle sue contraddizioni. Ricordiamo l’indimenticabile Lisetta Carmi (1924-2022), all’anagrafe Annalisa, unica per i suoi reportage di impegno sociale realizzati tra gli anni Sessanta e Settanta, come i travestiti di Via del Campo, i camalli di Genova e i campi profughi dei palestinesi.

Margaret Bourke-White

La fotografia per le riviste genera lavoro, quindi indipendenza economica per le donne, come nel caso di Elsa Haertter (1908-1995), prima fotografa di moda tedesca e viaggiatrice instancabile. È la prima ad ambientare i propri servizi in luoghi esotici, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Eve Arnold (1912-2012), fotografa statunitense, è la prima donna freelance della prestigiosa agenzia Magnum Photo. Non dimentichiamo l’immensa Margaret Bourke-White (1904-1971), prima fotografa statunitense ad avere il permesso di scattare foto in Russia nel 1941 per Life, nota per il primo e unico ritratto di Stalin sorridente. L’indomabile entrò al campo di concentramento di Buchenwald il giorno dopo la liberazione dei prigionieri. L’altra famosa inviata corrispondente di guerra per Vogue, rivista su cui documentò eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale, come la battaglia di Normandia, la liberazione di Parigi, i campi di concentramento di Buchenwald e di Dachau, è la bellissima Lee Miller (1907-1977), fotografa statunitense, prima modella, poi musa ispiratrice di Man Ray, affermata fotografa di moda, di cui alcune foto vennero selezionate, nel 1955, per l’esposizione The Family of Man realizzata al Museum of Art di New York, nel 1976.

Tra le altre fotografe, citiamo la fotografa austriaca Inge Morath (1923-2002) e Ming Smith (1947), la prima fotografa afro-americana nella collezione permanente del MoMA a New York. Marta Maria Perez Bravo (1959) è la prima artista-fotografa cubana a lavorare sul corpo nel contesto urbano. Tuija Lindstrom (1950-2017), fotografa finlandese-svedese, è la prima donna a insegnare alla scuola di fotografia e di cinema dell’università di Göteborg dal 1992 al 2001. Dal 1880 al 2000, quando esce l’SCH-V200 della Samsung, il primo telefono cellulare dotato di fotocamera, consentendo una diffusione dello strumento fotografico mai raggiunta prima di allora, la fotografia è democratica. Volutamente non parleremo di Dorothea Lange (1895-1965), documentarista della Grande Depressione americana, che mostrò al pubblico le difficili condizioni di vita della popolazione rurale e dei migranti, che frequentò i fotografi fondatori del Gruppo F/64 senza aderire al gruppo, incentrando la propria ricerca sulla fotografia sociale, che nel 1947 collaborò alla nascita dell’agenzia Magnum, e nel 1952 fu tra i fondatori della rivista Aperture. Puntiamo invece l’obiettivo sulla coraggiosa Gerda Taro (1910-1937), fotografa tedesca, conosciuta per i suoi reportage di guerra, compagna del fotografo ungherese Robert Capa (1913-1954), tra i fondatori con H. Cartier Bresson dell’agenzia Magnum, maestri del fotogiornalismo che hanno documentato la guerra civile spagnola (1936-1939) e altri numerosi conflitti mondiali. Gerda è stata una donna rivoluzionaria, audace, caduta sul fronte di guerra a Brunate (Spagna) nel 1938, a soli 26 anni, ebrea-comunista, antifascista, perseguitata dai nazisti, che instaura con l’amato Capa una solida collaborazione professionale. I loro servizi fotografici, firmati “Capa-Taro”, hanno documentato prima la cronaca poi diventata storia. Dalla fotografia di guerra a quella in bilico tra arte, pittura e scienza, c’è il blu con la cianotipia, praticata dai pittorialisti. Inventata nel 1842 dal sopracitato John Herschel, antico processo di stampa fotografica che usa i raggi del sole per imprimere la silhouette di foglie, fiori, piante su carta o stoffe, creando straordinarie immagini con l’affascinante colore blu di Prussia. Il primo libro fotografico illustrato per scopi artistici e scientifici è della botanica e fotografa inglese Anna Atkins (1799-1871), che nel 1843 iniziò a riprodurre cianografie di alghe. Le sue fotografie rilegate in un fascicolo andranno a costituire, nel corso di dieci anni di lavoro, Photographs of British Algae. Cyanotype Impressions, una edizione tirata solamente in una dozzina di copie, contenente circa quattrocento specie di alghe, realizzate con l’acqua, la luce solare e il colore blu intenso di straordinaria bellezza.

