06 Ottobre 2026 02:41

Il Sole allo Zenit #57: Monet impressionante e Duchamp la volpe

Ninfee nel lago del giardino di Claude Monet, Giverny, Normandia

In questa 57.ma puntata de Il Sole allo Zenit percorriamo le tracce di Claude Monet. E come ogni “fan” che si rispetti si va molto oltre la casa-giardino di Giverny…

Conviene spesso, e anche in questo mio caso, non rimandare a domani quello che si può fare il giorno stesso e, prima che il surriscaldamento globale apporti altre modifiche, come ultimamente si sente dire, un caldo giorno di agosto sono partito per un magico posto: Giverny. Giverny è il villaggio dove Claude Monet visse gli ultimi 43 anni della sua vita e dove dipinse, in continuazione, quel giardino d’acqua suggestivo con il ponte giapponese, i fiori e le ninfee, che sono stati spesso il soggetto delle sue tele. E i bambù, i ginkgo biloba, gli aceri e le peonie, i salici e i nasturzi, gli iris e i tulipani, i narcisi e quel bosso potato che circonda una costruzione verde e rosa dove lo studio del pittore sta (e stava) al piano terra, nella parte destra della casa, con la sua camera da letto esattamente sopra. Il tutto è così incantevole che viene proprio voglia di dipingerlo bene e, anche se io non sono una persona invidiosa, qui ho dovuto proprio cedere.

Interno di casa Monet

Lo stesso è accaduto per le abat-jour con la luce gialla, le vecchie fotografie in bianco e nero alle pareti (di cui una con Monet e la moglie Alice a Venezia tra i piccioni), le logore credenze con le ceramiche di Rouen e i piatti in stile Rayonnant o cinesi con i bordi smerlati e lobati. Sono rimasto così impressionato dal suo mondo che ho addirittura proseguito per capirlo meglio, camminando fino all’Ancien Hotel Baudy, poco più in là, che oggi è un elegante ristorante fuori dal tempo ma che fino alla Prima Guerra Mondiale fu un luogo di ritrovo leggendario per Monet e altri artisti noti quali Renoir, Rodin o Mary Cassatt, che all’hotel trovarono cibo e ristoro ma anche quello studio che Madame Baudy fece costruire in giardino così che i pittori impressionisti potessero lavorare in caso di maltempo e dove anche Cézanne, nel 1884, ci dipinse, nel mese di novembre.

Atelier nel giardino dell’Ancien Hotel Baudy

A quel punto mi sono impuntato per capire ancor più il contesto monettiano e ho raggiunto il soggetto di un altro suo quadro: il vecchio mulino di Vernon. Con il caratteristico legno della struttura a graticcio, sospeso a picco sulla Senna e incastrato sui resti di un antico ponte, capisco bene perché l’abbia scelto. E la stessa fortunata sorte subì la chiesa della città, dipinta più volte per comprendere cosa significhi lavorare serialmente. Ormai Monet-dipendente, ho poi raggiunto Rouen per vedere la cattedrale dalla quale Claude trasse la famosa serie. L’imponente struttura gotica, monumentalmente elaborata dall’inizio del portale fino alla guglia finale, costruita tra il 1145 e il 1250, impressionò Monet tanto quanto me dal momento che la ritrasse trenta e più volte, tra il 1892 e il 1894, in diverse condizioni di atmosfera e luce. La sequenza fu esposta per la prima volta dal famosissimo mercante d’arte Paul Durand-Ruel, nella galleria di Parigi, e solo chi fa il suo stesso mestiere può immaginarne la soddisfazione. La mostra riscosse un enorme successo ma nessuno ebbe il coraggio di acquistare le tele in blocco, così oggi le ritroviamo disseminate nei più importanti musei del mondo, tra i quali il Metropolitan Museum di New York, l’Art Institute di Chicago e il Getty Museum di Los Angeles, o in fortunatissime collezioni private come quella versione della cattedrale “al mattino (dominante rosa)” nella Fondazione di Elise e Basil Goulandris, in Grecia. Più di una tela passò addirittura in asta e Sotheby’s, nel 2014, ne lasciò andare una per quasi 4 milioni di dollari.

Cattedrale di Notre-Dame di Rouen

Ripresomi dallo stupore per la vista della cattedrale, ho iniziato a fotografarla prima nei dettagli e poi anch’io di sguincio dall’angolo in cui Monet la scelse, per poi correre al Museo della città a vedere la versione che François Depeaux, industriale del carbone e mecenate, donò nel 1909, insieme ad altre 52 opere. Monet scrisse alla moglie che “le charbonnier” chiese addirittura di essere messo in lista per due opere: “una per sé e una per il musée”. Da lì sono ripartito a caccia di altri suoi posti e Étretat era tra questi. Famosa per le falesie alte e la vista spettacolare, Monet dipinse la spiaggia da postazioni varie, da destra e da sinistra, con l’aria satura di luce e rapidi tocchi di pennello che esprimono la ricerca delle atmosfere più che le figure, riprodotte infatti solo con tinte pure sia nei momenti di partenza delle barche per la pesca delle aringhe, sia in circostanze di calma e serenità, con le imbarcazioni ferme. La materia è sempre leggera e mutevole, dominano i toni verde-azzurro che sottolineano la trasparenza delle acque mescolate al cielo e Monet non si è impuntato sull’aspetto aneddotico ma ha ricercato l’equilibrio.

Fotografia del punto in cui Claude Monet dipinse Le barche di pescatori a Étretat

Ormai instancabile e con una missione da compiere, mi sono rimesso in marcia, dirigendomi prima alla spiaggia di Trouville, poi al trenino dei turisti a Fécamp, e poi ancora al porto di Honfleur, che oggi è meraviglioso ma molto diverso dal dipinto, così come la storica Rue de la Bavole lì accanto. Ovviamente, già che c’ero, ho aggiunto anche altro: la visita alla casa di Erik Satie, compositore e pianista, i luoghi cari a Eugène Boudin, precursore pittore impressionista, e l’ultima abitazione di Paul Signac, celebre puntinista… ma preferisco non uscire di tema, altrimenti sembro una guida turistica. Avrei sicuramente voluto più tempo per vedere altre falesie dipinte da Monet. E il mulino di Mimetz, Lavacourt, Vétheuil, Pot-Domois, Bennecourt, Petites Dalles, Pourville… tutti soggetti nei paraggi, da lui comprensibilmente scelti, ma se l’avessi fatto, più che di approccio critico si sarebbe trattato di stalking a ritroso.

Fotografia del punto in cui Claude Monet dipinse La falesia di Aval

Una cosa però devo aggiungerla e non potevo esimermi dal compierla. A Rouen mi sono recato al cimitero per portare dei fiori a Marcel Duchamp su quella mitica tomba con scritto “D’ailleurs c’est toujours les autres qui meurent” (d’altronde sono sempre gli altri a morire). Ho vagato un po’ a vuoto per l’immenso cimitero Monumentale posto sulla collina della città con una vista tutto sommato invidiabile e, appena ho trovato la tomba, mi è venuta incredibilmente incontro una volpe. Si dice che le volpi siano astute e misteriose, e che si sappiano adattare molto bene. Io non credo alla reincarnazione ma, se Duchamp fosse rinato sotto forma di animale, sarebbe senz’altro di quella specie.

Tomba di Marcel Duchamp, cimitero Monumentale di Rouen