Julia Margaret Cameron

Isabel Agnes Thomson, dal 1868 fotografa ufficiale del South Kensington Museum, ora Victoria and Albert Museum, per la quale a partire dal 1853 riproduce migliaia di opere. Marie Lydie Cabanis Bonfils, ad esempio, collabora con il marito fino al 1876 nello studio aperto a Beirut, poi trasferito in Francia. La Thomson si occupava di abbigliare e acconciare le donne per i ritratti in costume, curava i dettagli. Specifichiamo che per le donne delle classi agiate, la fotografia diviene un formidabile strumento di applicazione creativa, di recupero del tempo libero, come pittura, disegno o la musica, un diletto amatoriale. Tra queste basti l’esempio della prima fotografa inglese Julia Margaret Cameron (1815-1879), esponente del pittorialismo, indimenticabile per ritratti eterei di bambini e donne diafane ed eteree immerse nella natura. È la prima donna ammessa alla Royal Photographic Academy (organizzazione fotografica fra le più antiche del mondo, fondata a Londra nel 1853, con l’obiettivo di promuovere l’arte e la fotografia). A partire dal 1890, negli Stati Uniti, come si legge nel libro di Rosenblum, A History of Women Photographers, le donne fotografe amatoriali sono migliaia. Per quanto riguarda l’attività professionale, dei circa settecentocinquanta studi aperti in Inghilterra tra il 1841 e il 1855, ventidue erano gestiti da donne, mentre negli Stati Uniti tra il 1880 e il 1910 le donne fotografe professioniste passano da 271 a circa 4900, con un ulteriore incremento nei dieci anni seguenti che oscilla tra il 15 e il 40%. Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada sono i paesi in cui è più diffusa tra le donne la fotografia come passione e impresa. I casi di successo commerciale di donne che aprono e gestiscono studi fotografici in diversi paesi sono molti, e il dato conferma il suo ruolo economico, culturale e sociale.

Grazia Neri

L’Italia? Non è un Paese per l’emancipazione delle fotografe

Pesa sul destino e il ruolo della donna nella società del XIX secolo il codice Pisanelli del 1865, che esclude le donne dalla piena cittadinanza dal Code Napoléon (1804), associata a una lettura culturale negativa del lavoro femminile fortemente segnata dalla condanna della Chiesa che fin dal 1891 “aveva riaffermato la sua opposizione al lavoro delle donne al di fuori della casa, perché, secondo la Rerum Novarum di Leone XIII, esso intacca la modestia femminile, danneggia l’allevamento e l’educazione dei figli, minava il buon andamento della vita famigliare”. Il manuale di Louis Daguerre viene tradotto in Italia preunitaria da Enrico Federico Jest nel 1840, e il dagherrotipo ebbe una lenta affermazione nel genere del vedutismo fotografico e documentazione dei monumenti di interesse artistico-culturale, come per esempio lo studio dei fratelli Alinari a Firenze. Nel 1885, la rivista Illustrazione Italiana pubblica per la prima volta un’immagine fotografica, e dal 1902 a Milano esistono già corsi di Fotografia e processi fotomeccanici presso la Scuola professionale tipografica. A fianco degli uomini, anche le donne contribuiscono alla circolazione delle nuove scoperte. Nel 1842, Josephine Dubray (1818-1903), fotografa francese allieva di Daguerre, arriva a Genova nel 1842 da Parigi. È una dagherrotipista itinerante, donna indipendente, che praticherà la sua professione in diverse città dell’Italia centro-settentrionale, in particolare in Emilia, dove farà l’insegnante di fotografia per gli interessati a imparare una professione o per diletto. Lei è donna e madre, con un figlio a carico di padre ignoto: la sua attività di fotografa le ha garantito l’autonomia finanziaria necessaria. Si trovano notizie sulle donne fotografe nel libro di Gabriele D’Autilia, “Storia della fotografia” (2012), molto ampia e documentata, in cui risultano solo 25 donne, 27 includendo le contemporanee Giovanna Calvenzi, photo editor, critica della fotografia, assistente di Federico Patellani, fotogiornalista, moglie di Gabriele Basilico e Grazia Neri, la prima donna fotoreporter italiana a fondare nel 1966 a Milano un’agenzia fotografica, chiusa nel 2009 con l’avvento della fotografia digitale. Altri dati sulle fotografe professioniste si trovano nei censimenti, che però registrano dati bassi di addette ai lavori: sono più numerose le fotografe amatoriali tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. La fotografia è una pratica rientrata in uso nelle classi elevate o signorine della cultura medio-alta, viaggiatrici avventurose e con molto tempo libero e denaro a disposizione. La più nota, autentica performer è Virginia Oldoini (1837-1899), meglio nota come contessa di Castiglione. Tra il 1856 e il 1895 Oldoini, patriota, agente segreta, amante di Napoleone III e fotografa, costruisce con cura sofisticata e determinazione un autoritratto composto da oltre quattrocentocinquanta immagini. In realtà, pur essendo lei a definire pose, abbigliamenti, accessori e inquadrature, i negativi su vetro e le stampe sono materialmente prodotti dal fotografo Pierre Louis Pierson che, per quarant’anni, la ritrae in fotografie sempre differenti, ma che hanno al centro la sua affascinante figura, talvolta ripresa per intero, talvolta in immagini di dettaglio, come nella fotografia del 1894 in cui compaiono i suoi piedi nudi, e allora fu subito scandalo. L’autoritratto in cui guarda verso la camera, e quindi verso di noi, attraverso la cornice della fotografia, è forse una delle immagini più note della storia dell’invenzione moderna, non solo femminile. Nel 1867, le viene riconosciuto lo status di artista e quindi la possibilità di esporre all’Exposition Universelle. Un’altra contessa, meno conosciuta ma talentuosa nella fotografia, è la vicentina Loredana da Porto Barban, che espone alcune sue creazioni in una mostra tenutasi a Berlino nel 1889, ricevendo gli elogi da Alfred Stieglitz, una delle personalità più note ed influenti della fotografia. Particolarmente interessante è l’attività di Helene d’Orleans (1871-1951), duchessa d’Aosta, avventurosa e anticonvenzionale. Innamorata dell’Africa, in cui viaggia ripetutamente con il solo accompagnamento di un’anziana signora inglese, con grande sconcerto della famiglia di provenienza dei Savoia-Aosta a cui era legata per matrimonio. La duchessa per sfizio personale pubblicò immagini accompagnate da riflessioni in due libri, Viaggi in Africa, editato da Treves in tre volumi nel 1913, e Vie errante, sensation d’Afrique, del 1921, e due testi di memorie. Nel 1916 uscì il resoconto, sempre corredato da immagini, dei suoi viaggi in Asia, Vers le soleil qui se lève (Hindoustan, Indochine, Océanie), sviluppando il genere di fotografia di viaggio. Durante la Prima Guerra Mondiale fu ispettrice generale delle infermiere volontarie della Croce Rossa (dal 1915 al 1921); anche su questa esperienza redasse un diario oltre a promuovere una campagna di rilevazione fotografica sulle questioni provocate dalle armi chimiche. Nel 1946, Helene d’Orleans ha donato alla Biblioteca Nazionale di Napoli un consistente fondo di documenti che comprende 9800 fotografie, inclusi dei negativi su lastra di vetro, prodotte tra il 1890 e il 1930. Tra le tante altre appassionate della fotografia, donne della classe agiata, ricordiamo la borghese Anna Müller, trasferitasi in Germania da Firenze e ricevuta in dono una macchina fotografica, probabilmente dal marito Galileo Paoli, iniziò a fotografare a partire dal 1902, fino alla Prima Guerra Mondiale, producendo principalmente personaggi fortemente caratterizzati, come la contadina, la padrona di casa, le figlie del fattore, la domestica, la sarta. Müller continuò a fotografare la propria famiglia negli eventi quotidiani o gruppi di persone, fino agli anni Trenta, con qualche strascico fino agli anni Cinquanta, usando macchine diverse e ha prodotto oltre tremila negativi. Documenta i cambiamenti che segnano il paesaggio italiano nel corso della prima industrializzazione Luigia Maria Carolina Dossi, nata nella Val d’Ossola nel 1886, fotografa per passione, che segue l’attività del marito Romualdo Bighelli, responsabile delle centrali elettriche di Rivasco e Crego, cattedrale dell’energia progettata dall’architetto milanese Piero Portaluppi. Maria Zago (1881-1958), fotografa varesina, si è trasferita a Milano per studiare all’Accademia di Brera, dove conosce il marito Arcangelo Rapa. A Biella lavora come ritoccatrice presso diversi studi fotografici, prima di rilevare nel 1918 un atelier fotografico cittadino e poi gestito in proprio. Leonilda Prato (1875-1958), figlia di una famiglia modesta di un piccolo paesino tra collina e montagna nel cuneese, dove conosce e sposa Leopoldo. Insieme viaggiano tra Piemonte, Lombardia e Svizzera francese, a piedi, racimolando qualche soldo suonando lui la fisarmonica e lei la chitarra, cantando ballate polari. Nel cantone svizzero incontra un artigiano della fotografia, che le insegna il mestiere e affianca l’attività canora a quella di fotografa. Realizza molti ritratti di persone comuni. Diventata madre e in seguito a vicissitudini personali, torna con Leopoldo quasi cieco nel paese d’origine, dove Leonilda apre una merceria. Alla morte del marito nel 1926, sola, si trasferisce a Sanremo, Varese e infine a Torino. Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando Leonilda torna nel piccolo paese natale, collaborò con il segretario comunale per produrre documenti falsi per i partigiani della zona e documentò la devastazione del castello da parte dei tedeschi nella rappresaglia del 1944. In eredità ci ha lasciato oltre tremila lastre in vetro, prive di qualsiasi annotazione. Adelaide o Adele De Giorgis è attiva a Milano tra il 1850 e il 1870, dagherrotipista, che apre lo “Stabilimento fotografico Adele De Giorgis” in via Armorari 5, in centro città. Adelaide Anceschi, dagherrotipista, si dedica poi alla carte de visite, attiva a Malta fra il 1862 e il 1880. Queste e tante altre fotografe hanno unito passione e determinazione: durante la Prima Guerra Mondiale non si limitano ad assumere incarichi lasciati vacanti dagli uomini nei paesi e nelle città lontani dal fronte, ma hanno documentato in prima persona la guerra. A parte il primo reportage di guerra di Roger Fenton, appassionato inviato dalla Corona Britannica per documentare la Guerra di Crimea (1854), la prima vera guerra ad essere fotografata massicciamente è quella del 1914-18, e dagli anni Venti fino alla metà del “secolo breve”, le donne con gli uomini documentano gli orrori che abbiamo prodotto. Tanto per citarne alcune, in Gran Bretagna, Olive Edis promuove l’impegno del fronte interno, producendo una serie di fotografie che immortalano donne al lavoro in occupazioni solitamente ricoperte da uomini, tra cui anche nelle fabbriche di munizioni. Propri per la sua dedizione, l’Imperial War Museum le propone di fotografare le donne occupate sul fronte occidentale. Edis fotograferà, in Belgio e Francia, soprattutto le donne alle prese con le conseguenze della guerra e con l’epidemia di spagnola e le devastazioni della città e del paesaggio. Elise Knocker e Mairi Chisholm, come infermiere della Croce Rossa, come Nino Joradze, georgiana di estrazione nobiliare, vivono al fronte e raccontano la propria esperienza della guerra attraverso un diario di fotografia. Tra le altre Harriet Chalmers Adams (1875-1937), esploratrice-fotografa americana che ha viaggiato in Sud America, Asia e Pacifico nel XX secolo, ha pubblicato i resoconti dei suoi viaggi sulla rivista National Geographic. Adams, invitata al fronte, nel 1916 riceve l’incarico dalla rivista “Harper” di fotografare e raccontare la Francia. Invece di Helene Magdalene Hoffman rimane una cospicua serie di immagini che documentano le distruzioni sul fronte orientale, e non sappiamo se prodotte autonomamente, come cartoline da commercializzare, o su committenza ufficiale: sono comunque immagini di qualità.

Imogen Cunningham

La fotografia tra le due Guerre

Tra le due guerre è stato un periodo straordinario per l’evoluzione della fotografia, sia per innovazioni tecniche che sperimentazioni stilistiche. Tra i primi anni del Novecento fino agli anni Trenta, evolve al fianco delle avanguardie artistiche. Le giovani donne che intraprendono la carriera fotografica ruotano intorno ad ambienti artistici, e di frequente provengono da percorsi di formazione pittorica o grafica. Caso interessante è Imogen Cunningham, che con un retroterra di studi universitari in chimica e una specializzazione in chimica della fotografia presso l’università di Dresda, per settant’anni attraversò tutte le principali correnti fotografiche, imprimendo sempre il segno della propria personalità. Cunningham passa dal pittorialismo al surrealismo, fino a essere insieme a Sonia Noskowiak fra i firmatari del manifesto Gruppo F/64, redatto da Ansel Adams, tra i giganti della fotografia, che auspica una piena assunzione delle potenzialità tecniche della fotografia, invitando a una messa a fuoco precisa, evocata dall’apertura del diaframma a cui si riferisce il nome del gruppo, in opposizione agli sfumati del pittorialismo e contro la manipolazione in camera oscura, interpretata come una negazione della specificità del mezzo, tiene la prima esposizione pubblica a San Francisco nel 1932. Appartengono allo stesso manifesto Gruppo F/64 Consuelo Kanaga e Alma Lavenson. Come molte sue contemporanee Cunningham si cimenta in molteplici generi fotografici, tipo still life, ritratti, autoritratto, street photography, e indimenticabili studi sul nudo. Hannah Höch, artista dadaista, attiva nella Germania di Weimar, lavora con il fotomontaggio su temi politici e sulla decostruzione della rappresentazione femminile diffusa dai media. Else Ernestine Neulaender Simon, nota come Yva, utilizza la forma del romanzo fotografico in serie di foto-storie pubblicate sulla rivista “Uhu”. Ilse Bing si muove tra la “Nuova fotografia” e il surrealismo, sperimentatrice che a metà degli anni Cinquanta pubblicherà un volume dedicato alle donne Femmes de l’enfance à la vieillesse (1929-1955) per le parigine Editions des Femmes. Dora Maar, fotografa aperta alla produzione pubblicitaria e per l’illustrazione delle riviste femminili, oltre a documentare tutti gli stadi della produzione del dipinto di Guernica (1937) di Picasso, suo compagno e ossessione per un lungo periodo che ha offuscato il suo talento. Nel 1929 una grande mostra a Stoccarda, Film und Foto, raccoglie numerose fotografie della cosiddetta “Nuova Visione”, un approccio che mira a enfatizzare la natura meccanica della produzione fotografica lavorando sulla sperimentazione grafica e su inquadrature ardite. In questa occasione espongono Yva, Berenice Abbott, Irene Baye-Hecht, Anne Biermann, Florence Henri, Germaine Krull, Lucia Moholy e Cami Stone. Sul fronte tecnico, dal 1924 le fotografie iniziano a essere stabilmente inviate a distanza, e nel 1935 viene commercializzata la Kodachrome, la prima pellicola a colori prodotta industrialmente per essere diffusa tra gli appassionati e non solo a uso professionistico. Marie Al. Khazen, nata in una ricca famiglia di possidenti, abituata a gestire il patrimonio in assenza dei parenti maschi, riceve in dono una macchina fotografica e, tra gli anni Venti e Trenta, coglie ogni occasione per fotografare siti turistici del Libano, creando allestimenti e giochi di ombre o manipolando i negativi in camera oscura. Per lei, la fotografia non è soltanto uno strumento per preservare una traccia visibile, ma è lo strumento per esprimere la propria creatività, e un mezzo per costruire l’immagine di una donna araba lontana dal modello imperante diffuso, nel quale pure si identificavano altre donne della sua stessa famiglia. Nelle sue immagini le donne fumano, guidano, indossano abiti maschili, occupando uno spazio che condividono disinvoltamente con altri e altre, di diverse appartenenze etniche o estrazione sociale.

Chiudiamo questa carrellata storica passando dalla fotografia all’arte del fumetto, ricordando che Guido Crepax, nel 1965 crea Valentina, un personaggio dei fumetti, fotografa di moda, la nuova donna alla ricerca del proprio ruolo nella società ancora maschilista, che esordì sulla rivista linus. Valentina porta un taglio corto dei capelli a caschetto, ispirato all’attrice statunitense Louise Brooks degli anni Venti e a Luisa Mandelli, moglie di Crepax. È la nuova donna che incarna l’erotismo, longilinea, emancipata anche economicamente, che vive del suo lavoro nell’incubo delle proprie ossessioni psichiche e comportamentali, e viene spesso ritratta nuda dall’autore con macchina fotografica come feticcio erotico. È spregiudicata, nevrotica e protagonista di storie che mescolano deliri e problemi esistenziali: è la proiezione di una personalità forte e fragile insieme, come sono le donne, sempre tese al cambiamento.